21
ott 14

Un cielo, pieno di stelle

Poiché tu sei un cielo, un cielo pieno di stelle… 

Cause you’re a sky, ’cause you’re a sky full of stars

I’m gonna give you my heart

‘Cause you’re a sky, ’cause you’re a sky full of stars‘

Cause you light up the path

Così cantano i Coldplay in una notissima canzone (l’ho sentita l’altra volta in palestra… sì ogni tanto ci vado). Da astronomo, direi che è pane per i miei denti. E mi viene da pensare, ripensarci… Un cielo pieno di stelle. 

Una frase che da sola si presta ad agganciare molteplici sentieri, in un gioco di rimandi potenzialmente senza fine.

La prima analogia che mi viene da fare è con il celebre passaggio del film 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick. Nel capitolo quinto, che si svolge presso il sistema di lune di Saturno, il protagonista, Bowman, esce dall’astronave per inseguire l’enorme (celeberrimo) monolite, che però è strano, elusivo, gli sfugge. Non riesce a  prenderlo, a com-prenderlo, ma piuttosto ne viene come assorbito: vuole annettere, ed invece viene annesso, inglobato in qualcosa decisamente più grande di lui, della sua misura. Le ultime parole che arrivano sulla Terra sono di un Bowman assolutamente sorpreso e spaesato: “La cosa è vuota, va avanti per sempre… Oh mio Dio, è pieno di stelle!”

Le stelle sono associate allo stupore: una miriade di stelle, per la precisione. E’ pieno di stelle! 

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Viviamo in un cosmo pieno di stelle…Photo Credit: Paolo Neoz via Compfight cc

Pieno, ma quanto? Tornando in ambito musicale, una qualche stima la arrischiò qualche anno fa il nostro Francesco De Gregori: nella sua celeberrima niente da capire, ha questa entrata geniale (secondo me) dove cita un tormentone pubblicitario di qualche anno fa, per poi piegarlo inaspettatamente verso la sua storia

le stelle sono tante / milioni di milioni / la luce dei lampioni / si riflette sulla strada lucida

E ha ragione, dal punto di vista quantitativo. Solo che – a voler essere pignoli – ci si avvicina un po’ per difetto. Milioni di milioni… vuol dire, facendo due rapidi conti, dell’ordine di 10 seguito da 12-13 zeri (10 milioni di milioni, concediamolo). Il fatto è, per quanto sembri un bel numero… in realtà è ancora poco.

Le stelle sono molte, molte di più.

Quante di più?

Doverosa precisazione: ovviamente la risposta si può dare esclusivamente in termini statistici. Non è nelle possibilità umane seguire la dinamica dell’Universo in termini così precisi e comprensivi da poter sperare mai di avere il numero esatto (che tra l’altro cambierebbe continuamente, visto che ne nascono e muoiono continuamente).

Ok. Però una buona idea ce l’abbiamo.

Ma proseguiamo con le suggestioni artistiche, prima.

Potremmo perfino scomodare Dante, con il suo celebre e quindi tornammo a riveder le stelle, la prima evidenza – per  Dante – dello sbucar fuori dall’Inferno, il verso che chiude il canto. Ci pensate? La prima evidenza di essere fuori dalla parte oscura, sono proprio gli astri. Il cielo trapuntato di piccole luci, che tutti ben conosciamo (anche se a volte lo dimentichiamo, accecati dalle luci artificiali che ormai ci fanno compagnia, rischiarando indebitamente anche la notte).

D’accordo, è pieno di stelle. Ma quante sono le stelle, in realtà? E’ una domanda che si può formulare? Ha senso? Intanto, possiamo dire una cosa: non sono infinite. La materia stessa del nostro universo è uscita dal Big Bang in quantità finita – non c’è niente di infinito nel mondo fisico. La stima si basa su delle assunzioni, forzatamente. Una delle più importanti riguarda la specifica forma della funzione iniziale di massa (Initial Mass Function, IMF): in parole povere, come varia il numero di stelle che si formano, in funzione della massa. Vi sono diverse formulazioni di questa legge, che è stata ampiamente studiata nel corso degli ultimi anni. Chiaro che la forma della IMF influenza profondamente il computo del numero di stelle: anche perché quelle piccole sono anche le più elusive, potrebbero essercene moltissime e noi, non vederle.

A proposito di stelle piccole, una cosa interessante: sono molto, molto più numerose di quelle grandi. E vivono molto, molto di più. Fatto oltremodo positivo per noi: il Sole è una stella piccola (non si direbbe eh) e pertanto ha un tempo di vita di miliardi di anni. Fosse stata dieci volte più grossa (e ce ne sono, ce ne sono), l’avremmo probabilmente già salutata.

Così – dalla IMF e da una serie di altri parametri che sarebbe lungo dettagliare qui –  arriviamo alle stime del numero di stelle totali: siamo nell’ordine di  300,000,000,000,000,000,000,000 stelle, o – in forma più compatta – un 3 seguito da 23 zeri.

Dunque De Gregori è stato un po’ troppo cauto. Oserei dire che Dante e Kubrick (ma anche i Coldplay), privilegiando lo stupore rispetto alla stima quantitativa, forse ci hanno restituito la “giusta” attitudine verso il cielo stellato.

Quella, appunto, dello stupore.


20
ott 14

Una sorta di ricominciamento

Dopo tanto tempo di attività, sento il bisogno di capire quale è la direzione di rotta migliore per GruppoLocale.

Non è male, ogni tanto, azzardare una sorta di bilancio. O meglio, fermarsi un momento e vedere dove si è arrivati. E per farlo bisogna guardare alla strada percorsa.

Come un nuovo inizio...

Photo Credit: sierragoddess via Compfight cc

Siamo partiti ormai molti anni fa. E ogni anno è come un’era geologica, per Internet. Qui si vive in un posto dove tutto è accelerato, i cambiamenti avvengono su scala di mesi, se non di settimane appena. E siccome è un po’ di anni che siamo online, diciamo che ne abbiamo viste di cotte e di crude.

Tanto per dire, questo sito è attivo dal 2002. Pensateci: un secolo fa, per la rete. Basti dire che nel 2002 non esisteva Facebook (ebbene sì, è esistita un’epoca – probabilmente più produttiva – in cui Facebook non c’era).

Anche per quanto riguarda la divulgazione (specificamente in lingua italiana) la situazione era molto, molto diversa da quella attuale. L’offerta di buoni articoli nella nostra lingua era decisamente più povera. Di conseguenza, anche tradurre articoli dall’inglese, era una cosa utile, aveva un valore.

Ora ci muoviamo in un panorama radicalmente diverso. L’offerta di articoli di divulgazione di qualità è certamente assai più ampia. Per rimanere nell’ambito del mio ente di appartenenza, già la pagina Media INAF fa un ottimo lavoro per quanto riguarda l’aggiornamento sui risultati della ricerca astronomica. Fatti salvi casi particolari, non ha più molto senso inseguire le singole notizie, in modo asettico, per un lavoro che fanno già in modo eccellente.

Buon per noi, in fondo. E’ l’epoca della personalizzazione. Dobbiamo dare a questo blog una sua identità più specifica e definita. Possiamo prenderci il lusso di lasciare ad altri la presentazione delle notizie vere e proprie, mentre noi andiamo alla ricerca di punti di vista originali ed inediti, con i quali interpretare la ricerca sotto una luce nuova e molto specifica.

In realtà ricerca è un termine riduttivo, perché a noi interessa superare il polveroso schema delle due culture per riprendere invece il cammino di una conoscenza che sia unita e che non lasci fuori niente – un cammino dove lo stupore si coaguli come terreno d’intesa qualificante ed insieme garanzia di amicizia tra scienza, letteratura, musica, e – in definitiva –  ogni forma di umano sapere.

Fedeli al nostro motto Solo lo stupore conosce dunque cerchiamo di guadagnare una prospettiva diversa, di vedere le cose in modo che possano ancora stupirci, destare meraviglia. Mettendo l’umanità di chi fa ricerca o di chi la comprende, al centro del nostro sistema di riferimento. In poche parole, non ci interessa più il cosmo in sé stesso, ma l’uomo attraverso il cosmo.

Una sorta di ricominciamento, dunque. Perché l’avventura della scoperta dell’universo è anche e soprattutto una declinazione importante dell’avventura umana in quanto tale. Una epopea in cui – appunto – l’umanità delle persone può e deve venire alla luce, senza paura, con punti di forza e debolezze, con passioni ed emozioni, perché di tutto questo l’umano è fatto.

E per noi la ricerca verso lo spazio è anche e soprattutto una ricerca verso noi stessi.


19
ott 14

A passeggio sulla cometa?

Un dettaglio della superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ripresa dalla sonda europea Rosetta ad una distanza di soli 7,9 chilometri dalla superficie (9,9 chilometri dal centro). Crediti: ESA/Rosetta/NavCam

Un dettaglio della superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ripresa dalla sonda europea Rosetta ad una distanza di soli 7,9 chilometri dalla superficie (9,9 chilometri dal centro). Crediti: ESA/Rosetta/NavCam

A guardare questa foto sembra di essere lì, con gli occhi attaccati al vetro di oblò e nelle mani e nel cuore la tentazione di abbassare una maniglia, di aprire una porta, di uscire… Di uscire e farci una passeggiata.

-68 gradi centigradi. 7,9 chilometri dalla superficie. Mai stati così vicini.

Abituati come siamo dalle foto delle missioni Apollo, sembra un dettaglio del suolo lunare. Poi, però, a guardar meglio, l’orizzonte è troppo vicino, ci sono dei getti di materia, c’è del ghiaccio, molta polvere: non può essere la superficie del nostro satellite.

E in effetti è la superficie di una cometa. Per la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale là fuori c’è una sonda in viaggio da oltre dieci anni e mezzo, pronta per effettuare una delle missioni più spettacolari e quasi fantascientifiche per il genere umano: sganciare un piccolo robot sul nucleo di una cometa e rimanere lì, in orbita per oltre un anno a raccogliere informazioni, immagini, per scrivere qualcosa di più nel libro che racconta la storia e l’origine del nostro Sistema Solare.

Questa è la superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, scoperta nel 1969 e che la sonda Rosetta ha iniziato ad osservare sempre più da vicino, da quando, il 6 agosto scorso è entrata in orbita attorno ad essa.
Non era la 67P/Churyumov-Gerasimenko il target della sonda Rosetta e del lander Philae, ma a causa di ritardo di un anno nel lancio della missione, la prima cometa scelta, la Wirtanen sarebbe mancata all’appuntamento con la sonda dell’Agenzia Spaziale Europea. Dopo varie ricerche, si è scelta questa cometa dal nome insolito (e anche difficile da pronunciare).

Il modello del nucleo cometario, in scala 1:10.0000, è in bella mostra presso la Sala della Gran Guardia, a Piazza dei Signori, a Padova nella Mostra “Rosetta, cacciatrice di comete …e altre storie” che rimarrà aperta fino al 14 novembre 2014. Questo nucleo in miniatura (con me in foto)  è stato realizzato da Gabriele Cremonese, Marco Dima e Roberto Ragazzoni dell’INAF-Osservatorio di Padova sulla base delle immagini che ci sono giunte da Rosetta, a partire dal 3-4 agosto, quando la sonda si stava avvicinando alla cometa. A causa della rotazione del nucleo e della posizione del Sole rispetto alla cometa e alla sonda stessa, una parte del nucleo cometario non è stato ancora osservato: si tratta di circa un 30 percento che lo sarà a partire dai mesi di marzo, aprile e maggio.

Nonostante sia solo un modellino, tenere in mano il nucleo della cometa ha il suo fascino e un selfie è scappato! Crediti: Sabrina Masiero/INAF-Padova

Nonostante sia solo un modellino, tenere in mano il nucleo della cometa ha il suo fascino e un selfie è scappato! Crediti: Sabrina Masiero/INAF-Padova

Il nucleo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko non ha una forma sferica e non ricorda nessuno dei nuclei che sono stati analizzati da vicino da altre sonde. Vi sono due lobi, uno maggiore e uno minore, legati fra loro da un ponte di materia. Sembra di vedere un funghetto che ruota nello spazio. Nel lobo minore Philae atterrerà il prossimo 12 novembre 2014 alle ore 9.35 italiane. Ci vorranno ben sette ore di attesa dal momento dello sganciamento al momento del contatto (il touchdown).

Philae dovrà fare tutto da solo. Non ci sarà nessuno in grado di controllare il suo sganciamento, la sua lunga discesa e il suo ancoraggio sulla superficie della cometa. Il sito di atterraggio, denominato J dai ricercatori ESA sulla base delle lettere dell’alfabeto utilizzate per selezionare un sito ideale per Philae, è anche sufficientemente illuminato dal Sole in modo da permettere a Philae di ricaricare le batterie una volta sceso sulla cometa. Infatti, la sua autonomia è di sole 64 ore, dopodiché la strumentazione non avrebbe energia sufficiente per compiere alcun tipo di lavoro.

Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ripresa dalla NavCam a bordo della sonda Rosetta il 15 ottobre 2014. Crediti: ESA/Rosetta/NavCam

Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ripresa dalla NavCam a bordo della sonda Rosetta il 15 ottobre 2014. Crediti: ESA/Rosetta/NavCam

Dallo scorso 8 ottobre la sonda Rosetta è stata portata su un’orbita di soli 10 chilometri dalla sua superficie. La NAC, la Narrow Angle Camera a bordo della camera Osiris sta mandando a terra delle immagini a piccolo campo, molto dettagliate, ma a così a corto campo che non si riesce a capire che regione della superficie della cometa la camera ha puntato!

Se per Curiosity, il rover della NASA che si è posato sul suolo di Marte il 6 agosto 2012 si sono trattati di 7 minuti di terrore, qui, per Philae possiamo dire che ci saranno ben 7 ore di terrore.

Dita incrociate per Philae ! E voi, siete pronti per l’avventura?

Sabrina


16
ott 14

Il posto più freddo

Era stato veramente bello. Ma che freddo! Freddissimo tanto che ad un certo punto lei non vedeva l’ora di tornare a casa, al calduccio. Sì, finalmente al caldo. Le cime dei monti sono belle, bellissime, ma insomma ci vuole veramente una grande forza di volontà per andare in mezzo alla neve. Soprattutto poi, per ritornarci nel pomeriggio, dopo che hai mangiato. Certo la mattina era stato abbastanza facile, si era detto che si andava, c’era tutta l’eccitazione che viene nel fare qualcosa di diverso, di nuovo. Chi ci pensava ancora, al freddo!…

Sarà pure che questo ottobre romano è così caldo che non ci si raccapezza più (sì lo so, le ottobrate romane e tutto il resto, però qui sembra più agosto, in certi momenti). Sarà che alla fine il freddo uno lo attende quasi con trepidazione. Sarà che sto lavorando sul prossimo racconto della serie di Anita, e mi viene da ripensare alle parti già scritte, come questo incipit, tratto dal mio racconto Il posto più freddo nell’universo.

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Se questa è la vostra idea di un ambiente freddo, forse la dovrete rivedere…. :-)

 Sarà comunque che uno quando pensa l’Universo lo immagina spesso come un posto freddo (a parte Anita, come potrete leggere). E ne ha ben ragione, dopotutto. La cosa è presto stabilita: lontano da fonti di calore, la temperatura è praticamente quella del fondo cosmico, ovvero 2,7 gradi kelvin.

Ovvero, meno di 270 gradi sotto lo zero Celsius.

Il che è parecchio freddo, non c’è che dire. 

Immaginiamoci un momento, dispersi in un punto imprecisato tra una galassia e l’altra. Godremmo non solo di una temperatura inferiore ai 3 kelvin, per l’appunto, ma saremmo anche persi nel vuoto totale. Vuoto, davvero: parliamo di pochi atomi di idrogeno per centimetro cubo. E’ impressionante, a pensarci bene: come l’atomo risulta per la maggior parte vuoto, così l’Universo –  che siamo abituati a pensare come affollatissimo – in realtà è formato (in volume) perlopiù da spazio galattico, assolutamente vuoto.

Ma certo, dipende da dove ti trovi. Puoi passare dai pochi kelvin della radiazione cosmica di fondo, a valori oltre il milione, tipici ad esempio delle corone solari: senz’altro uno dei posti più caldi.

Va bene, ma il posto più freddo qual è? Se lo chiede la nostra Anita, tornando da una gita in montagna. Fa così freddo sulla neve, che non sembra possibile trovare posti più freddi, proprio no. Ma guarda che vi sono posti dove fa molto più freddo, la avverte la mamma. E siccome la mamma studia l’universo, c’è da darle credito. E mentre il papà anela a conoscere i risultati delle partite, si sviluppa un dialogo, in cui si parla di temperatura dell’universo, ma anche del cuore.

Un dialogo che – se non lo avete fatto già – potere leggere e commentare su Scientificando, il blog di Annarita Ruberto.  


10
ott 14

Due ore…

“Sono passati quattro anni e stiamo tuttora gongolando e imparando dalle due ore di dati raccolti su Lutetia durante il flyby di Rosetta”

Matt Taylor, Space Astronomy Centre dell’ESA in Spagna

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