Speriamo nella vita extraterrestre ma… Non sembra ce ne sia molta
Immagine disponibile su: http://www.universetoday.com/wp-content/uploads/2012/04/milky-way-planets.jpg
Per molti di noi cresciuti ascoltando Carl Sagan, guardano le sonde spaziali robotizzate muoversi su altri mondi, e allo stesso tempo, indulgendo in libri di fantascienza o film, è un dato di fatto: un giorno troveremo la vita da qualche altra parte del nostro sistema solare e nell’universo.
Ma siamo troppo ottimisti?
Due ricercatori, Edwin Turner della Princeton University e David Spiegel dell’Institute for Advanced Study affermano che le nostre speranze e le nostre aspettative di trovare ET potrebbero essere basate più sull’ottimismo che su prove scientifiche e le recenti scoperte di pianeti extrasolari, che potrebbero essere simili alla nostra Terra, stanno portando più in alto le nostre speranze.
L’astrofisico Edwin Turner e il ricercatore David Spiegel affermano che l’idea che la vita si possa sviluppare in un altro ambiente simile alla Terra ha solo una piccola possibilità di avvenire. Le prove a sostegno di questa ipotesi sono scarse, la maggior parte sono estrapolate da ciò che si conosce sugli studi della comparsa della vita sulla Terra primordiale. La ricerca di questi due scienziati porta ad affermare che le aspettative che la vita si possa presentare su ipotetici esopianeti è in gran parte basata sull’assunzione che si debbano presentare le medesime condizioni che si sono presentate sulla Terra miliardi di anni fa all’atto della formazione del nostro pianeta.
Utilizzando un’analisi Bayesiana, che pesa quanto una conclusione scientifica derivi da dati reali e quanto derivi dalle ipotesi precedenti del ricercatori, i due studiosi hanno concluso che la conoscenza attuale della vita su altri pianeti porta a ritenere che la Terra possa essere un’aberrazione cosmica, dove la vita ha preso forma in modo inspiegabilmente veloce. Se fosse così, allora la probabilità che un pianeta di tipo terrestre possa ospitare forme di vita è piuttosto basso.
“Evidenze fossili suggeriscono che la vita iniziò molto presto nella storia della Terra e ciò ha portato le persone a stabilire che la vita possa essere piuttosto diffusa nell’universo perchè si è manifestata così in fretta qui, ma la conoscenza della vita sulla Terra semplicemente non ci rivela molto sull’attuale probabilità di vita su altri pianeti” ha affermato Turner.
Di conseguenza, se un ricercatore parte dal presupposto che le possibilità di vita esistente su un altro pianeta siano grandi quanto quelle sulla Terra, allora i risultati scientifici saranno tali da supportare tale assunzione, ha continuato Turner.
“C’è un’argomentazione che spesso si sente e che afferma che la vita deve essere comune, altrimenti non si sarebbe presentata così in fretta dopo che la superficie terrestre si raffreddò” ha affermato Joshua Winn del Massachusetts Institute of Technology. “Questo argomento sembra convincente da una parte, ma Spiegel e Turner hanno mostrano che non regge ad un esame rigoroso da un punto di vista statistico. Con un campione di un solo pianeta abitabile non si può in effetti ottenere una stima corretta su quanto riguarda l’abbondanza della vita nell’universo”.
E’ vero che la scienza si basa sui fatti e non sulle nostre percezioni o sensazioni visceerali. Ma c’è una forte argomentazione basata sul fatto che abbiamo bisogno di essere ispirati per fare meglio, per essere coinvolti anche nella scienza. Lo scrittore Andrew Zimmerman Jones ha scritto che moltissimi scienziati sono stati spronati a scegliere la loro carriera nella scienza perchè da piccoli la fantascienza li aveva guidati in quella direzione.
“La fantascienza più bella si ispira dalle stessa cosa che ha ispirato le più grandi scoperte scientifiche negli anni, l’ottimismo e il futuro” ha scritto Jones.
E forse questo è quello che, in gran parte, sta dietro le nostre speranze nel trovare ET: l’ottimismo e il futuro della razza umana, che un giorno potremo davvero viaggiare verso altri mondi e trovare nuovi amici, per esplorare strani mondi, alla ricerca di nuova vita e di nuove civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è arrivato prima”.
Turner e Spiegel affermano di non voler dare giudizi, ma solo fare un’analisi dei dati esistenti che suggeriscono che il dibattito sull’esistenza di forme di vita su altri pianeti è incominciato in gran parte dalle ipotesi precedenti di altri protagonisti.
Potrebbe essere che la vita sia nata sulla Terra in un certo modo e che si sia presentata in modi differenti su altri (se si è presentata su altri). Naturalmente, il modo migliore per scoprirlo è di cercare. Ma non penso che lo sapremo discutendo il processo di come la vita sia nata sulla Terra”.
Articolo originale: David S. Spiegela e Edwin L. Turnerb, Bayesian analysis of the astrobiological implications of life’s early emergence on Earth, doi: 10.1073/pnas.1111694108 PNAS January 10, 2012 vol. 109 no. 2 395-400 ; disponibile su: http://www.pnas.org/content/early/2011/12/21/1111694108.abstract
Fonte UniverseToday: http://www.universetoday.com/94838/we-really-hope-et-is-out-there-but-theres-not-enough-scientific-evidence-researchers-say/#more-94838
Sabrina
Un aurora su Urano
L’aurora su Urano catturata dall’Hubble Space Telescope nel novembre 2011. Crediti: Hubble Space Telescope/NASA.
Per la prima volta i ricercatori hanno catturato le immagini di un’aurora nell’atmosfera del gigantesco pianeta Urano, trovando un’ulteriore prova di quanto sia peculiare un mondo così lontano.
Rilevata grazie ad una serie di osservazioni accuratamente pianificate con l’Hubble Space Telescope, il nuovo spettacolo di luci provenienti da Urano è stato di breve durata e sottoforma di deboli puntini luminosi. Le aurore su Urano sono differenti dalla scie molto colorate che si osservano spesso nelle regioni polari terrestri in presenza di un’alta attività magnetica solare.
Nelle nuove osservazioni, che sono le prime a catturare un’aurora su Urano con un telescopio terrestre, i ricercatori hanno rilevato un paio di volte delle macchie luminose sul lato diurno di Urano, il lato visibile anche da Hubble stesso. In precedenza, l’aurora era stata misurata utilizzando strumenti a bordo di una sonda spaziale di passaggio, il Voyager 2. A differenza delle aurore sulla Terra, che possono cambiare posizione e far cambiare di colore il nostro cielo, rendendolo verde e viola per molte ore, le aurore su Urano sono appena rilevabili e durano appena un paio di minuti.
In generale le aurore sono una caratteristica della magnetosfera, l’area che circonda un pianeta che è controllata dal suo campo magnetico e modellata dal vento solare, un flusso continuo di particelle elettricamente cariche provenienti dal Sole. Le aurore sono prodotte nell’atmosfera e guidate dal campo magnetico in prossimità dei poli magnetici. Questo è il motivo per cui le aurore si osservano solo ad alte latitudini.
Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.
Ma, contrariamente alla Terra o anche a Giove e Saturno, “la magnetosfera di Urano è molto poco conosciuta” ha affermato Laurent Larry dell’Observatoire de Paris a Meudon, Francia, che ha guidato la ricerca.
I risultati del suo team, che comprende ricercatori dalla Francia, Regno Unito e dagli Stati Uniti, sono stati pubblicati su Geophysical Research Letters, una rivista dell’American Geophysical Union.
Le aurore su Urano sono più deboli di quelle terrestri e il pianeta è molto lontano, più di 4 miliardi di chilometri di distanza da noi. Altri precedenti tentativi di osservare aurore sul pianeta erano stati del tutto inconcludenti. Gli astronomi diedero, infatti, l’utima occhiata da vicino alle aurore di Urano ben 25 anni fa, quando il Voyager 2 passò molto vicino al pianeta ottenendo anche degli spettri del pianeta.
“Questo pianeta è stato studiato in grande dettaglio solo una volta, durante il flyby del Voyager, nel 1986. Da allora, non abbiamo avuto più opportunità di ottenere nuove osservazioni della sua magnetosfera davvero insolita” ha notato Lamy.
I planetologi sanno che Urano è un pianeta stravagante tra i pianeti del nostro sistema solare per quanto riguarda l’orientazione del suo asse di rotazione. Mentre gli altri pianeti sono più o meno simili a delle trottole in rotazione attorno al Sole, Urano si può pensare a una trottola che è stata colpita su un fianco mache mantiene ancora la sua rotazione.
I ricercatori sospettano che l’aspetto familiare delle aurore osservate di recente è dovuta alla singolarità nella rotazione di Urano e alle caratteristiche peculiari del suo asse magnetico. L’asse del campo magnetico è sia spostato dal centro del pianeta sia inclinato di 60 gradi dall’asse di rotazione, un’inclinazione estrema confrontata con gli undici gradi di differenza nel caso terrestre. I ricercatori avanzano l’ipotesi che il campo magnetico di Urano sia generato da un oceano salato al suo interno al fine di spiegare l’asse magnetico fuori centro.
Le aurore osservate su Urano nel 2011 differiscono non sono da quelle terrestri ma anche da quelle precedentemente catturate dal Voyager 2. Quando questa sonda spaziale compì il suo flyby col pianeta decenni fa, Urano era vicino al suo solstizio, e il suo asse di rotazione era perciò puntato verso il Sole. In tale configurazione l’asse magnetico formava un angolo molto grande con la direzione del flusso del vento solare, dando vita ad una magnetosfera simile a quella terrestre, sebbene molto dinamica. Sotto quelle condizioni del solstizio del 1986 le aurore durarono di più di quelle osservate l’anno scorso ed erano visibili sul lato notturno del pianeta, un evento simile a quello che si osserva sulla Terra. Hubble Space Telescope non può osservare il lato opposto del pianeta e, per questo motivo, i ricercatori non sono in grado di capire che tipo di aurore, se presenti, si siano prodotte in quella regione.
Il nuovo set di osservazioni, comunque, è stato ottenuto nel momento in cui il pianeta si trovava vicino all’equinozio, quando l’asse di rotazione del pianeta puntava verso il Sole, e l’asse si allineava quasi perpendicolarmente con il flusso del vento solare. Dato che il campo magnetico del pianeta è inclinato, la rotazione diurna di Urano durante il periodo dell’equinozio fa sì che ciascuno dei suoi poli magnetici puntino una volta al giorno verso il Sole, e questo è, probabilmente, il motivo della formazione di tipi di aurore molto diverse da quelle oservate al solstizio.
“Questa configurazione è unica nel sistema solare” ha aggiunto Lamy, notando che i due spot luminosi del 2011 erano vicini alla latitudine del polo nord magnetico di Urano.
Le immagini delle aurore di Urano sono il risultato di una combinazione di grande fortuna e di un’attenta pianificazione. Nel 2011 la Terra, Giove e Urano si allinearono in modo tale che il vento solare potè fluire dal Sole, passare per la Terra e Giove e poi arrivare su Urano. Durante la grande attività solare nel settembre 2011, grandi burst furono prodotti sulla superficie del Sole e comportarono un aumento nell’emissione di particelle cariche sottoforma di vento solare. I ricercatori all’epoca utilizzarono i satelliti orbitanti intorno alla Terra per monitorare l’arrivo del vento solare locale due o tre giorni più tardi. Due settimane dopo, il vento solare raggiunse Giove ad una velocità di 500 chilometri al secondo. Calcolando che le particelle cariche avrebbero raggiunto Urano verso metà novembre, il team si affrettò a richedere del tempo di osservazione all’Hubble Space Telescope.
Da quando il flyby del Voyager 2 mostrò che Urano era una “strana bestia”, ha affermato Fran Bagenal, ricercatore di studi planetari all’Università del Colorado, a Boulder, “eravamo davvero impazienti nel poter avere una vista migliore. Questo era un modo molto intelligente di guardare il fenomeno”.
Una migliore comprensione della magnetosfera di Urano potrebbe aiutare gli scienziati a testare le lore teorie su come funziona la magnetosfera terrestre, ha aggiunto Fran Bagenal. “Abbiamo un’idea di come vanno le cose sulla Terra e su posti come Giove e Saturno, ma non credo che sia possibile affermare di sapere come avvengono veramente il fenomeno, finchè non lo abbiamo testato in un sistema diverso”.
L’articolo in formato pdf: L. Lamy, R. Prangé, K. C. Hansen, J. T. Clarke, P. Zarka, B. Cecconi, N. André, G. Branduardi-Raymont, R. Gladstone, M. Barthélémy, N. Achilleos, P. Guio, M. K. Dougherty, H. Melin, S. W. H. Cowley, T. S. Stallard, J. D. Nichols, G. Ballester, Earth-based detection of Uranus’ aurorae, GRL-Geophysical Research Letters, VOL. 39, L07105, 6 PP., 2012, doi:10.1029/2012GL051312 disponibile su: http://www.agu.org/pubs/crossref/2012/2012GL051312.shtml.
Fonte: Uranus Auroras Glimpsed from Earth-AGUAmerican Geophysical Union su http://www.agu.org/news/press/pr_archives/2012/2012-19.shtml
Sabrina
Caccia ai microrganismi marziani, le nuove ricerche sugli esperimenti Labeled Release
La prima immagine del Viking 2 del suolo marziano. Crediti NASA/Viking.
di Umberto Genovese
Nel lontano 1952 un brillante ingegnere sanitario inventò uno straordinario e nuovo metodo per rilevare la contaminazione microbica di acqua e cibo [1].
Nel 1958 – quando ancora andare sulla Luna era soltanto un sogno – la NASA cercava un metodo per scovare microbiche forme di vita extraterrestre.
Fu così che il metodo del dott. Levin fu scelto – insieme ad altri – nel 1969 dalla NASA per un altisonante programma chiamato Voyager Mars che aveva lo scopo di raggiungere Marte con sonde automatiche entro i successivi 10 anni; alla NASA pensano in grande.
Con gli anni spesso le cose cambiano nome, così il programma Voyager Mars diventò Programma Viking e il famoso metodo del dott. Levin da Gulliver [2] [3] fu ribattezzato con un più prosaico – e secondo me più brutto – “Labeled Release” (LR) per indicare la tecnologia utilizzata.
In pratica l’esperimento LR nei lander Viking atterrati su Marte nel 1976 funzionava così: alcuni campioni di suolo venivano sterilizzati tramite il riscaldamento e altrettanti no. Poi a tutti questi campioni veniva aggiunto un composto nutriente contenente un isotopo particolare del carbonio facilmente rilevabile: il 14C. Qualora eventuali microrganismi marziani avessero metabolizzato il nutrimento avrebbero rilasciato una certa quantità di 14C nell’aria, mentre i campioni di suolo sterilizzati ovviamente no. In effetti la serie di esperimenti LR portati avanti nei due siti di atterraggio dei lander Viking a 4000 chilometri di distanza l’uno dall’altro produsse dei dati compatibili a una qualche attività biologica, contrariamente agli altri tre modelli sperimentali studiati per la missione [4].
Levin e la sua collaboratrice dott.sa Patricia Ann Straat, analizzarono per almeno un decennio i dati degli esperimenti LR [5] e li ripeterono in laboratorio sulla Terra usando diversi tipi di terreno proveniente dai più disparati siti, come il suolo antartico [6]. Nel 1997, dopo 21 anni dagli esprimenti marziani, altre scoperte sui batteri estremofili e nuove ipotesi sulle condizioni ambientali su Marte, dettero nuovo impulso alle ricerche del dott. Levin che pubblicò le sue conclusioni frutto di venti anni di ricerche che confermavano la scoperta delle origini biologiche dei risultati degli esperimenti LR delle sonde Viking [7].
Da allora furono fatti da altri ricercatori molti tentativi per dimostrare che i risultati degli esperimenti marziani erano frutto di semplici reazioni chimiche o fisiche tra le sostanze nutritive LR e il suolo. Nessuno tuttavia riuscì a dimostrarlo.
Il pianeta Marte. Crediti NASA.
Il 12 aprile 2012 – quest’anno – è stato presentato un nuovo studio [8] iniziato nel 2005 che ha visto la collaborazione del dott. Giorgio Bianciardi (biologo presso l’Università di Siena e attuale vicepresidente dell’Unione Astrofili Italiani), il dott. Joseph D. Miller del Dipartimento di Neurobiologia della Keck School of Medicine di Los Angeles, CA, il dott. Gilbert V. Levin dell’Arizona State University e la sua collaboratrice dott.sa Patricia Ann Straat. Questo nuovo filone di indagini sui vecchi dati degli esperimenti LR ha preso il via da una ricerca presentata nel 2003 a Madrid dal Bianciardi [9]. Levin e Miller hanno fornito tutti i 16000 dati dei 9 esperimenti marziani in loro possesso (spesso ancora in forma cartacea) al Bianciardi e i dati degli esperimenti riprodotti sulla Terra. Man mano che lo studio dei dati procedeva, era evidente che tutti gli esperimenti attivi avvenuti su Marte si aggregavano perfettamente con i dati biologici fatti a Terra. I dati della temperatura si aggregavano con quelli di controllo negativi (suolo sterilizzato, su Marte o sulla Terra), ma soprattutto non c’era traccia di alcuna reazione chimica abiotica nel rilascio dell’anidride carbonica una volta che veniva aggiunta la soluzione nutritiva. -La conclusione poteva essere solo una: c’è vita su Marte, i Viking l’avevano scoperta. – afferma il Bianciardi. Le analisi si sono concluse nel 2011 e i risultati sono stati pubblicati prima che la sonda Mars Science Laboratory (MSL) arrivasse su Marte [10].
Ma la storia è appena agli inizi ….
L’Antartide come osservato dallo spazio. Crediti NASA.
[1] Questo ingegnere è oggi il dottor Gilbert V. Levin: http://www.gillevin.com/ .
[2] Era chiamato Gulliver perché serviva per rintracciare i lillipuziani, così venivano chiamavate scherzosamente le forme di vita microbiche extraterrestri.
[3] Il nome Voyager rimase legato alla NASA: le sonde Mariner 11 e 12 furono ribattezzate Voyager 1 e 2 in una estensione del programma originale Mariner – concepito nel lontano 1962, il programma Voyager.
[4] Furono quattro gli esperimenti che le Viking compirono su Marte:
-1- Gascromatografo – Spettrometro di massa (GCMS) Progettato da Klaus Biemann del MIT, era studiato per separare, identificare, quantificare un gran numero di diverse sostanze chimiche. Fu utilizzato per analizzare le componenti del suolo marziano non trattate e i vari componenti rilasciati dai campioni di suolo marziano riscaldato a diverse temperature. Era in grado di rilevare molecole presenti solo poche parti per miliardo. Scoprì che i terreni marziani contenevano meno carbonio dei campioni di suolo lunare restituiti dal programma Apollo. Il mistero fu svelato dalla missione Phoenix che scoprì ioni perclorati che riscaldati agiscono come un forte ossidante in grado di distruggere le molecole organiche rilasciando clorometano e diclorometano, molecole che possono essere facilmente scambiate come contaminazioni residue dei i prodotti per la pulizia delle celle sperimentali.
-2- Scambio di gas (GEX) Di Vance Oyama del NASA Ames Institute, era studiato per cercare i gas emessi da un campione di suolo in cui era stata sostituita l’atmosfera marziana con elio. Anche qui venivano applicati diversi nutrienti o acqua l campione di suolo marziano. In seguito l’atmosfera inerte veniva misurata con un gascromatografo per rivelare la presenza di gas diversi come ossigeno, anidride carbonica, metano, azoto o idrogeno che potevano essere liberati in caso di metabolisi. Il risultato è stato negativo.
-3- Rilascio della marcatura (LR) L’esperimento, oggetto dell’articolo, ideato da Gilbert Levin della Biospherics Inc., fu l’esperimento più promettente per gli esobiologi. Nell’esperimento LR, un campione di suolo marziano veniva inoculato con una goccia di soluzione nutritiva acquosa molto diluita marcata con l’isotopo radioattivo 14C. L’aria della cella sperimentale veniva monitorata per rilevare tracce dell’isotopo rilasciate da eventuali microrganismi che avessero assimilato i composti nutrienti. Il risultato fu sorprendente dopo i risultati negativi delle prime due prove: fu infatti rivelato un flusso costante di gas radioattivi emessi dalla coltura subito dopo la prima iniezione. L’esperimento fu eseguito utilizzando un campione dalla superficie marziana esposta al sole e con un campione prelevato sotto una roccia. Entrambi dettero risultati positivi, ma solo la prima volta. I test ripetuti dopo una settimana non riprodussero la stessa reazione, quindi il risultato finale rimase aperto. Tuttavia, il 12 aprile 2012, un team internazionale di scienziati ha riesaminato i dati di quegli esperimenti arrivando alla conclusione che erano il risultato di una qualche attività biologica.
-4- Rilascio pirolitico (PR) Progettato da Norman Horowitz (http://en.wikipedia.org/wiki/Norman_Horowitz) del Caltech, simulava l’atmosfera marziana tranne che il carbonio era stato sostituito col radiocarbonio 14C. Eventuali organismi fotosintetici avrebbero fissato il radioisotopo nel terreno come sulla Terra sotto forma di biomassa. Dopo alcuni giorni veniva tolta l’aria e il terreno riscaldato a 650° C. Se il 14C precedente fosse stato fissato in precedenza, adesso sarebbe riapparso come gas e rivelato da un misuratore di radioattività e usato come prova di attività metabolica. In caso di una risposta positiva un altro campione di suolo sarebbe stato sterilizzato col calore e di nuovo sottoposto al test. Se anche questo avesse mostrato una attività simile alla prima sarebbe stata evidente la natura chimica della reazione. Al contrario, avrebbe dimostrato la natura biologica dei risultati del primo test. Questo era anche il test di controllo se uno qualsiasi dei tre esperimenti precedenti avesse dato esito positivo.
[5] Completion of the Viking Labeled Release Experiment on Mars, Journal of Molecular Evolution, 14, 167-183, 1979: http://mars.spherix.com/R89VikingLR.htm.
[6] Non tutto l’Antartide è ricoperto da centinaia di metri di ghiaccio.
[7] The Viking Labeled Release Experiment and Life on Mars, Instruments, Methods, and Missions for the Investigation of Extraterrestrial Microorganisms, SPIE Proceedings, 3111, 146-161, July 1997: http://mars.spherix.com/spie/spiehtml.htm .
[8] Complexity Analysis of the Viking Labeled Release Experiments, IJASS 13 (1): 14-26. Retrieved 15 April 2012: http://ijass.org/PublishedPaper/year_abstract.asp?idx=132
[9] Nonlinear analysis of the Viking Lander 2 labeled release data, adsabs.harvard.edu/full/2004ESASP.545..169B -di G Bianciardi – 2004: http://adsabs.harvard.edu/full/2004ESASP.545..169B .
[10] L’arrivo di Curiosity su Marte è previsto per agosto 2012.
Pubblicato su Il Poliedrico di Umberto Genovese: http://ilpoliedrico.altervista.org/2012/04/caccia-ai-microrganismi-marziani-le-nuove-ricerche-sugli-esperimenti-labeled-release.html
Umberto
La proto-Terra ha una quantità significativa di materiale lunare
Recenti ricerche su campioni lunari hanno mostrato che il nostro satellie sembra essere composto più da elementi che si ritrovano sulla Terra che da quelli che costituirono l’oggetto che impattò con la Terra e che fu determinante nella sua formazione.
E’ un’ipotesi accettata il fatto che la Luna si sia formata durante una collisione violenta 4.,5 miliardi di anni fa tra il nostro pianeta neonato e un oggetto delle dimensioni di Marte, denominato Theia, un evento che distrusse Theia e mandò in orbita una parte della crosta terrestre e del suo mantello superiore, formando un anello di breve durata e composto di materiale fuso. Questo materiale successivamente si fuse per formare la Luna che, nell’arco di 4,5 miliardi di anni si raffreddò, acquistando una rotazione sincrona con la Terra, accumulando innumerevoli crateri e posizionandosi alla distanza che si trova oggi a circa 380 000 chilometri.
Un tempo si ipotizzava che i frammenti di Theia avessero avuto un importante contributo al materiale che andò a formare la Terra. I campioni lunari delle missioni Apollo, in realtà, mostrarono che il rapporto tra gli isotopi dell’ossigeno sulla Luna comparati con quelli terrestri, erano troppo simili per spiegare una tale formazione. Ora, ulteriori ricerche di un gruppo di ricerca dell’Università di Chicago mostra che gli isotopi del titanio, un elemento con un indice di rifrazione molto maggiore, sono sorprendentemente simili tra Luna e Terra, e questo indica nuovamente una comune origine.
“Dopo la correzione per gli effetti secondari associati all’esposizone dei raggi cosmici sulla superficie lunare utilizzando l’isotopo del samario e del gadalinio, abbiamo trovato che il rapporto 50Ti/47T sulla Luna è identico a quello della Terra entro quattro parti per milione, che è solo 1/150 della gamma isotopica documentata nei meteoriti” ha scritto il geofisico Junjun Zhang dell’Università di Chicago e autore leader dell’articolo pubblicato su Nature Geoscience il 25 marzo scorso.
Se la Luna ha una composizione più simile alla Terra che non a Theia, allora che cosa è accaduto al corpo originale che ha impattato con la Terra? Forse era formato da elementi leggeri che sono penetrati in profondità sotto la superficie della Luna o sono stati assimilati nel mantello terrestre, o forse si sono persi nello spazio…
Solo una ricerca ulteriore sarà in grado di dare una risposta più precisa al dilemma.
Per il momento possiamo essere relativamente sicuri che quando guardiamo la Luna noi guardiamo in realtà un pezzo di Terra, i resti di crateri di una collisione che ha avuto luogo molti miliardi di anni fa.
L’articolo originale: “The proto-Earth as a significant source of lunar material” di Junjun Zhang, Nicolas Dauphas, Andrew M. Davis, Ingo Leya & Alexei Fedkin, Nature Geoscience 5, 251–255 (2012) è disponibile su: http://www.nature.com/ngeo/journal/v5/n4/full/ngeo1429.html
Informazioni sul samario nell’Enciclopedia Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/samario/ e sul gadolinio: http://www.treccani.it/enciclopedia/gadolinio/
Sabrina
L’Enterprise vola su New York
L’Enterprise sorvola New York la mattina del 27 aprile 2012. Crediti NASA/Bill Ingalls.
Due grandi icone dell’America sono catturate in questa fantastica immagine della NASA ottenuta da Bill Ingalls la mattina del 27 aprile 2012 dal Jersey City, NJ. La Statua della Libertà, l’Empire State Building e… l’Enterprise, il primo Space Shuttle, sono osservati da un’angolazione davvero insolita mentra la navetta veniva trasportata nella sua ultima sede presso l’Intrepid Sea, Air and Space Museum.
Il viaggio di Enterprise sopra i cieli di New York. Crediti: Intrepid Sea Museum, Air and Space Museum, Facebook. https://www.facebook.com/IntrepidMuseum .
Dopo diversi giorni di ritardo a causa delle avverse condizioni meteorologiche, lo SCA con montato l’Enterprise è decollato da Washington Dulles International Airport, ieri mattina.
Crediti: Intrepid Sea Museum, Air and Space Museum, Facebook. https://www.facebook.com/IntrepidMuseum .
L’Enterprise è stata la prima navetta spaziale americana della serie degli Space Shuttle utilizzata per condurre i test di volo in atmosfera e che non ha mai volato nello spazio, oltre l’atmosfera, ma i dati raccolti duranti i suoi voli sperimentali sono stati parte integrante dello sviluppo dle programma shuttle.
La partenza dell’Enterprise il 27 aprile 2012. Crediti NASA/Bill Ingalls.
Originariamente ospitata presso lo Steven F. Udvar-Hazy Center dello Smithsonian, l’Enterprise sarà trasferito grazie a questo SCA, Shuttle Carrier Aircraft e piazzato su una piattaforma che in due giorni di viaggio verrà traghettato lungo l’Hudson all’Intrepid Museum il 4 giugno 2012.
Video su YouTube:
http://www.youtube.com/watch?v=rGXopcyhreI&feature=player_embedded
Fonte UniverseToday: http://www.universetoday.com/94872/enterprise-arrives-at-the-big-apple/#more-94872
Altri link interessanti:
Intrepid Sea Museum: http://www.intrepidmuseum.org/
Video Watch Space Shuttle Flyover at Intrepid on Friday, April 27 – http://www.intrepidmuseum.org/LatestNews/April-2012/Watch-Space-Shuttle-Flyover-at-Intrepid-on-Friday,.aspx
Space Shuttle Flyover and Arrival Delayed until April 27 – Intrepid Sea, Air and Space Museum: http://www.intrepidmuseum.org/LatestNews/April-2012/Space-Shuttle-Flyover-and-Arrival-Delayed-until-Ap.aspx
Intrepid Museum su Twitter: https://twitter.com/#!/IntrepidMuseum
Sabrina













