La formazione della Luna, e il sacrificio di Theia…

In questo intervento creato apposta per GruppoLocale, l’astrofisica Alessandra Mastrobuono Battisti ci descrive in parole semplici la ricerca sull’origine della Luna, che ha portato il suo gruppo a pubblicare sulla prestigiosa rivista Nature, e che ha avuto eco rilevante anche nei giornali italiani. 

alexPensateci. La notte non sarebbe certo la stessa senza la Luna: tutti diamo un po’ per scontato che il cielo sia stato sempre cosi’ come e’ oggi, con il nostro splendido satellite a farci compagnia. Dimentichiamo però che siamo in un universo alquanto dinamico, e la realtà è piuttosto diversa: oggi sappiamo che il sistema Terra-Luna  e’ in effetti il risultato di un evento catastrofico, figlio della fase finale della formazione del nostro pianeta.

Per capire meglio, dobbiamo tornare un pochino indietro. Ai primordi del Sistema Solare, per l’esattezza. A quel tempo (qualche miliardo di anni fa), il Sole era circondato da un disco di planetesimi, piccoli oggetti costituiti da rocce e metalli, con tutti gli elementi chimici che oggi troviamo sulla Terra. Questi planetesimi hanno una importanza chiave, per la nostra stessa vita, perché proprio dalla collisione e aggregazione di questi oggetti sarebbero nati i pianeti.

L’ultima grande collisione subita dalla Terra, probabilmente con un embrione planetario delle dimensioni di Marte, chiamato Theia – come la madre di Selene, la dea della Luna nella mitologia Greca – ha causato la formazione di un disco di detriti intorno alla Terra.  L’impatto tra i due corpi deve essere stato davvero devastante. Da parte di questi detriti ebbe però origine la nostra meravigliosa Luna.

Una spaventosa collisione tra corpo planetari è all'origine della nostra Luna. Credit: Hagai Perets. In the image construction we made use of real images of Venus (credit:ESA) and Mars (credit:NASA) and artificial stellar background (credit:psdgraphics).

Una spaventosa collisione tra corpo planetari è all’origine della nostra Luna. Crediti: Hagai Perets. ESA, NASA, psdgraphics).

Eccoci, dunque. Questa teoria spiega perfettamente la formazione della Luna, eppure… per trenta anni e’ stata dibattuta da diversi scienziati, in modo anche molto serrato. Per un semplice motivo: la Terra e la Luna sembravano essere simili, decisamente troppo simili per essersi formate in questo modo.

Basandosi su complesse simulazioni della collisione che formo’ la Luna, i ricercatori hanno capito che la maggior parte del materiale che ando’ a formare la Luna proveniva da Tehia e non dalla Terra come si pensava in precedenza. Ed ecco quello che, per molto tempo, ha creto il problema. Da analisi di meteoriti provenienti da asteroidi e da Marte sappiamo che la composizione chimica, ed in particolare il contenuto di ossigeno della classe di oggetti alla quale Tehia sarebbe appartenuta, e’ in realtà molto diverso da quello esistente sulla Terra.

Quindi anche Tehia doveva essere diversa dalla Terra e dunque generare una Luna altrettanto differente. Però i dati, appunto, da tempo ci indicano il contrario: da campioni di rocce lunari riportateci indietro dalle varie missioni Apollo si e’ evinto che la Luna ha un contenuto di ossigeno – per  fare un esempio – praticamente indistinguibile da quello della Terra.

Questa “piccola” contraddizione ha adombrato la teoria dell’impatto gigante per oltre 30 anni.

Alla base di questa contraddizione vi e’ pero’ un’assunzione, da sottoporre a verifica: Theia è un pianeta proveniente da una regione diversa del sistema solare rispetto alla Terra e dunque deve avere composizione chimica diversa da essa. Ma va anche detto che Tehia e’ diversa dagli altri pianeti o asteroidi sopravvissuti nel sistema solare. Dopotutto, ha colpito la Terra (buon per noi che non eravamo ancora a zonzo sul pianeta perché la cosa non deve essere stata troppo piacevole…) e per farlo la sua orbita non deve essere stata troppo diversa da quella della Terra.

Poiche’ la composizione chimica degli oggetti nel disco protoplanetario dipende dalla distanza dal Sole, le proprieta’ chimiche dei pianeti dipendono dalla zona in cui hanno “raccolto” il materiale da cui si sono formati. Arriviamo allora al punto, come capite: se Tehia e la Terra avevano orbite simili, avranno anche raccolto materiale da zone simili e, probabilmente, avranno avuto composizione chimica piu’ simile di quanto finora ritenuto.

In questo filone si introduce esattamente la nostra ricerca.

Fino ad oggi le simulazioni della formazione del sistema planetario erano state utilizzate quasi esclusivamente per studiare la composizione chimica e le proprieta’ dei diversi pianeti. Nel nostro lavoro, pubblicato su Nature il 9 di aprile, le abbiamo invece sfruttate per confrontare la composizione chimica dei pianeti con quella dell’ultimo corpo che ha colliso con ciascuno di loro.

Questo confronto ci ha rivelato che tra il 20% e il 40% degli analoghi di Tehia hanno composizione chimica simile a quella del pianeta colpito. Potrebbe sembrare poco, ma in precedenza si pensava che questo fosse possibile solo nell’1% dei casi.

Questo lavoro dunque potrebbe dare una spinta importante per sciogliere, finalmente, la trentennale impasse, dimostrando che e’ effettivamente possibile che la Luna si sia costituita a seguito di questo grande impatto, anche avendo ottenuto tutto il suo “materiale di formazione” da Tehia.

Quando dunque guarderemo la luna, nelle notti terse e limpide di questa primavera ormai inoltrata, o quando la ammireremo nelle notti d’estate, sarà forse bello andare con la mente al  suo progenitore, “sacrificatosi” per la sua stessa formazione. Ed anche comprendere come alle volte, a seguito di eventi più che catastrofici, possano sorgere scenari di tale pacata  e serena bellezza.

(Rielaborazione ed integrazione: Marco Castellani)

Mille miliardi di stelle…

.. ed anche di più! Immensamente di più! E’ una di quelle situazioni in cui una ricerca, una immagine, una sequenza animata, dice qualcosa che travalica il mero dato scientifico, che sorpassa facilmente la cerchia dei tecnici e delle persone la cui competenza professionale è focalizzata nel medesimo cono di luce, nella stessa articolazione di interessi. Perché coinvolge tutti gli uomini, li prende e li afferra nel loro senso primordiale di meraviglia, di sbigottimento. Davanti ad un universo immenso, pienissimo di stelle.

Potrebbe definirsi l’immagine più grande mai realizzata. E’ un elefante di un miliardo e mezzo di pixel, e ci vogliono più di quattro GB di spazio disco per memorizzarla. Ed è – davvero – mozzafiato. L’ha realizzata la NASA ed è una istantanea della galassia Andromeda, una delle galassie più grandi a noi più prossime. L’immagine globale è la composizione di 411 foto acquisite da Hubble, e ci porta in un viaggio attraverso cento milioni di stelle, esteso più di 40.000 anni luce (o diciamo, almeno una parte).

E’ bello percorrerla in una sequenza animata. Veramente trovo il video impressionante, e lo dico come astrofisico, cioè persona che  con le cose del cielo, più o meno, dovrebbe avere ormai una certa familiarità. Eppure c’è da rimanere colpiti, nel percepire tale immensità. Ma ora basta parole: guardate il video, e vi consiglio caldamente di allargarlo a pieno schermo.

E’ palpabile il senso di immensità, dico bene? Quanto siamo piccoli, in questo universo. O meglio, come più mi piace pensare, quanto è grande e meraviglioso l’universo intorno a noi.

D’accordo. Niente di nuovo, in fondo. A parte la bellezza dell’immagine e del video ad essa collegato. Sono cose che sappiamo, in senso astratto. Eppure anche qui c’è da fare qualcosina. Una cosa così piccola e laterale come una rivoluzione. Perché sono idee, concetti, figure di ragionamento, che troppo spesso ci scivolano addosso senza commuoverci, senza muovere il cuore, senza destarci stupore.

Non riesco a non interrogarmi davanti a cose come questa. A cose che improvvisamente mi aprono la mente, mi restituiscono improvvisamente il senso della meraviglia.

p1502aw-no-text_0

Una porzione del nostro ingombrante e meraviglioso “vicino” cosmico. Crediti: NASA, ESA, J. Dalcanton, B.F. Williams, and L.C. Johnson (University of Washington), the PHAT team, and R. Gendler

Eh già, sarà ben per questo.

Mi dico che è per questo. E’ un problema di conoscenza. Le idee non muovono niente, se rimangono nel cervello. Potrei snocciolare i numeri più mirabolanti, riguardo la quantità di stelle e l’immensità degli spazi, e strapparvi al più uno sbadiglio. “Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione”, cantava acutamente Giorgio Gaber diversi anni fa. Dimostrando – a mio modestissimo avviso – di aver capito in tempi non sospetti cosa è veramente una rivoluzione, come deve partire da noi per potersi propagare poi all’esterno in modo fecondo.

Rimbocchiamoci le maniche, amici. Dobbiamo regalare anche alla scienza l’opportunità di una ripartenza, di una ripresa della conoscenza emotiva. Questa è, io credo, una delle sfide per la nuova comunicazione scientifica del millennio che si è appena aperto. Ma ormai è tempo. Un’altra scienza è possibile e necessaria (Marco Guzzi). E Andromeda è lì, con le sue meraviglie, come un invito ad un percorso nuovo. Mirabolante. Davvero stellare.

La magia di un’eclisse

Tutti insieme a guardare in alto. Ed è ancora uno spettacolo, l’eclisse. Siamo sofisticati  e pieni di gadget tecnologici, eppure – per fortuna – rimane sempre qualcosa, rimane sempre una occasione di stupirsi, che il cuore attende. Soprattutto, rimane il brivido di ritrovarsi fruitori di uno spettacolo celeste, di ritornare al dato originale, alla meraviglia per l’avventura del cielo.

Lo sappiamo: uno non è che ci pensa molto, al cielo. E’ vero, ha una immensità sopra la testa, una cosa che a ragionarci un poco, è davvero da capogiro: distese sterminate di stelle e galassie, pianeti e poi quasar e buchi neri, e ogni altra possibile occasione di meraviglia.

Ma è normale, non ci pensiamo.

Abbiamo tutti le nostre cose da fare, le nostre urgenze, le nostre priorità. Abbiamo tutti il pensiero “appena messa a posto questa o quella situazione, allora sì che mi potrò rilassare…”, di quello che girano sempre in background,  perché il nostro ego ragiona così, fa la cosa che gli è propria: rimanda eternamente.

Allora riprendersi la meraviglia di ogni giorno – delle cose piccole e grandi – può essere una delle strategie con cui intendiamo reclamiamo di nuovo il posto di guida nella nostra vita. E diciamo a noi e al mondo che la vita è adesso, come recita il titolo di una struggente canzone di Baglioni. Permettersi lo stupore di una eclissi è appena questo, probabilmente.

L'eclisse... al suo meglio (Foto di Massimo Dall'Ora)

L’eclisse… al suo meglio (Foto di Massimo Dall’Ora)

Così è confortante che il cielo, con il suo antichissimo spettacolo, sorpassa tutte le nostre difese e le nostre sofisticazioni. Grandi e piccoli, non c’è differenza. Quel giorno il piccolo bimbo dell’asilo e il professionista di mezza età, l’atleta e lo scrittore, l’infermiere e chi è in cerca di lavoro, tutti si sono sentiti coinvolti – almeno per un momento – dallo spettacolo che il cielo aveva organizzato per loro.

Tutti:  anche chi, non avendo strumenti per guardare il cielo con sicurezza, lo scorso venerdì mattina ha giustamente evitato di mettere a rischio la retina. Tutti accomunati almeno da un friccico di curiosità. Tutti bene o male stupiti che il cielo si fosse per una volta preso il ruolo di protagonista, entrando a gamba tesa tra le storie e le vicende umane.

Che poi sono cento anni che il Sole non si oscura il giorno dell’Equinozio di Primavera, mica ne potremo vedere tante di eclissi così…

Io venerdì mi trovavo per lavoro nella sede di Tor Vergata dell’ASI Science Data Center, e ho così potuto vedere due spettacoli insieme. Uno, quello dell’eclisse (grazie ad un previdente collaboratore che aveva portato gli apposito occhialetti, utile residuo di una precedente eclissi). L’altro, parimenti interessante, di tanti colleghi  – giovani e meno giovani – attraversati da un entusiasmo genuino e delicatissimo, da un desiderio di vedere e di partecipare che nessun manuale teorico sui corpi celesti o nessun livello di sofisticata erudizione potrà mai soddisfare pienamente.

Per questo non mi entusiasmano certe letture forzatamente disincantate, che mi è capitato di incontrare sul web. Non perché non abbiano anche delle ragioni, ma perché secondo me non colgono il punto. Il punto è proprio questo, che rischiamo di perdere un’altra occasione per ragionare sul cielo e sulle sue meraviglie.

Perché al di là di tutto, è questo il vero pregio di un fenomeno come l’eclisse. Che ci fa capire che il cielo c’entra con le vicende umane. Per un attimo – per un momento appena – ma lo fa: ci spiazza, ci toglie dal pigro e placido pensiero che tutto ciò che conta è ad altezza naso (o più in basso). Ci rimanda a qualcosa di immensamente più grande di noi, come sono  appunto i corpi celesti.

Mi viene in mente un verso della Bibbia, che dice

“chiamato a guardare in alto / nessuno sa sollevare lo sguardo”  (Osea 11)

In fondo anche un’eclissi è come un richiamo a guardare in alto. Ad uscire dal perimetro delle cose usuali, ad introdurre possibilità ed ingredienti nuovi nella miscela usuale che ci prepariamo, a riconsiderare la possibilità di un imprevisto, nelle nostre vite troppo programmate, e per questo -alle volte – così misteriosamente noiose a noi stessi.

Diceva Montale in Prima del viaggio che

 un imprevisto

è la sola speranza. Ma mi dicono

che è una stoltezza dirselo.

Per me l’eclissi è questo. Per quanto accuratamente anticipata, accade comunque come un imprevisto che smuove la nostra vita. E forse ci suggerisce che gli stolti sono loro, quelli che pensano l’imprevisto come una ultima stoltezza.

Perché sono loro, alla fine, che si perdono qualcosa…

Un flirt cosmico

Aurora fotografata da Warren Justice, Whirlpool Lake, Riding Mountain National Park, Manitoba, Canada. Strumentazione: Canon 5D 24 mm lenti fl.4.. Fonte Space Weather.com

Aurora fotografata da Warren Justice, Whirlpool Lake, Riding Mountain National Park, Manitoba, Canada.
Strumentazione: Canon 5D 24 mm lenti fl.4.. Fonte Space Weather.com

Quante volte abbiamo osservato le splendide immagini di aurora polari? Qualcuno di noi e’ stato pure fortunato a vederle e a fotografarle.

Non avvengono solo sulla Terra. Anche su altri pianeti si formano le aurore. Su Giove, per esempio.

Hubble Space Telescope cattura questa aurora nel marzo 2007 sul'emisfero nord di Giove. Crediti: NASA/JPL/HST

Hubble Space Telescope cattura questa aurora nel marzo 2007 sul’emisfero nord di Giove. Crediti: NASA/JPL/HST

Tra il 17 e il 21 marzo 2007 l’Hubble Space Telescope ne ha catturata una di grandiosa mentre stava seguendo il fly by della sonda New Horizons (avvenuto il 28 febbraio), quella sonda che quest’anno raggiungerà la sua meta finale, il sistema Plutone-Caronte. L’aurora, catturata dalla camera ultravioletta a bordo di HST denominata Advanced Camera for Survey, aveva un’estensione di centinaia di chilometri e si trovava a circa 250 chilometri al di sopra di quella che possiamo definire “superficie” del pianeta (anche se non esiste una vera e propria linea di demarcazione tra il gas dell’atmosfera e la superficie, trattandosi di un pianeta gassoso). L’aurora viene prodotta da particelle elettricamente cariche emesse da Sole vengono catturate dal campo magnetico del pianeta e interagiscono con gli atomi dell’alta atmosfera gioviana attraverso un processo del tutto simile a quello che si osserva nelle aurore terrestri, tranne per il fatto che il campo magnetico gioviano e’ di parecchi ordini di grandezza più intenso di quello terrestre.

L'aurora nell'emisfero sud del pianeta Giove in luce ultravioletta catturata dalla Advanced Camera for Survey a bordo di HST. Crediti: NASA/JPL/HST

L’aurora nell’emisfero sud del pianeta Giove in luce ultravioletta catturata dalla Advanced Camera for Survey a bordo di HST. Crediti: NASA/JPL/HST

Ma quanto più intenso?

Questa interazione tra le particelle emesse dal Sole e quelle dell’atmosfera gioviana producono delle emissioni estremamente intense. Le immagini nell’ultravioletto permettono di osservarle (ricordiamo che e’ una banda invisibile ad occhio umano). Tipicamente, raggiungono una luminosità 10-100 volte maggiore di quella registrata nelle regioni polari terrestri.

Oltre a Giove, anche su Urano sono state osservate delle aurore. Facciamo un ulteriore balzo, e andiamo a vedere che cosa succede li’.

Il primo tentativo da molto vicino per osservare le aurore su Urano si ebbe durante il flyby della sonda Voyager 2, nel 1986. Urano e’ estremamente lontano, oltre 4 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra. Dal 1986 al 2011 Urano venne un pochino dimenticato, o meglio, non si ebbe piu’ loccasione di studiarne la sua magnetosfera con telescopi da terra e dallo spazio. Fino a quando, appunto, HST punto’ il suo potente occhio.

Si tratta di un mondo lontano ma estremamente peculiare per quanto riguarda l’orientazione del suo asse di rotazione. Mentre gli altri pianeti sono più o meno simili a delle trottole in rotazione attorno al Sole, Urano si può pensare a una trottola che e’ stata colpita su un fianco ma che mantiene ancora la sua rotazione.

Che aurore ci sono su Urano? Un pochino peculiari, come lo e’ il pianeta. Sono di breve durata, circa due minuti, e sottoforma di deboli puntini luminosi. Sulla Terra le aurore cambiano posizione e fanno cambiare di colore il nostro cielo, dal verde al viola per molte ore, a seconda della quantità di energia rilasciata durante le interrazioni tra le particelle.

Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.

Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.

Si fa l’ipotesi che l’aspetto delle aurore su Urano sia legato alla singolarità nella rotazione del pianeta e alle caratteristiche del suo asse magnetico. L’asse del campo magnetico e’ non solo spostato dal centro del pianeta, ma anche inclinato di 60 gradi dall’asse di rotazione, un’inclinazione estrema se confrontata con gli 11 gradi di differenza nel caso terrestre. Probabilmente, il campo magnetico di Urano e’ generato da un oceano salato al suo interno. Non si spiegherebbe altrimenti l’asse magnetico fuori centro.

Non solo. Le aurore catturate nel 2011 sono differenti da quelle osservate dal Voyager 2.Quando la sonda spaziale compì il suo flyby col pianeta, Urano era vicino al suo solstizio e il suo asse di rotazione era perciò puntato verso il Sole. In tale configurazione, l’asse magnetico formava un angolo molto grande con la direzione del flusso del vento solare, dando vita a una magnetosfera simile a quella della Terra, sebbene molto più dinamica. Grazie a questa configurazione legata al solstizio, le aurore su Urano durarono molto di più rispetto a quelle osservate da HST, e vennero osservate principalmente nella parte buia, o notturna, del pianeta, proprio come avviene sulla Terra.

Ora, pero’, torniamo sulla Terra. Vorrei raccontare qui una storia legata all’aurora. Non e’ proprio vero. Non saro’ io a raccontarla. E’ una storia che dura tre minuti. Ed e’ una storia che ha del romantico in se’. L’incontro tra Sole e Terra.

Ve la racconta Alessandra Zaino (che attualmente collabora per l’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera) e che nei giorni scorsi ha partecipato a FameLab a Bologna. Il racconto inizia al minuto 7.40. La storia si intitola Flirt Cosmico.

E’ un incontro magico, fatto di luci, fatto di emozioni. Un po’ come l’eclissi del 20 marzo che ha richiamato 500 persone a Milano, 300 persone a Bologna, altrettante a Padova. Tutti con gli occhi a guardare un incontro che suscita fascino da millenni. Anche quello delle aurore ha un fascino tutto speciale.

Fonti – Hubble Site – Hubble Monitors Jupiter in Supporto f the New Horizons Flyby 

Altre informazioni su – Space REF – NASA’s Hubble Space Telescope Follows Jupiter’s Aurorae During New Horizons Flyby 

AGU – American Geophysical Union – Uranus Auroras Glimpsed from Earth

Un ringraziamento speciale ad Alessandra Zaino.

Sabrina

Cinguettando dalla frontiera…

Sono stati due giorni decisamente interessanti, in alcune parti anche scoppiettanti. Mi riferisco al meeting Astrofrontiere organizzato da Stefano Borgani, Enzo Brocato, Fabrizio Fiore, Monica Tosi e Paolo Vettolani.

Due giorni per fare il punto sui problemi aperti nei vari settori, opportumanete divisi in cinque sezioni che rendono conto bene di ciò su cui la comunità astronomica sta lavorando, e sul suo forte bisogno di ripensare continuamente se stessa per rinascere nuova in ogni momento, evitando uno stato stazionario che – se cosmologicamente non è più supportato praticamente da nessuno – organizzativamente per INAF significherebbe una stasi mefitica. I settori sono questi, e come vedete c’è spazio per tutti:

  1. ASTROFISICA DELLE STRUTTURE COSMICHE BARIONICHE
  2. SISTEMA SOLARE, SISTEMI PLANETARI E ORIGINE DELLA VITA
  3. COSMOLOGIA
  4. GRAVITA` E FISICA FONDAMENTALE
  5. DISCUSSIONE GENERALE E CONCLUSIONI

Non affonterò qui la spinosa questione del precariato dentro INAF, che è stata origine di qualche dibattito anche (giustamente) vivace nelle fasi conclusive del meeting. Al proposito mi limito ad indirizzarvi al post molto interessante di Angelo Adamo che, benchè scritto prima dell’evento, fotografa egregiamente la situazione, che per molti versi (ed è il minimo che si può dire) appare decisamente problematica. Questo tweet dice già molto (disegno di Angelo Adamo)…

Vorrei invece indulgere verso un angolo di vista più originale, ragionando con voi sulla declinazione mediatica del meeting.  Astrofrontiere è stato infatti trasmesso (praticamente) in diretta sul canale streaming di INAF-TV, rendendo così possibile virtualmente a chiunque di partecipare pur non essendo fisicamente nella sala dell’Accademia del Lincei in Roma.

Parallelamente allo streaming audio/video, è stato stabilito un hashtag Twitter relativo all’evento, individuato appunto in #astrofrontiere, che ha reso possibile generare un flusso di tweet legati all’evento stesso e visualizzati in un box a destra della pagina stessa di INAF-TV.

Inizialmente un po’ dubbioso, ho potuto presto apprezzare molto la possibilità di seguire in streaming. Astrofrontiere infatti, per la sua specifica natura, si è venuto a definire come una ottima opportunità per apprendere in un tempo relativamente contenuto lo stato presente di ogni settore, le direzioni di sviluppo, i problemi aperti, le questioni irrisolte. Un solo tweet come esempio…

I vari interventi mi sono apparsi piacevolmente chiari e deliziosamente esenti da sterile specialismo (che purtroppo affligge una importante percentuale di seminari di Istituto): dunque potenzialmente fruibili per una più ampia audience, ben al di fuori del recinto dei dipendenti INAF.

Personalmente, ho potuto apprezzare molto questa carrellata su temi astronomici lontani dalla mia area di lavoro, ho capito anzi che se c’è qualcosa che manca al momento è un vero canale di comunicazione tra i vari settori: al momento è piuttosto un canale virtuale che si apre in relazione ad alcuni eventi, come questo, ma nella vita (professionale) ordinaria è spesso tragicamente strozzato.

Detto ciò, apprezzabilissimo – in linea di principio – è il flusso Twitter legato al citato hashtag. In linea di principio – ribadisco – un simile flusso garantisce la visibilità ad una pluralità di voci e opinioni, senza alcun “controllo centrale”: basta inserire la stringa #astrofrontiere nel tweet e si compare nel flusso visualizzato nella pagina di INAF-TV.

Purtroppo questa possibilità è ancora ampiamente virtuale, perché – di fatto – sono (ancora) pochi gli astronomi che pubblicano messaggi su Twitter legati all’evento. Perlopiù la diretta Twitter è stata coperta (in modo eccellente) da MEDIA INAF stessa. Felice eccezione Ronald Drimmel che ha twittato (e parlato) sulla missione GAIA (su questo torniamo dopo)

Anche qui a GruppoLocale si è cercato di coprire almeno parte dell’evento (ho trovato molto stimolante la cosa, formulare i messaggi mi aiuta e mi motiva a seguire gli interventi). Sono stato contento di riceverne anche credito, nel pomeriggio di ieri…

Quindi, anche se nella soddisfazione del credito ricevuto, un po’ di rimpianto, per come sarebbe potuto essere. Certo nessuno può obbligare un astronomo a twittare, soprattutto se pensa che sia una perdita di tempo. Forse ogni tanto lo è, eppure sarebbe stato veramente istruttivo nutrirsi di una pluralità di voci e pareri sulla timeline dell’evento.

Forse, in futuro? Chissà.

Per ultimo, in questa lettura volutamente parziale ed incompleta della storia, permettetemi una nota di soddisfazione. Essendo coinvolto in GAIA, ho apprezzato, seguendo i vari interventi, come veramente il satellite – sperso lassù nel cielo a un milione e mezzo di chilometri da noi – sia anche ben presente nella testa di tutti gli astronomi, per quello che promette di realizzare (e sta già iniziando a fare)

GAIA avrà un forte impatto su tutta l’astronomia degli anni a venire, e diventa sempre più difficile non tenerne conto… ;-)

Mi fermo qui, ci sarebbe tanto tanto da dire, ma vi lascio ai filmati dell’evento tutti disponibili sul canale YouTube di INAF e alla consultazione dello streaming Twitter completo.

Per stimolare il vostro appetito, finisco con la slide relativa alle sfide che ci aspettano nel secolo presente, secondo il consiglio scientifico di INAF: il minimo che si può dire, è che c’è trippa per gatti…! 

Related Posts with Thumbnails