Il Sole, e le sue mille meraviglie

Ce ne siamo accorti in varie occasioni, ce ne accorgiamo sempre: il nostro Universo presenta la mirabolante capacità di meravigliarci ad ogni fattore di scala. Conserva e custodisce sorprese che – ormai lo sappiamo – solo la nostra voglia di comprendere, di ammirare, può svelare, in un gioco sottile e sublime di domanda e risposta, che è alla fin fine quello su cui si basa la vera scienza.

Non fatevi traviare dal titolo, non si tratta di donne che non trovano compagnia…

Il Sole è una stella davvero piccola, di importanza davvero grande, per la specie umana. Con la sua presenza, con il suo afflusso di luce e calore, custodisce tenacemente la vivibilità in questa zona di Universo: senza di esso, in poche ore la temperatura scenderebbe verso un freddo insostenibile. Non avremmo ultimamente molto di che gioire, derivando verso temperature poco sopra lo zero assoluto, certamente non facili da sopportare!

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Spitzer, sedici anni di bellezza

Sono ben sedici anni che il Telescopio Spaziale Spitzer percorre pazientemente la sua orbita attorno al Sole, in prossimità del nostro pianeta, e intanto continua a monitorare il cielo in banda infrarossa.

Immagine artistica di Spitzer
(Crediti: NASA)

Questa scelta di campo, di osservare il cosmo ad una lunghezza d’onda più ampia di quanto percepiremmo con gli occhi – abbastanza peculiare, a prima impressione – si è rivelata veramente vincente man mano che le osservazioni raggiungevano Terra, e si costruiva un archivio di straordinaria potenza evocativa (oltreché, ovviamente, di grande rilevanza scientifica). Tanto che la durata prevista della missione, pari ad “appena” due anni e mezzo, è stata prolungata in diverse occasioni, estensioni che hanno permesso a Spitzer di raggiungere con successo il tempo presente. Con il tacito accordo – ormai – di passare le consegne al futuro (ed ancor più performante) James Webb Telescope.

Di fatto, Spitzer ha efficacemente affiancato in questi anni il Telescopio Spaziale Hubble, regalandoci meravigliose immagini di quelle zone di cielo – specialmente le zone di fresca formazione stellare – ove l’investigazione in banda infrarossa risulta fondamentale (come sappiamo, questa banda riesce ad attraversare molto più facilmente zone di gas e polveri, che invece smorzano drasticamente le lunghezze d’onda del visibile).

La Nebulosa Ragno, in banda infrarossa
(Crediti: NASAJPL-CaltechSpitzer Space Telescope2MASS)

Questa straordinaria immagine, fulgido esempio della capacità di Spitzer, ci mostra, sul lato sinistro, la Nebulosa Ragno (nome in codice, IC 417), sede di importantissimi processi di formazione stellare, insieme con la Nebulosa NGC 1931, sul lato destro.

La distanza approssimativa di questi spettacolari oggetti celesti si aggira sui diecimila anni luce (tutto sommato, siamo nell’Universo vicino). L’immagine che ammirate è in realtà una composizione – scientificamente rigorosa – di dati provenienti, appunto, da Spitzer, e dati delle celebre Two Micron All Sky Survey (2MASS, in breve).

Una elaborata composizione di dati infrarossi traslati in banda ottica, per restituirci uno spettacolo degno di essere guardato ed ammirato, prima ancora che compiutamente analizzato. Per celebrare degnamente questi sedici anni di onorato servizio, da parte di uno dei più importanti telescopi con base nello spazio, al quale siamo grati per il preziosissimo scrigno di conoscenza e di bellezza che, nel tempo, è stato capace di dischiuderci.

Ed al quale, dovremo e vorremo certamente tornare con piacere e curiosità, per molti e molti anni a venire.

Centodiciotto anni più tardi…

Oggi è così, ma non è sempre stato così. Oggi certo, siamo abituati a catturare immagini facilmente, di qualsiasi cosa. Abbiamo sempre con noi uno smartphone che dispone ormai di un apparato fotografico di soddisfacente qualità, in modo che non ci stupisce più il fatto di andare in giro catturando immagini di mondo, di quel mondo che i nostri nonni si accontentavano – quasi sempre – di vedere con gli occhi, e basta.

Tra l’altro, è ben noto che i telefoni cellulari – e le moderne macchine fotografiche – siano equipaggiate con quelle CCD (nome che sta per Charge Coupled Device, ovvero Dispositivo ad accoppiamento di carica) che sono state ideate e sviluppate proprio in ambito astronomico.

Tutto questo, lo sappiamo, è storia di oggi. Ed appunto, non è sempre stato così. E non parlo della preistoria tecnologica, tutt’altro. Quando il sottoscritto iniziava a muovere i primi suo passi nel mondo dell’astronomia, per dire, le immagini dal cielo venivano ordinariamente registrate su lastre fotografiche. Con tutti i problemi di linearità, saturazione, rumore, che ogni buon astrofilo potrebbe spiegarvi (e spiegarci, anzi).

E’ utile allora tornare un attimo indietro, fare storia, capire la strada fatta, ed anche le meraviglie che già si potevano realizzare tanti anni fa, attrezzati di entusiasmo e dedizione.

Eccone certamente una, di autentica meraviglia.

Crediti: George Ritchey, Yerkes Observatory – Digitization Project: W. Cerny, 
R. Kron, Y. Liang, J. Lin, M. Martinez, E. Medina, B. Moss, B. Ogonor, M. Ransom, J. Sanchez (Univ. of Chicago)

E’ una fotografia della Nebulosa di Orione, realizzata appunto sopra una lastra fotografica. Eravamo all’alba del secolo che si è concluso, nel 1901. Sono passati ben centodiciotto anni, due guerre mondiali e tante altre cose (anche meno drammatiche, grazie al cielo), ma l’immagine conserva tutta la sua carica di meraviglia. Per la cronaca, l’autore fu un certo George Ritchey, astronomo e costruttore di telescopi.

Il bello, è che abbiamo ancora tantissimo materiale in lastre fotografiche (spesso a largo campo) che risultano molto utili per le ricerche attuali: esse naturalmente vengono digitalizzate con grande cura per poi poter esplorarne il contenuto informativo – a volte preziosissimo.

Perché in fondo, ogni vero futuro inizia così: con i piedi ben piantanti nel passato.

Ventuno chilometri, dopo

Questa splendida immagine (che quasi non ci si crede, sia un altro pianeta, visto il grado di dettaglio), è un mosaico fotografico prodotto dal rover Curiosity di stanza su Marte, e risale appena ad un paio di mesi fa, quando noi qui a Terra si iniziava (chi può) a pensare alle vacanze.

E’ presa dalla posizione attuale del rover, una zona – per la cronaca – chiamata Teal Ridge. Al momento dell’acquisizione, il 18 giugno, correva il giorno 2440 per la permanenza di Curiosity sulla superficie del pianeta rosso.

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Dopo lo scoppio…

Lo sappiamo bene, le stelle piccole sono le uniche che durano davvero. Quelle grandi bruciano così furiosamente il loro combustibile (tecnicamente, con potenza superiore alla massa) che possono durare niente più che pochi milioni di anni. Niente, se pensiamo che una stella come il Sole, piccolina tutto sommato, di miliardi di anni di vita ne ha a sua disposizione (per nostra somma fortuna) circa dieci.

Tutta l’esistenza di una stella – soprattutto quelle massicce – può essere interpretata come una dinamica di produzione di elementi complessi: a partire infatti da idrogeno ed elio, messi a disposizione dal Big Bang, la stella riesce a produrre, per fusione nucleare, gli altri elementi che poi disperderà nello spazio, provvidenzialmente, con il meccanismo dello scoppio di supernova.

Crediti immagine: NASA/CXC/SAO

Davvero, le stelle sono le fabbriche degli elementi senza le quali, niente di quello che vedere attorno a voi, potrebbe esistere. Anche noi, anche i nostri atomi, sono stati prodotti all’interno delle stelle!

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