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L’avventura d’essere scienziati…

Una cosa ho capito, ormai. Che entrare nella giuria di un concorso che coinvolga i ragazzi della scuola dell’obbligo, è sempre un’avventura. L’ho percepito bene con la mia partecipazione alle diverse edizioni del Premio Castellani, l’ho ritrovato piacevolmente in questa occasione, nella mia partecipazione al concorso Cassini Scientist for a Day.

cassini_logo_blue_275L’avventura è – propriamente – quella di attraversare un universo. Anzi, una miriade di universi, o se vogliamo, di multiversi. Ma non quelli che scrutiamo con  telescopi e  satelliti, bensì quelli racchiusi nei corpi in formazione e in evoluzione dei ragazzi delle scuole. Perché dopotutto è evidente, un elaborato scritto è ben più che una serie di parole: da come queste parole vengono scelte, usate, messe in fila, coniugate l’una all’altra, tu che leggi hai come un biglietto pagato per un viaggio nella mente di quel ragazzo. Anzi nella mente e nel suo nucleo emozionale (tutto in un solo biglietto, peraltro).

Sì. Da come scrive ti accorgi di comprendere tanto del suo atteggiamento verso la vita, le relazioni, la famiglia, gli amici… l’universo. Da quello che dice, da come lo dice, capisci perfino molto di quello di cui invece non parla. Ed è un viaggio spesso affascinante, perché si risveglia tra l’altro anche il ragazzo che è “ancora” in te (che oltretutto non ne vuol sapere di fare le valigie soltanto perché ora sei grande).

No, non si può mettere da parte la fantasia, e i ragazzi ce lo ricordano sempre.

Arrivammo su Teti il giorno 5 maggio 2032, sentimmo un brivido di freddo spaziale salirci lungo la spina dorsale, era veramente emozionante poter vedere da vicino quello che per anni ci era sembrato solamente un sogno lontano (…) Dopo essere scese dall’astronave, ci sentimmo fluttuare nell’aria, era come se, finalmente, potessimo sentirci libere, ma, allo stesso tempo, un’intrigante voglia di esplorare ci avvolse e ritornammo subito alla realtà. Per prima cosa posizionammo la bandiera italiana su quel suolo ghiacciato…

(Nicoletta Bonanno e Giulia Alessia Montis)

E già la scelta dei termini brividi di freddo spaziale ci fa riposare su un tentativo di ricerca linguistica che sfronda la prosa più banale e tenta di entrare nell’emotività, nel nucleo pulsante della vita. Mi pare anche delicato e interessante l’accenno alla bandiera italiana, che viene posizionata per prima cosa. Come simbolo di una appartenenza di popolo, in una storia condivisa, che rimane evidentemente intatta anche in un contesto interplanetario.

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Esplorare lo spazio, comprenderlo, viverlo, colonizzarlo… impariamo dai piccoli, da come lanciano in avanti la loro fantasia, a non farci spaventare da cose grandi…!

Da un altro punto di vista, implicitamente validando il carattere collaborativo e transnazionale della scienza, c’è chi è riuscito perfino a sviluppare nell’idioma inglese (lingua consentita dal concorso) una prosa che non fosse comunque estranea all’emotività, anzi la abbracciasse pienamente…

I let myself be lulled by the absence of gravity and strange feelings dwell my heart, in a mixture of science and philosophy, doses of a chemical reaction catalyzed by the innermost thoughts of the human soul.

(Milly Beltrammi)

C’è addirittura chi ha scelto – con un approccio indubbiamente originale – di fare dialogare direttamente tra loro le diverse lune con la stessa sonda Cassini, in uno scambio di battute tanto fantascientifico quanto semplice e – direi – spontaneo. Basterebbe questo scambio di battute…

Teti: Girando ho visto Rea da dietro, ha molti vulcani, devo dire che è un satellite molto interessante e affascinante. Però, visto la mia invidia, c’è una domanda che mi faccio da tanto tempo: perché Saturno ha permesso che Rea fosse una dei nostri visto che già ne siamo tanti, per non parlare poi dei suoi anelli? Cassini: Brava Teti! Buona domanda. Cercherò di scoprilo facendo altre ricerche più approfondite su di voi. ReaHo molto freddo puoi dirmi il perché? CassiniPerché sei fatta principalmente di acqua e ha causa delle basse temperature, ti sei congelata. (…)  Teti e Rea a Cassini: Siamo molto gelose di un pianeta che si chiama Terra e visto che sei qui puoi spiegarci, oltre che a guardarci, con tutte quelle strumentazioni che hai, perché non possiamo essere uguale a Lei?

(Rossella D’Amato, Francesca di Giuseppe, Francesca  Palmieri)

Sarà banale sottolinearlo, ma c’è ben di più di un espediente narrativo, dietro quest’ultima scelta. C’è sotto come una fiducia (vogliamo chiamarla infantile? o piuttosto, autenticamente umana?) sul fatto che l’universo sia raccontabileche sia anzi raccontato dagli stessi protagonisti. E non è forse un dialogo quello dell’indagine scientifica propriamente intesa, dove corpi celesti e campi di forza ci parlano davvero, certo nel loro specifico linguaggio e con la loro ben definita modalità?

D’accordo, ci sono comunque elaborati un po’ più asettici. Quelli dove la cosa che emerge più chiara è la preoccupazione, da parte di chi scrive, di esporre le giuste informazioni, nel modo più corretto. Tutto giusto, per carità. Anzi, lodevole. Così in tali casi, tu che sei giurato, cerchi di capire se e cosa ha capito, se le cose sono esatte, magari. Diciamolo: è una cosa da valorizzare, poter scrivere un tema scientifico in maniera appropriata, per una persona molto giovane. Non è poco, e lo sai. Questo è accuratamente valutato a livello di punteggio, e naturalmente questo post che state leggendo – che enfatizza alcuni aspetti – non va in alcun modo preso come una valutazione globale di merito, che peraltro è stata rigorosamente riportata in altra sede.

Questo per la chiarezza necessaria. Ciò detto, so anche che nulla può evitarmi – per come sono fatto – quella intensa commozione che avverto quando incontro finalmente una penna che osa, che rischia, avventurandosi nel terreno dell’immaginario. Che mi prende per mano (chi scrive prende sempre per mano chi legge e lo guida, anche se ha molti anni più di lui) e mi porta in un suo mondo fantastico, dove le informazioni scientifiche ci sono – certo che ci sono! – ma si trovano incastonate in un contesto immaginifico e mirabolante, dove davvero la fantasia dell’adolescenza trova il suo terreno più fertile. Così non ritrovo appena le necessarie informazioni su Giove, diciamo, o Saturno. Ma sono portato altrove, magari su una astronave o catapultato di botto dentro un diario di viaggio di un ipotetico giovane astronauta, d’improvviso partecipe delle sue aspirazioni, del suo senso di meraviglia, delle sue umanissima paura.

Tutte cose che, ovviamente, si prestano ad essere ben riportate in un diario… 

Caro Diario, all’agenzia spaziale è davvero tosta! Non ci fermiamo mai! Ho scoperto che la ISA coopera con la NASA e la ESA. C’è un gran via vai di gente tra scienziati, ingegneri, astrofisici, astronauti e astronomi. Mi sembra il coronamento di un sogno. Mi sembra di tornare bambino quando mi circondavo della mia attrezzatura spaziale di cartone. E’ davvero una grande emozione vedere centinaia di persone attorno a me, che condividono la mia stessa passione per l’universo… Mio diario, sento come il bisogno di scoprire qualcosa di più su questi due satelliti naturali [Rea e Teti], così poco conosciuti, con tanto da offrire al nostro patrimonio scientifico. Nella sua rarità è unico nel suo genere … Grazie per la sicurezza che mi dai nel custodire i miei pensieri.

(Alessia Cosentino, Elena Di Candido, Claudia Mastromauro, Valentina Schinzani)

E per rimanere nell’attualità (anche vagando per lo spazio) possiamo ben dare un’occhiata ai giornali, e segnatamente all’Universal Journal, che per l’occasione (magari l’avrete letto…) ospita un interessante pezzo su La vita su Saturno…

Carissimi lettori vi pubblichiamo delle notizie su Saturno, come sapete questo pianeta è, per grandezza, il secondo del Sistema Solare e ha una struttura interna, formata da idrogeno ed elio ed ha un nucleo roccioso in silicati e ghiaccio. Il suo nome deriva da un dio della mitologia romana (…) Possiamo affermare che gli anelli e le lune di Saturno possano essere, in futuro ottimali per la vita umana (…) Si potrebbero utilizzare gli OGM per trasformare geneticamente le piante in modo da farle adattare all’atmosfera di Saturno e delle sue lune, formate da idrogeno, così da poter creare ossigeno respirabile e quindi far sviluppare vita umana (…) Dato che nel mondo è anche presente il problema della sete, noi possiamo ottenerlo dalle lune formate quasi interamente da ghiacciai. Molte sonde testimoniano l’esistenza di attività idrotermale nei mari di Encelado…

(Giulia Biccari,Elisabetta Iaffaldano, Martina La Sala, Antonio  Neri).

Articolo decisamente interessante, perché come avete visto, non si limita a descrivere l’ambiente planetario (per chi non lo conoscesse) ma si spinge ad ipotizzare varie soluzioni per risolvere questioni non propriamente trascurabili, ed anche molto terrestri.  Certo, con soluzioni in certa misura futuribili e purtuttavia viste da un punto di osservazione ampio, risanante perché universale. Un approccio non limitato ai nostri piccoli ambienti usuali, in un atteggiamento che unisce creatività a fiducia, propria di persone che vedono l’universo come opportunità e non si spaventano per la sua enorme estensione, ma anzi lo abbracciano in uno slancio magari un po’ ingenuo, ma indubbiamente rasserenante, per noi adulti..

Dopo l’attualità, ci proiettiamo nel futuro. E’ un brano di diario datato 26 maggio 2200,dove Jarold Cass racconta di una sua curiosità…

I have always wondered how our planet was born, yesterday I tried to give an answer to my question. So I went to the library to look for some information. I went in , I went to the science departement , I looked for the astronomy category and finally I found what I was looking for. At the name “X” I clicked the botton “start” and a big hologram of my planet seen from the space appeared in front of me and showed me all its history in 15 minutes.

Silvia Barilli e Teresa Folli

Jarold scoprirà presto, con grande sorpresa (This is just incredible!), che il pianeta dove vive non è quello dove si è originata la sua specie, ma è stato colonizzato dagli uomini in seguito alle indagini della sonda Cassini!

Ma non dobbiamo aspettare tanto, per avere notizie interessanti e alquanto inaspettate. E’ un altro diario, datato Saturno, 30 marzo 2057, che ci fornisce una autentica notizia “bomba”,

Ciao, sono Mattia, sono riuscito ad arrivare nell’atmosfera di Saturno (sono il primo uomo ad esserci arrivato) e ………. aspettate ho appena notato qualcosa e’ una specie di lettera……ma non è una lettera normale ha qualcosa di strano, la calligrafia è simile alla nostra ora provo a leggerla: “Cari abitanti dell’oltre sole qui è Felix che vi scrive grazie a questa sofisticata attrezzatura che mi è stata donata dai corpi spaziali sono riuscito ad arrivare qui, molto lontano dal mio pianeta (…)”  Eccoci di nuovo tra noi sono sempre io Mattia quella che vi ho appena letto era una lettera scritta da qualche altra forma di vita…

Matteo Prazzoli e Tommaso Avanti

Potrei continuare, ma andremmo veramente troppo oltre il limite di pazienza che posso chiedervi, a voi che leggete. Non se ne abbia a male chi non è stato citato, perché nulla vieta di riparlarne. In caso, lasciate un commento (le proteste, se scritte in forma corretta e “urbana” sono pienamente ammesse!) e ne riparliamo.

Questi erano appena dei brani scelti a titolo di esempio perché noi tutti – io per primo – si torni a comprendere quanto possiamo imparare dai nostri ragazzi, in termini di attitudine positiva, fantasia, fiducia, costruttività. Parole grosse, magari, ma mi sento di spenderle, in casi come questi.

Ecco. E’ qui che mi sento grato per il lavoro che sto facendo, che mi sento lieto di aver letto proprio quel tema. Perché avverto ancora il senso di scoperta e meraviglia che quella ragazza, quel ragazzo (a volte più persone, in squadra) hanno saputo mettere su carta, e che è la cifra più bella del periodo di sviluppo che stanno attraversando. E che io, con pudore e delicatezza, sono chiamato a valutare. E per quanto posso, e mi compete, a proteggere.

Perché certo, intanto che sono occupato a confrontare i temi e trascrivere valutazioni, spero con tutto il cuore che mai niente e nessuno possa toglierlo dalla loro testa, questo senso di meraviglia e stupore. Che rimanga e anzi si radichi nella loro mente, nel loro universo – e nel nostro, per sempre.

Il tempo e il senso comune

Decisamente, l’epoca moderna ha assistito ad una sorta di accelerazione nel progresso delle scienze fisiche e nell’astronomia – in particolare – che è probabilmente sconosciuto a diverse epoche passate. Tanto veloce che a volte, mi pare, si lasci indietro qualcosa. O piuttosto, qualcuno.

Sì, credo che a rimanere indietro siamo noi stessi. Tutti noi, in qualche misura.

Siamo proprio noi, infatti, che non riusciamo a metabolizzare compiutamente le acquisizioni (ormai robuste e sperimentalmente ben comprovate) della nuova fisica. E nemmeno tanto nuova, dovremmo aggiungere. Più precisamente, oserei dire che non riusciamo in realtà a digerire le idee di tutta la fisica moderna, quella per capirci che si muove appena oltre il perimetro della cosiddetta “fisica classica” di impronta galieiana/newtoniana.

Il mondo è irriducibilmente più complesso e articolato dei nostri tentativi di interpretarlo. Che rimangono comunque indispensabili

Il mondo è irriducibilmente più complesso e articolato dei nostri tentativi di interpretarlo. Grazie al cielo!

Digerire, appunto. Questo è forse un punto importante. Non appena comprendere, intendo, ma assimiliare, come quasi fosse il risultato di un moto di ingestione, qualcosa che rende il concetto veramente assimilato nelle fibre del nostro essere. “Un’idea un concetto un’idea / finchè resta un’idea / è soltanto un’astrazione / Se potessi mangiare un’idea / avrei fatto la mia rivoluzione” cantava saggiamente Giorgio Gaber, alcuni anni fa.

Basti questa frase di Minkowski, a capire quanto siamo indietro biologicamente rispetto a quanto noi stessi abbiamo scoperto:

« Le concezioni di spazio e di tempo che desidero esporvi sono sorte dal terreno della fisica sperimentale, e in ciò sta la loro forza. Esse sono fondamentali. D’ora in poi lo spazio di per sé stesso o il tempo di per sé stesso sono condannati a svanire in pure ombre, e solo una specie di unione tra i due concetti conserverà una realtà indipendente. »

La frase si riferisce al contesto dell’introduzione del concetto di “spaziotempo quadridimensionale” che poi è alla base della formulazione della relatività, sia ristretta che generale. Tale spaziotempo è una creazione matematica appunto di Hermann Minkowski.

Niente di cui stupirci, insomma: chiaro che per assimilare queste cose ci vuole il suo tempo (appunto). Se non fosse che questa frase è del 1908. Ovvero, in parole povere, antecedente perfino alla Prima Guerra Mondiale.

E’ dunque interessante sorprenderci, alla luce di queste parole – robustissime ancora oggi, sotto il profilo fisico/matematico – ed accorgerci come per noi questo concetto illustrato più di un secolo fa, sia ancora “esterno”, in grande misura. Siamo ben lungi dall’averlo mangiato, se mi permettete il termine.

Quello che è ormai evidente in senso fisico/matematico, cioè il modello che meglio risponde all’interpretazione del reale, rimane per noi difficile da assimilare. Resta lontano, astratto. Diciamo infatti, nella vita ordinaria, frasi come dove ci si trova? Oppure quando è successo? E per noi spazio e tempo non potrebbero per noi essere più lontani tra loro, più distanti. Più distinti, nella loro intrinseca natura. Per noi il tempo, ad esempio, è una entità assoluta e sganciata da ogni altro riferimento, anche biologico,  laddove è l’esperienza stessa – ad un esame attento – che ci potrebbe dimostrare agevolmente il contrario.

Tutto questo, si badi bene, senza scomodare le acquisizioni della fisica quantistica, dove ci sarebbe da scrivere libri e libri sullo scarto – per certi versi drammatico – che si è consumato tra percezione del mondo e modello del mondo. Il modello del mondo derivante dallo studio dei quanti è così bizzarro e per noi incredibile, così carico di implicazioni anche culturali e addirittura (oso dire) spirituali da superare probabilmente ogni più estrema architettura narrativa di impianto fantascientifico.

Il che, a pensarci, va anche bene. Siamo fatti in un certo modo, siamo fatti probabilmente nel modo più adeguato a muoverci dentro il reale. E per avere un quadro lavorabile del reale ci servono rappresentazioni mentali di spazio e tempo distinti, forse.

Allora il fatto che la fisica ci dice – da tempo – che le cose non stanno come le vediamo non ci interessa, se non in un astratto senso intellettuale? Tutt’altro, a mio avviso. Ci dice una cosa fondamentale, per la nostra esistenza: che ciò che vediamo non è ciò che esiste. Che la realtà supera abbondantemente la nostra percezione usuale.

Avverte Henry Margenau  che

al centro della teoria della relatività c’è il riconoscimento che la geometria… è una costruzione dell’intelletto. Solo accettando questa scoperta, la mente può sentirsi libera di modificare le nozioni tridimensionali di spazio e di tempo, di riesaminare tutte le possibilità utilizzabili per definirle, e di scegliere quella formulazione che più concorda con l’esperienza.

E credo – per mettere un primo punto ad un discorso che certo non può fermarsi qui – che il sano dubitare sulla nostra percezione del mondo – che è appunto una percezione e non una fedele rappresentazione – non sia da intendersi in accezione negativa o tantomeno nichilistica, ma sia fondamentalmente da accogliere come una buona notizia.

Ragionare su questo ci porta infatti a fare un passo indietro nella pretesa di conoscere tutto, che spesso inconsciamente ci muove. Ci aiuta nel fare spazio ad altre possibilità, altre storie, nel riconoscere una parte di mistero che se adeguatamente ricompresa può aiutarci anche – paradossalmente, ma non troppo – ad indagare con rinnovato trasporto ed emozione proprio il cosmo nel quale ci troviamo immersi.

Che non conosciamo completamente, e mai conosceremo in forma totale.

Ma che ci parla, in un linguaggio che  – miracolosamente – possiamo capire.

Grandi problemi, grandi speranze

Bella occasione questa di venerdi scorso, dell’incontro curato dall’associazione culturale “Età Verde“, sui “Macroproblemi 2016”. Bello anche se in alcuni momenti un po’ confusionario, forse inevitabilmente confusionario. Forse salubremente confusionario, anche. E vorrei vedere. Perché mettere insieme docenti universitari, esploratori di cime himalayane, appassionate professoresse di materie umanistiche e scientifiche, maestre e classi di effervescenti alunni, tutti insieme, non è certo una sfida facile.

Stimolante e complesso allo stesso tempo questo incontro, dunque, come l’epoca attuale. Dove ogni steccato, ogni artificiosa tra discipline e sistemi di pensiero, sotto l’onda sempre più avvolgente della comunicazione globale, mostra ogni giorno di più il suo aspetto anacronistico. Dove la relazione tra ambiti ed ambienti un tempo impermeabili ognuno all’altro, diventa una urgenza dettata semplicemente dalla natura del nostro nuovo tempo.

Un pubblico quanto mai variegato e partecipe, all'evento di venerdì

Un pubblico quanto mai variegato e partecipe, all’evento di venerdì

Dove si capisce che per affrontare qualsiasi vero macroproblema, non possiamo che iniziare a lavorare insieme.

Bene esprimono questo sentire le frasi riportate all’inizio del comunicato stampa

”Credo che l’attuale corso catastrofico possa essere cambiato da noi, cioè dai segmenti attivi delle generazioni attuali, le quali hanno la responsabilità di apportare dei cambiamenti prima che sia troppo tardi…” (da Lezioni per il ventunesimo secolo. Scritti di Aurelio Peccei)

E anche colpisce il riferimento all’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco

i cambiamenti climatici “sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità”

Anche da queste poche righe esce irrobustita l’esigenza di un punto di riflessione comune, che veda attraverso ed oltre gli articolati linguaggi delle specifiche discipline, per raggiungere un momento di coscienza possibilmente più elevato, capace di incidere sul reale in modo nuovo e creativo, scavando sotto strati di sedimentate pigrizie intellettuali e di sclerotizzati schemi egoico-difensivi, formatisi e cresciuti in altre ed antiche epoche.

Venendo allo svolgimento della giornata. Credo non sia semplice condurre un simile incontro, e sono grato a chi lo ha organizzato e condotto, soprattutto per la con passione con cui lo ha fatto (ad iniziare dalla Professoressa Augusta Busicogiornalista e presidente dell’associazione) . Parlare di natura, giardini e sostenibilità, di onde gravitazionali e di ampi laghi ed alte montagne, osservatori amatoriali, divulgazione scientifica, nello stesso ambito, non è facile. Niente affatto. Anzi potrebbe sembrare perfino una pazzia, ad una analisi accorta, ad una disamina ragionata.

Però così si realizza qualcosa, anche. Diciamo, nella brillante imperfezione di certi passaggi, nella confusione di certi momenti. Si capisce che si realizza qualcosa, di particolare, forse unico. Un incontro che non ha paura, cioè un incontro vero. Aperto e disorganico – in qualche grado – come ogni vero incontro. Ben  organizzato, eppure facilmente debordante.

In tale ambito, comprendo presto che la sfida, per me personalmente, è dire in un tempo limitato perché è importante l’aver finalmente “visto” le onde gravitazionali, come cruciale conferma della relatività generale (lo schema fisico-interpretativo del cosmo, in poche parole), e sopratutto – stamattina – perché è importante in questo contesto. Perché e quali segnali possiamo probabilmente ricevere dall’apertura ad una rinnovata comprensione del cosmo, rigorosa certo ma insieme anche rispettosa finalmente del nostro ruolo all’interno di esso.

Di questo siamo contenti, perché i nuovi risultati della ricerca astronomica, insieme con il formidabile e rivoluzionario apporto culturale della fisica quantistica (ancora da metabolizzare in ampia parte), ci autorizzano a pensare ad un modello più amichevole di universo, forse più relazionale e comunque che pienamente rispecchia – come sempre ha fatto – la natura complessa e feconda del nostro tempo.

Cielo e terra vanno insieme, insomma, come sempre hanno fatto. Questo alla fine ho cercato di esprimere, prendendo spunto dalle ultime scoperte. Ogni incremento di consapevolezza umana si scopre esistere sotto un cielo diverso, rispetto al pensiero precedente: più ricco, articolato, più relazionale, più umano.

Come dice Marco Guzzi nel volume La nuova umanità,

E’ come se l’umanità incominciasse a scoprire nel cielo zone di se stessa che vanno al di là dei limiti che fino a quel momento aveva avuto la figura umana.

Di fattori in gioco – schegge di vita di un venerdì mattina diverso ed intrigante – ce ne sono stati tanti, quasi troppi (se ci fosse un troppo in queste cose). I bimbi, i ragazzi, i professori. I dialoghi a tu per tu, prima e dopo l’evento. Lo scambio di indirizzi e di propositi di collaborazione, i premi agli istituti scolastici e gli ambasciatori in visita, le mamme che si complimentano per l’intervento sulle onde gravitazionali ed anche i professori – tutto questo e molto altro, nello spazio di appena qualche ora.

Quello che si impone ora alla mia memoria adesso è come un disordine fecondo. Qualcosa che va ripreso e lavorato, per certo.

E poi c’è questo, che mi rimane, c’è questo soprattutto: I ragazzi delle scuole (dai più piccolini a quelli del liceo). Bene ha fatto chi lì ha voluti qui, in questa mattinata. Eh sì, perché davanti ai ragazzi non puoi barare: la vedi la loro voglia di esistere, di esserci, di essere protagonisti sani, di cambiare il mondo. Li vedi i loro occhi che guardano il mondo e attraverso questo rimando, questo gioco di specchi umani, il mondo lo vedi di nuovo come lo vedono loro, cioè malleabile, modificabile, sagomabile. Un mondo nel quale si può intervenire. Ancora, e ancora. Un principio di sano realismo che devo imparare di nuovo da chi ha diversi anni meno di me: una persona dalla quale posso imparare l’entusiasmo e alla quale posso forse donare la competenza e un briciolo di saggezza.

Un connubio che, occhio e croce, lo capisco: potrebbe funzionare.

Due milioni per Hubble…

Sarebbe impresa difficilissima, quella di chi volesse esagerare sulla portata che ha avuto – e sta ancora avendo – il Telescopio Spaziale Hubble per la moderna visione del cosmo. Sono veramente innumerevoli, infatti, le cose che Hubble ci ha aiutato a comprendere, in tutti questi anni di onorato servizio: un insieme di ricadute scientifiche che spaziano dalle stelle a noi più prossime fino ai più remoti quasar, in una mole di dati che ancora attendono per buona parte di essere compiutamente ed accuratamente esaminati, e che ancora aspettano pazientemente l’estrazione di tutte le informazioni ivi contenute.

In diverse occasioni in questo blog ci siamo occupati delle scoperte di Hubble, alcune davvero mirabolanti. Stavolta perciò vorrei tentare un discorso più generale: Invece di parlare di cosa ha trovato Hubble, vorrei volgere un attimo lo sguardo su di lui, su questo fantastico telescopio spaziale. E mentre lui lassù impiegava sapientemente il tempo ad osservare altri mondi, su come intanto sia cambiato il nostro. E profondamente.

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Una suggestiva immagine della Nebulosa Carina vista da Hubble (Crediti: NASA, ESA, and the Hubble SM4 ERO Team)

Consideriamo soltanto che Hubble viene lanciato nel 1990 (con un ritardo sulla data prevista di diversi anni, anche in seguito al terribile disastro del Challenger). E’ interessante analizzare questa storia dal punto di vista delle comunicazioni: il lancio infatti precede di pochissimo la nascita di quella innovazione relazionale che avrebbe cambiato completamente il nostro mondo: la nascita di Internet possiamo infatti datarla al 1991, anno in cui Tim Berners-Lee definisce il protocollo HTTP. Questa è la base teorica di partenza per lo sviluppo di sistemi testuali distribuiti, ovvero, quello che ci voleva per riempire le nuove connessioni di rete di contenuti. In poche parole, nasce il web, anche se all’inizio avrà diffusione lenta e ci vorrà molto tempo prima che le persone comuni si accorgano che qualcosa è cambiato.

Ma ci siamo, qualcosa ormai sta cambiando. Così, mentre Hubble osserva le più lontane galassie (sopratutto dopo aver risolto il problema dell’aberrazione sferica di cui soffriva all’inizio), il mondo sotto di lui, il nostro mondo, inizia a sperimentare un nuovo ed inedito modo di sentirsi connesso, un nuovo modo di far circolare le informazioni. Una nuova umanità si trova affacciata su uno strato di bit che piano piano ricopre il pianeta, lo percorre da parte a parte.

Oso dirlo, una umanità nuova, perché lo stesso strumento – con le sue potenzialità – chiama ad una evoluzione della specie che lo ha inventato. La capacità estrema di comunicare richiede sia un nuovo atteggiamento relazionale, che contenuti validi e condivisi che possano essere trasmessi efficacemente e con profitto. L’evoluzione dell’uomo è più lenta di quella delle macchine, lo sappiamo. Ma i tempi forse sono maturi perché veramente si possa piano piano far germogliare un modello di uomo anch’esso davvero proficuamente inserito in una rete di relazioni.

E tra queste relazioni c’è sicuramente la comunicazione scientifica. Ma non si pensi qui a semplice divulgazione. La rete che è cresciuta mentre Hubble volava, quella rete che usiamo tutti tanto che ci sembra quasi più preziosa dell’acqua, ci consente di rendere finalmente la scienza una avventura partecipata da un ampissimo numero di persone, a volte (come nei progetti ZooUniverse, di cui ci siamo occupati diverse volte), stemperando perfino il confine – un tempo drasticamente netto – tra chi fa scienza e chi ne viene semplicemente informato. Quel confine prima così deterministicamente tracciato, ora si fa invece morbido, labile, quantisticamente indistinto: non c’è un vero confine, il confine dipende dall’osservatore. Dipende da come tu ti poni davanti a questo mare di potenzialità.

Non è una visione romantica, è la pura realtà. Ormai basta un computer connesso a rete, per seguire, a volte in tempo reale, le esplorazioni di ambienti tra i più remoti ed inaccessibili. Esaminare accuratamente immagini di Marte, o infilarsi tra gli anelli di Saturno. Le risorse alle quali poter accedere – alcune di grandissima qualità – sono ormai sterminate, lo sappiamo: ed è sufficiente coltivare un poco di curiosità per cadere facilmente in tragitti di scoperta impensabili quando Hubble iniziò il suo volo.

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Ed è da pochissimo che la pagina Facebook ufficiale di Hubble si è trovata a festeggiare il superamento dei due milioni di iscritti (mentre scrivo siamo a quota 2.005.015 per la precisione, quando leggerete sarà certo di più). Un risultato che, per un satellite lanciato prima che qualsiasi persona si immaginasse appena qualcosa come un social network, è assolutamente lusinghiero e anche testimone di come – pur da lassù – si sia inserito proficuamente nella grande rete. Diffondendo così un po’ della magia di quello che ha osservato per anni, e sta osservando, ponendolo delicatamente sotto i nostri occhi.

Auguri Hubble! Ti dobbiamo proprio tantissimo, lo sai.

In cerca di un modello…

Lo abbiamo visto più volte, lo abbiamo toccato con mano anche nell’evento recente della rilevazione delle onde gravitazionali, di cui si è ampiamente parlato: la gente ha fame di informazione scientifica. in particolare, per l’ambito più prettamente astronomico, ha fame di una informazione che la aiuti a comprendere l’Universo, a capire cioè la natura e la forma dell’ambiente all’interno del quale – in senso più globale – è stata chiamata a vivere.

Se ci pensiamo, è una cosa assolutamente naturale. In ogni tempo e in ogni epoca le persone hanno posseduto un proprio modello di universo, uno schema comprensibile dove poter collocare idealmente il proprio percorso di vita. Poco importa, da questo punto di vista, se il modello a cui si riferivano risulti – alla luce della moderna cosmologia – decisamente inattuale, palesemente falsificabile. Certo, potremmo legittimamente sorridere ripensando al modello a guscio di tartaruga dell‘antica mitologia cinese: del resto, oggi quasi nessuno penserebbe più di poter vivere davvero sul dorso di una tartaruga gigante. O anche, che il Sole derivi, come formazione, dall’occhio destro del gigante Pangu.

Un modello fisico dell'universo ci trasporta dal mito alla scienza. Con che conseguenze?

Un modello fisico dell’universo ci trasporta dall’immagine mitica alla scienza empirica. Con quali conseguenze?

Però il punto non riposa tanto nella moderna facilità nel falsificare il modello stesso. Il punto è che un modello qualsiasi è – per la mente – molto meglio di nessun modello. Un modello di universo è uno schema che rende il cosmo pensabile, prima di tutto. Affrontabile dall’intelletto umano. Il cosmo, filtrato e concretizzato dal modello stesso, esce ipso facto dal novero vaporoso e intangibile delle cose che non si possono dire, diventa pronunciabile. Il modello così si innesta in un percorso ove potrà essere perfezionato, integrato, perfino sostituito con un altro, in una scala che probabilmente – almeno finché esiste la specie umana – non vedrà mai l’ultimo gradino.

Si potrebbe dire, in altri termini, che l’universo è fatto per essere pensato. Per essere pensato è necessario un modello, qualcosa che sia – come dicevamo – lavorabile dalla mente. Del resto, nell’approccio scientifico in senso più vasto, il modello è proprio l’interfaccia necessaria ed insostituibile attraverso la quale possiamo (ri)appropriarci del reale, in senso squisitamente misurabile: possiamo ricondurlo nell’ambito di ciò che comprendiamo. Possiamo pensare un modello come ad una rete di rapporti logici stesa sopra la realtà, che ci guida e ci aiuta nel percorso della sua progressiva comprensione.

Il punto è che – per la prima volta nella storia umana – è come se non avessimo alcun modello di Universo. Per essere più precisi: è chiaro che ce lo abbiamo, in realtà. E’ che non è più patrimonio delle persone comuni, in sostanza. E questo, proprio quando tale modello è così definito ed articolato come non lo è stato mai. Di più, con Einstein il modello cosmologico è entrato a pieno titolo nell’ambito dell’empirismo scientifico, aderendo ai suoi canoni e sposando la sua impostazione ideale, il suo schema di pensiero.

Con questo ha abbandonato definitivamente il territorio del mito, territorio che è stato suo per molti secoli. E’ stato un passaggio certamente necessario, portatore di una grandissima quantità di ricadute pratiche e teoriche. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che insieme ai benefici questo ha portato anche alcuni problemi. Problemi che vanno esaminati: non certo per tornare indietro o per discutere sterilmente la linea di sviluppo della scienza, ma per tentare un recupero di alcuni aspetti del sapere che riportino, in prospettiva, verso una scienza meno tecnicistica ma più organica al sistema umano dei saperi.

Il primo e il più grave dei problemi è stato – come si accennava – il progressivo scollamento dal senso comune delle persone. I modelli mitici di Universo erano – ad un primo livello – tutti facilmente comprensibili, erano assimilabili dalla gran parte delle persone. Erano proprio elaborati per essere comprensibili. Ripeto, non si tratta in questa sede di discutere quanto fossero improbabili (agli occhi moderni), non è questo il punto. Si tratta di vedere quanto, con la loro comunicabilità, potessero facilmente entrare in circolo nelle persone, formare una base di ragionamento e di esperienza comune, costituire un framework entro cui, idealmente, la vita delle persone poteva innestarsi, crescere, prosperare.

Ecco, questo forse si è perso, nell’epoca moderna. L’uomo di oggi, che non sia uno scienziato, guarda con sfiducia e sospetto alla possibilità di comprendere ancora la natura intima del cosmo. Di poter dire una parola sull’universo. Perché di fatto, tale natura – sposando necessariamente un formalismo matematico complesso – è diventato un appannaggio esclusivo di alcuni iniziati, ai quali solo sembra ormai riservata la possibilità di sapere davvero come questo Universo realmente sia.

C’è dunque un urgente bisogno di trasmettere al pubblico più vasto una nozione ragionevole di come pensiamo sia adesso l’universo. C’è bisogno, come primo approccio, di mettere da parte il rigore delle formule matematiche – sempre indispensabile a chiunque voglia incamminarsi verso un serio lavoro di conoscenza e verifica – per sporcarsi le mani con una descrizione in forma di racconto che riprenda il fascino degli antichi miti, rivestendolo di conoscenza moderna.

Descrizione raccontata che sarà sempre e invariabilmente perfettibile, e sanamente incompleta. Da diffondere e raccogliere con grande umiltà e accorta consapevolezza del limite intrinseco di questa processo di traduzione in parole, di declinazione in racconto di ciò che per sua natura si esprime compitamente attraverso il mezzo dell’espressività matematica, chiave di accesso indispensabile per operare pienamente con il modello di riferimento.

Un procedimento sempre sanamente rischioso perché – ad uno sguardo superficiale – assai facilmente assimilabile a tante pulsioni new age che pure tentano di sopperire ad un bisogno reale, quello della comprensibilità del mondo e del nostro ruolo all’interno di esso. Tentazioni che non intendiamo qui demonizzare, ma registrare appunto come evidenza sempre più stringente della necessità di un percorso serio e meditato, da svolgersi con competenza ed accortezza. Un percorso che porti la scienza ad essere ancora raccontabile. 

Perché il racconto, la magica concatenazione di parole che gode di un potere di seduzione antico e potente, è per l’uomo la forma suprema di conoscenza ed insieme di fiducia nella struttura del reale, struttura  che sia ancora comprensibile, ed in fondo, ancora amica.

L’evento delle onde gravitazionali ha messo tutti di fronte al fatto che la gente vuole sapere. Vuole sapere dell’Universo, vuole capire cosa si muove anche nei fenomeni più lontani dalla vita comune, come lo scontro e la fusione di buchi neri giganteschi, che genera queste elusive increspature del tessuto spaziotemporale. Vuole capire e partecipare al destino del cosmo.

E’ dunque una sfida attualissima. Ed è una sfida che noi scienziati non dobbiamo lasciar cadere.

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