Il bosone di Higgs e la fede

Iniziamo a proporre – di tanto in tanto – degli “editoriali”: in questa prima occasione, prendiamo spunto dal bosone di Higgs, la cosiddetta “particella di Dio”, per parlare di scienza e fede. Sperando di fare cosa gradita: al proposito, attendiamo i vostri commenti. (MC)

Chiamato impropriamente “La particella di Dio” (per chi crede tutte le particelle potrebbero fregiarsi di tal nome…), il bosone di Higgs ha portato più persone ad interrogarsi sulle relazioni, sugli incroci, tra la ricerca scientifica e la fede.

Al proposito un articolo breve ma interessante è quello apparso su ilsussidiario.net a firma di Lorenzo Albacete.

Mi pare significativo in particolare un brano dell’intervista, laddove si dice che “La fede cattolica della creazione non parla di cosa è successo nel Big Bang, ma di ciò che sta accadendo ora, come siamo creati dal nulla in ogni momento della nostra vita.”

In questo senso, la scoperta di una particella di per sè non ci dice niente sull’esistenza di realtà “extrascientifiche”. La scienza non si sostituisce all’atto di libertà e onestà intellettuale che può portare alla fede. Dio rispetta la nostra libertà e non ci “obbliga” con risultati scientifici.

La scienza è il mio lavoro, e negli anni ho avuto anche  l’immeritato privilegio di incontrare scienziati piuttosto noti. E ne ho visti – ne vedo – di credenti e non credenti. Insomma gli scienziati “mappano” all’interno della loro comunità le stesse opzioni di libertà dell’umano sentire, che si trovano nella più vasta assemblea umana. La scienza non forza nessuno: ciò non toglie che per il credente questa sua fede possa essere uno stimolo alla ricerca. Continua infatti l’intervista “ci meravigliamo con timore reverenziale del mistero di Cristo. Egli è il centro dell’universo. Il timore suscitato in noi da questa convinzione di fede risveglia e sostiene la nostra esplorazione scientifica della bellezza che ci circonda.”

Altresì mi pare che alcuni scienziati dichiaratamente (e talvolta veementemente) agnostici, al di là del loro valore di scienziati, non facciano un buon servizio alla scienza cercando di supportare la propria visione del mondo con questo o quel risultato cosmologico (penso ad esempio a certe prese di posizione di Stephen Hawking, o di Margherita Hack, tanto per rimanere in ambito astronomico).

Con buona pace di tutti, credenti e non credenti, la scienza e la fede corrono su binari diversi. La scienza non mi dice perché è importante vivere e perché la mia vita è unica. Non mi dice se sono nel mondo per un compito. Mi dice come è fatto e come funziona l’universo che mi circonda. Forzarla a rispondere a domande per le quali non è nata, è semplicemente un errore e come tale non aggiunge niente alla vera conoscenza. Sarebbe come – dall’altra parte – pretendere che la Bibbia fornisse una descrizione fisica precisa del mondo – non è quello il suo intento.

Eppure all’incrocio tra scienza e fede c’è tanto da imparare. Basta attraversarlo con atteggiamento umile e senza pregiudizi, con tanta voglia di capire. E tanto stupore per il mondo, così come è, per il fatto stesso che esiste. E che esistiamo noi, che lo possiamo comprendere.


Marco Castellani  
(INAF – Osservatorio Astronomico di Roma)

 

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  • Ciao Marco 🙂
    In una società materialista come quella attuale spesso si fa l’errore di confondere la scienza con la fede e la fede con la scienza. È difficile esserne immuni, nell’uno come nell’altro senso.
    Invece è importante ricordarsi che la scienza e la fede sono due cose ben distinte che cercano di rispondere a due domande ben diverse: la scienza vuole spiegare cos’è l’Universo, il Creato, e la fede il perché della nostra esistenza, quale possa essere il nostro scopo e cosa ci facciamo qui.
    La scienza mi dice che l’Universo è nato con il Big Bang, che siamo fatti di adroni e leptoni, che interagiamo con i fotoni con quello che ci circonda, ma questo non esclude a priori che esista Dio e un suo disegno che non sempre è manifesto.
    Parimenti se volessimo interpretare tutto come una cacofonia di costanti fisiche dovremmo concludere che siamo estremamente fortunati ad essere qui e ora, che estremizzando si arriva perfino a concludere che Dawkins con la sua competizione genetica ha ragione.
    Ma allora l’amore per il prossimo, l’empatia e la pietà perché questi esistono? Perché quella mamma delfino ha spronato per tre lunghi giorni il suo cucciolo che era morto a nuotare ancora(è veramente accaduto in Cina nei giorni scorsi)?
    In un universo prettamente materialista non c’è posto per questi sentimenti, allora – se la scienza vuole spiegare anche i Perché – perché esistono?
    La scienza studia e cerca di spiegare il mezzo per il quale esistiamo, per comprenderne il fine occorre un approccio ben diverso che ognuno di noi può chiamare in mille e mille modi diversi ma che è comunque fede in qualcosa di ben più grande che sfugge all’interpretazione materiale.

    (lo so. sono stato prolisso e arzigogolato, la prossima volta cercherò di essere più sintetico 🙂 )

  • mcastel

    Ciao Umberto!

    No, direi che non sei stato affatto arzigogolato, e nemmeno prolisso, visto che questi argomenti meritano, a mio avviso, di essere affrontati senza troppa fretta e argomentando il dovuto… 🙂

    Mio papà mi ha insegnato che la scienza spiega i “come” e non si occupa dei “perché”, e mi sembra una affermazione di solido buon senso, che rintraccio anche nel tuo bell’intervento. Purtroppo c’è abbastanza confusione al riguardo, con sussulti di scientismo che fanno soltanto male alla vera scienza, che è una meravigliosa avventura conoscitiva, veramente chi crede può chiamarlo un regalo dell’Altissimo… la possibilità di capire il mondo, trovarne delle regole, meravigliarsi per la sua semplicità di fondo e la sua complessità di manifestazione…

    Grazie per il tuo intervento, avremo modo di parlarne ancora, spero!

  • mmorselli

    L’articolo mi sembra un po’ fazioso nel momento in cui dice che Hawking o la Hack non fanno un buon servizio alla scienza. Lo fanno eccome. Non dicono infatti “Dio non esiste”, ma dicono “Non è necessario Dio per giustificare molte cose che fino ad oggi sono state attribuite a lui”. Non serve Dio per giustificare l’universo o l’esistenza, e nemmeno, Umby, per giustificare la pietà e l’empatia, perchè sono meccanismi che gli animali superiori hanno acquisito con l’evoluzione in quanto caratteri favorevoli. Verissimo invece che la scienza non spiega i perchè ultimi dell’esistenza, ma in realtà nemmeno la religione lo fa, semplicemente ce ne propone uno, ogni religione il suo, preconfezionato, da prendere così com’è, senza la pretesa di spiegarlo, perchè se lo spiegasse sarebbe scienza, sarebbe l’opposto del concetto di fede, che per definizione è “credere senza le prove”. La scienza osserva, fa ipotesi, ed esperimenti per verificare le ipotesi, fino a spiegare come funzionano le cose. Anche la religione, in quanto fenomeno sociale, è osservabile, per cui non c’è da meravigliarsi se gli scienziati fanno ipotesi anche su questo argomento e si domandano, come ha fatto Hawking, se è una variabile necessaria a tenere in piedi il modello, oppure no, senza interferire con quello che probabilmente una religione è davvero: un bisogno umano, una necessità che prescinde lo scopo.

  • mcastel

    Grazie per l’intervento, prima di tutto 🙂

    Siamo d’accordo, fintanto che lo scienziato non usa la sua posizione e il suo prestigio “mediatico” per invadere campi che non sono suoi, non vedo problema. Il fatto è che mi sembra che a volte accada. E – da scienziato – mi sento avvilito quando succede, perché nel pubblico più vasto si può ingenerare una falsa opinione per cui chi ha digerito molta scienza possa aver acquisito un qualche credito per fornirci risposte su domande basilari quali l’esistenza di Dio, il significato della vita, etc.

    La nascita dell’universo è un mistero. Non lo spiega la scienza né lo potrai mai spiegare (i goffi tentativi di dire che è nato da una fluttuazione del nulla sono filosoficamente sbagliati, perché un nulla di particelle e antiparticelle è tutt’altro che il vero “nulla”, è una cosa che esiste). “Nulla” di male, non è compito suo.

    La religione è certamente osservabile come fenomeno sociale. Tuttavia – mi azzardo a dire – non è veramente quello che interessa, che tocca il cuore. Davanti alla percezione della finitezza del mondo fisico, davanti ad una grave malattia, un lutto, una sofferenza, non può non sorgere la domanda se qualcosa di noi rimarrà, se l’universo è una vastità indifferente a quanto ci succede o se Qualcuno si prende cura di noi, anche se a volte in modi che non capiamo.

    Qui abbiamo già fatto un altro salto importante, perché passiamo dal Dio dei filosofi (ove ci si limita a ragionare se abbia creato l’universo), all’ipotesi di una Presenza “amica” e che ci ama, adesso. Si può rispondere in mille modi alla “pretesa cristiana” (e delle altre fedi), ma non si può negare che sia un quesito decisivo, davanti al quale non possiamo non prendere posizione. Le religioni sono un tentativo di risposta ad un bisogno umano, siamo d’accordo: il punto è se un Fatto che ci da speranza sia davvero avvenuto, perché qui, come si può capire, cambia tutto.

  • mmorselli

    Mah… Galileo direbbe che se un’ipotesi è concorde con l’esperimento, ma discorde con la filosofia, è la filosofia che deve cedere il passo. I tentativi di spiegare la nascita dal nulla non sono goffi, sono giovani, ma non devono portare a dimostrazioni accettabili filosoficamente (buona parte della meccanica quantistica va contro il buonsenso comune), devono portare ad ipotesi seguite da verifiche sperimentali.

    Sull’ultima parte, io continuo a pensare che la religione non può prescindere dalla fede, che è l’opposto del metodo scientifico, in quanto non necessità di prove. In pratica, con la fede, si può credere a tutto quello che si vuole, non ci sono regole se non quelle imposte da chi ne trae un vantaggio o da noi stessi. Nel momento che ci chiediamo se un fatto è avvenuto davvero, quel “davvero” impone una dimostrazione, ma se è dimostrabile è scienza, diventa un fenomeno di proporzioni gigantesche, ma pur sempre un fenomeno, e alle proporzioni gigantesche siamo abituati. E’ proprio il non aver bisogno di questa differenza tra l’essere vero e il credere che sia vero, che rende la religione utilizzabile in quelle situazioni in cui tutto il concreto si rivela inutile. Non falso, non sbagliato, ma inutile.