La danza dei buchi neri…

Abbiamo parlato varie volte, nei mesi passati, del fenomeno del tutto nuovo della rilevazione delle onde gravitazionali, prodotte dagli eventi di fusione di due buchi neri. Proprio questi fenomeni molto energetici che avvengono nell’universo lontano sono i maggiori responsabili di quelle onde gravitazionali che proprio in questi anni siamo riusciti a rilevare anche da Terra, e che ci hanno aperto una nuova bellissima finestra di indagine, quella appunto dell’astronomia gravitazionale.

E se pure molte volte abbiamo argomentato di queste onde – correttamente previste da Einstein un secolo fa – forse ci siamo meno occupati della sorgente di queste onde così elusive, ma così importanti. 

Il fatto è che fenomeni anche fantasmagorici come la fusione di due buchi neri, non son cose facilmente rilevabili, non sono – per ora – ambiti facilmente indagabili con quella precisione anche visiva, della quale avremmo bisogno per fare anche di questo, materia compiutamente raccontabile.

Ci viene allora in aiuto la capacità moderna di effettuare simulazioni di fenomeni fisici, immettendo in codici di moderni supercalcolatori la grande quantità di dati di cui ora disponiamo. Anche la fusione di due buchi neri è stata simulata al computer, con grande precisione e anche in modo particolarmente evocativo. 

L’evento di fusione di due buchi neri di grande massa
(Crediti per video ed immagine: NASA)

La musica che accompagna questa animazione è di Edvard Grieg, Nell’antro del re della montagna, ed è una parte della meravigliosa suite dell’Opera 46 (suite sinfonica ricavata dalle musiche di scena del Peer Gynt di Ibsen). Si adatta direi molto molto bene alla “danza” che stiamo osservando nel video, sottolineandone mirabilmente la sua intrinseca eleganza. 

Qui notiamo appena una cosa, già accennata: la luce. Pur trattandosi appunto di buchi neri, che non emettono radiazione luminosa, il riscaldarsi del gas comunque coinvolto nell’evento provoca una decisa emissione di radiazione in banda ultravioletta ed in banda X.

Proprio ricercando tali eventi in queste bande ad alta energia, possiamo sperare in futuro di trovare ed anche studiare questi accadimenti “dal vivo”, ben prima che la danza abbia la sua conclusione con la completa fusione in un unico oggetto. 

InSight è su Marte

Certo non è una notizia nuova, non è una notizia freschissima, perché risale ormai a qualche giorno fa. La sonda Insight, acronimo di Interior Exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport (ma come le studiano, verrebbe da chiederci) è infatti “atterrata” su Marte il 26 novembre, ormai quattro giorni fa.

Ma a noi piace parlarne con la calma e la ponderatezza che si guadagna solo facendo riposare la notizia, facendo sedimentare l’evento. D’altronde, ormai questo sito non ha pretese di stare sulla frontiera delle cose (magari prima per un po’ ci abbiamo provato, perché sostanzialmente mancavano riferimenti autorevoli nel panorama italiano dell’informazione), ma di portare quel granello di riflessione – quando riesce – per il quale l’evento di cui si parla, la notizia che si tratta, acquista uno spessore, riceve una luce più familiare, dove forse meglio si comprende la sua rilevanza umana.

Una delle prime immagini acquisite da InSight è un selfie, che si è concessa una volta preso casa sul suolo marziano (Crediti: NASA).

Dunque la sonda della NASA ha affrontato un viaggio di diversi mesi per arrivare nei pressi del pianeta rosso, dove poi ha compiuto con successo la procedura di atterraggio. Lo scopo scientifico è quello di condurre uno studio approfondito sulla struttura interna di Marte; rilevante è la presenza di un sensore termico che verrà posto dalla sonda ad una profondità di ben cinque metri sotto la superficie del pianeta. InSight è in assoluto la prima sonda ad andare a vedere cosa accade “sotto il tappeto”, ad investigare davvero sotto lo strato sottile della superficie marziana. 

Ma quello che vorremmo accennare qui è l’aspetto più social che queste missino moderne sempre più vanno ad assumere. Non è una impresa di pochi, per pochi. Tanto per cominciare, su InSight c’è un microchip con i nomi di più di due milioni di persone di appassionati: la NASA ha chiesto al pubblico una sorta di partecipazione, e la risposta è stata forte e chiara

Perché, in barba al pensiero neocinico, che purtroppo affligge questa epoca, la gente non pensa solo a rinchiudersi nel proprio orticello. La gente ha bisogno di sognare, e sognare in grande. Ed anche, appoggiarsi a quel sogno condiviso, a quel sogno possibile, che prende le vesti dell’impresa scientifica. Portare un nome su Marte non è appena un giochino come ci verrebbe forse da pensare; è dire io ci sono, nell’impresa. Io contribuisco, non solo passivamente finanziando comunque l’impresa scientifica pubblica, ma interessandomi e lasciando il segno di questo interesse, appena ciò diviene possibile.

Non bisogna essere acuti psicologi o affermati sociologi per capire che l’impresa spaziale – e segnatamente l’esplorazione del Sistema Solare – assume ora il ruolo che un tempo aveva la navigazione dei mari, le partenze verso terre sconosciute. C’è un senso di avventura, di mistero e (anche) di rischio, che contribuisce a rendere attraente questa avventura, anche per il grande pubblico. Più profondamente, c’è la voglia di ritornare a raccontare questo Universo, ad avvertire gli echi familiari di una narrazione cosmica, che nelle epoche remote peraltro non è mai mancata.

Lo sappiamo. Ci sarà sempre qualche intellettuale che dai giornali ci avvisa che abbiamo ben altro di cui occuparci. Ci sarà, certo: e sarà autorevolmente smentito dall’allegria di queste persone che esultano (vedete bene il video), persone che non sono solo scienziati ma persone “normali” davanti ad un maxischermo, per un traguardo che è – senza alcuna retorica – il segno e simbolo della voglia umana di comprendere il mondo e di traversarlo recuperando quel senso di avventura, che ormai (nell’attesa di un pieno recupero a tutto campo) è appannaggio quasi solo della scienza. 

Ricaricate il video, ora. Guardate bene in faccia questi “compassati” tecnici e scienziati NASA. Guardate come esultano quando la sonda dice loro che è arrivata, e che va tutto bene. Guardate la tensione umanissima sui loro volti prima e l’entusiasmo – altrettanto umanissimo – sui loro volto, dopo. E ammirate l’esultanza della gente “comune” davanti ad uno schermo, per qualcosa che – secondo alcuni illuminati soloni – non dovrebbe interessar loro affatto.

Guardate e riflettete.

E non venite più a dirci che la scienza è noiosa, è inutile. Che non sia così, ce lo dimostrano mille e mille circostanze. Non ultima, quella di un “freddo” agglomerato di metallo e tecnologia, che ha appena iniziato una nuova avventura, su un pianeta a decine di milioni di chilometri da noi. 

E che vuole che noi questa avventura la pensiamo, la seguiamo. La viviamo, come fosse nostra, quasi fosse nostra. Perché forse è davvero nostra, forse è proprio totalmente nostra. Sì, non può essere che tutta nostra, come la nostra voglia di alzare lo sguardo al cielo e di capire. E di stupirci. 

Quel gran botto nel deserto…

Un proiettile dagli spazi esterni, potremmo dire. Atterrato (in maniera piuttosto distruttiva) nel deserto dello Utah, dopo che la sua traiettoria è stata tracciata dai radar ed accuratamente monitorata da elicotteri.  Correva l’anno 2004 e possiamo assicurare che nessuna civiltà aliena è stata coinvolta (e nessun insabbiamento da parte delle autorità, se non il tentativo di “autoinsabbiamento”, nemmeno troppo riuscito, del proiettile in questione). 

 Crediti: USAF 388th Range Sqd., Genesis MissionNASA

Vediamo un po’ meglio, nel merito. Ricavo questa interessante storia da APOD di oggi. Si tratta, per la cronaca, della capsula di ritorno della sonda Genesis, lanciato dalla NASA nell’anno 2001 da Cape Canaveral, allo scopo di studiare il Sole. In effetti la sonda catturò una serie di campioni di vento solare, che sarebbe stato molto interessante studiare a Terra (e che infatti la sonda doveva riportare delicatamente al suolo). Vi era predisposto un complesso schema di apertura di paracadute (primario, poi secondario) che – come è evidente – non funzionò affatto, visto che la capsula si schiantò al suolo ad una velocità superiore ai trecento chilometri orari. 

Nonostante tutto, si riuscì perfino a recuperare alcuni campioni in stato sufficientemente buono da poter essere analizzati. Pertanto, Genesis è a buon diritto iscritta a quell’esplorazione del Sole che già tanto ci ha portato e che vede nelle recentissime Solar Orbiter e Parker Solar Probe le più moderne ed agguerrite sonde che rispettivamente ESA e NASA – ovvero, Europa e Stati Uniti – hanno lanciato verso la nostra stella, dalle quali è più che lecito aspettarci decisi avanzamenti di conoscenza, del Sole e delle stelle più in generale. 

Ma la Genesis è anche la storia – anche se parzialmente – di un fallimento. Questo, davvero, sarebbe un peccato non considerarlo, perché la scienza – e la conoscenza umana, più in generale – procede anche e sopratutto per fallimenti, per cadute. Non è raro che la realtà superi ed esondi i perimetri angusti nei quali viene racchiusa dal pensiero logico, dal nostro – pur legittimo – desiderio di prevedere ogni eventualità. Cadendo, impariamo. E i fallimenti, anche nelle missioni spaziali, sono veramente molti, e clamorosi

A volte questo sembra un po’ brutale, a volte è addirittura tragico (quando comporta la perdita di vite umane), certamente non augurabile: eppure anche dai peggiori fallimenti possiamo imparare. Si diventa grandi anche e soprattutto cadendo, e questa non è appena retorica, è realtà. E’ la caduta che ti impone di rivedere profondamente un tuo schema, mettere veramente in discussione la tua impalcatura logica. E ti permette di ricominciare, di farlo davvero

Dopotutto, l’esplorazione dello spazio non è diversa, come metodologia, dall’esplorazione di sé stessi. O se vogliamo, lo spazio esterno e lo spazio interno non sono così eterogenei, per modalità di indagine. Ci sono delle regole che valgono per entrambi.

Cadere (e rialzarsi), sicuramente, è una delle più vere.

Qualcosa in noi, che canta…

Siamo negli anni sessanta. Gli anni dei Beatles, della crisi dei missili di Cuba, del festival di Woodstock ed anche – per avvicinarci ai temi più marcatamente astronomici – di quel capolavoro immenso che è 2001 Odissea nello spazio.

E’ un tempo di grandi rimescolamenti, di un’idea di revisione e rivoluzione del modo di vedere il mondo e i rapporti interpersonali (che trova come sappiamo un formidabile veicolo espressivo e di aggregazione nella musica). E’ un tempo di insofferenza verso tutto ciò che mortifica l’uomo, e di forte desiderio di cambiamento. E’ anche un tempo  – non a caso – di grandi imprese, anche nell’esplorazione del cosmo.

Apollo 12 è la seconda navicella con persone a bordo, e decolla proprio alla chiusura dei sixties, nel 1969. Il punto di allunaggio viene scelto vicino alla posizione di arrivo della Surveyor 3, una navicella robotica che era arrivata sulla Luna tre anni prima.

Crediti: Apollo 12NASA

Nella foto, presa dal pilota del modulo lunare Alan Bean, il comandante della missione  Pete Conrad si intrattiene a controllare il Surveyor (il quale probabilmente non si aspettava visite umane vita natural durante), per verificare la solidità del suo appoggio sulla superficie del nostro satellite. Il modulo lunare è visibile sullo sfondo.

Sebbene non sia celebre come le contigue missioni Apollo 11 (che portò i primi uomini sulla Luna) e Apollo 13 (che non  raggiunse il suolo lunare ma riportò rocambolescamente a casa l’equipaggio dopo un’esplosione avvenuta nel modulo di servizio), Apollo 12 ritornò a Terra con un favoloso bottino, consistente in molte fotografie del suolo lunare ed anche diversi campioni di roccia (alla faccia di chi dice che non ci siamo stati, cosa che comunque un po’ rimane in mente se si è visto il bellissimo Capricorn One).

Tra i suoi successi bisogna anche ricordare l’allestimento dell’Apollo Lunar Surface Experiments Package (nome abbastanza altisonante, devo dire), che rimase in opera fino al 1977, e che portò avanti in modo brillante una buona serie di esperimenti, inclusa la misurazione del vento solare.

Il programma Apollo sarebbe continuato ancora per tre anni, chiudendosi poi nel 1972 con la missione Apollo 17, che resta ad oggi l’ultima missione che portò un uomo a passeggiare sul suolo lunare. 

Oggi finalmente, dopo tanti anni di oblìo, si torna a pensare a missioni umane sul nostro unico e pregevole satellite naturale. In ogni caso, l’esplorazione della Luna ha raggiunto nel programma Apollo  degli obiettivi difficilmente dimenticabili, ed è segno permanente di cosa possiamo fare, noi umani, quando appena ci crediamo, quando appena ci permettiamo di guardare al mondo e all’universo con un pelo di fiducia.

Non sarebbe azzardato dire che questa è una delle più grandi acquisizioni del programma Apollo: abbiamo imparato qualcosa della Luna, ma anche qualcosa di noi, qualcosa di estremamente prezioso. 

Giova oggi, in quest’epoca di crisi, ricordarselo. E farsi contagiare di nuovo da un entusiasmo, che cova appena sottotraccia, che é vivo, comunque.

E ogni volta che vediamo la Luna, nel cielo terso, qualcosa in noi canta

Voyager 2 (quasi) tra le stelle

E mentre noi continuiamo (giustamente) ad occuparci delle cose nostre, del DEF e – ancora più prosaicamente – di come arrivare a fine mese, insomma abbiamo una vista tutto sommato contenuta di quel che accade intorno a noi, c’è una sonda – la Voyager 2 – che proprio adesso si sta avvicinando allo spazio interstellare. In altre parole, c’è una sonda (la seconda, dopo Voyager 1), che sta proprio adesso mettendo il naso fuori da casa (intendendo in senso abbastanza allargato, la nozione di casa), per vedere, anche lei, cosa c’è fuori.

Che dunque può osservare le cose da una prospettiva più ampia della nostra. Sì, decisamente più ampia. Il suo viaggio, del resto, è nello spazio siderale, mentre le nostre vie son forse differenti. Ma si interlacciano, si parlano, sempre e sempre di più. E’ l’avventura umana, in fondo.

Lanciata nel lontano 1977 (epoca in cui, ricordiamolo, non c’erano i telefonini, non c’era Facebook e soprattutto non esisteva Internet, e i computer più intriganti erano… insomma, quel che erano) la sonda è impegnata da allora in un viaggio cosmico straordinario. Adesso si trova a quasi diciotto miliardi di chilometri da Terra, quasi centoventi volte la distanza tra la Terra e il Sole.  

La sonda Voyager (Crediti: NASA)

Sia la Voyager 1 che la Voyager 2, la cui missione primaria si è conclusa ormai diversi decenni fa, sono continuamente in contatto con la Terra, e ci stanno ancora inviando dati scientifici. Sebbene molti degli strumenti originali siano stati spenti, attraverso un oculato programma di gestione risorse siamo arrivati a quest’epoca, mantenendo il contatto con questi due manufatti umani straordinari, i più lontani in assoluto dal nostro pianeta.

I quali, appunto, continuano indefessi a lavorare.

In questo contesto, è accaduto che, a fine agosto di quest’anno, lo strumento chiamato Cosmic Ray Subsystem ha riportato un incremento di circa il cinque per cento nel tasso dei raggi cosmici che colpiscono la sonda, rispetto ad una misura effettuata all’inizio dello stesso mese. Parimenti, lo strumento Low-Energy Charged Particle ha riscontrato un aumento della stessa entità, nei raggi cosmici di energia più alta. 

A proposito, i raggi cosmici sono particelle in movimento molto veloce, che si originano fuori dal Sistema Solare. La faccenda è questa: siccome una  buona frazione viene bloccata dalla eliosfera, la zona di influenza del Sole, i progettisti della missione si aspettano esattamente di rilevare questo aumento di raggi cosmici quando la sonda raggiunge e poi supera proprio i confini dell’eliosfera stessa. Dunque, aumento dei raggi cosmici, vuol dire in qualche modo, che ci si sta avvicinando al confine. Uscendo dalla zona dominata dal Sole si arriva al vero spazio interstellare.

Alla Voyager 1 è già successo, lo abbiamo detto. E’ successo ben sei anni fa. Ed è interessante che stia per accadere adesso, per la Voyager 2. E’ interessante perché c’è questo fatto, che l’eliosfera non è stabile ma si muove avanti ed indietro in dipendenza dell’attività solare. Sarà importantissimo, per gli scienziati, capire quando la Voyager 2 traverserà effettivamente l’eliosfera (perché non ci siamo ancora, anche se siamo vicini, questo ci dice una attenta lettura dei dati).

Saranno mesi interessanti dunque quelli che ci stanno davanti, perché dalla registrazione puntuale dei raggi cosmici capiremo finalmente quando la Voyager 2 sarà finalmente fuori dal Sistema Solare.

Pronta anche lei per una nuova avventura. Imprevedibile, imprevista. Tutta da vivere, insieme.