Un ammasso davanti alla nebulosa, rilancia il mistero…

La Nebulosa di Orione è certamente una delle meraviglie più grandi del cielo notturno. La sua scoperta si può datare intorno a 400 anni fa, quando venne descritta come ‘nebbia’ in un report osservativo dell’astronomo francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc (1610). La storia della scoperta della nebulosa è strettamente connessa con lo sviluppo dei primi telescopi, ma è soltanto negli ultimi sessant’anni che abbiamo iniziato a comprendere la vera importanza astrofisica di questo affascinante oggetto: come molti altre nebulose, nella nostra e in altre galassia, è una scoppiettante fucina di formazione stellare.

All’interno della Nebulosa di Orione gli scienziati hanno trovato, negli anni, un ampio intervallo di stelle giovani e oggetti di tipo stellare. Si va da stelle di massa anche decine di volte pari a quella del Sole – che ionizzano il mezzo circostante – a nane brune, oggetti così piccoli che non riescono ad innescare il bruciamento di idrogeno nel centro, decisamente troppo poco massive per diventare stelle vere e proprie.

Una meravigliosa (è proprio il caso di dirlo!) immagine della Nebulosa di Orione. Crediti: CFHT/Coelum (J.-C. Cuillandre & G. Anselmi).

Di tutte le nursery stellari sparse per lo spazio, la Nebulosa di Orione  è la più vicina alla Terra: dista da noi appena 1500 anni luce. Questa importante prerogativa la rende una regione molto molto speciale, capace di offrire agli astronomi la migliore opportunità di comprendere come le leggi delle fisica “riescono” a portare alla trasformazione di nubi molecolari di gas diffuso in stelle che bruciano idrogeno, in stelle ‘mancate’, e anche in pianeti.

Così non è troppo sorprendente come gli astronomi vedano la nebulosa di Orione come un oggetto di capitale importanza per gli studi di formazione stellare. Tanto che la maggior parte degli studi su come si formano le stelle sono stati derivati proprio dall’analisi dei dati che provengono da tale intrigante nebulosa.

Tutto chiaro, allora? Non proprio. Anzi, vien fuori che (come spesso accade) la realtà sia più complessa.  Osservazioni recenti effettuate da differenti strumenti, hanno rivelato come l’ammasso noto con il nome di NGC 1980 costituisca un agglomerato di stelle leggermente più anziane, proprio di fronte alla nebulosa.  Per quanto gli astronomi sapessero della presenza di un agglomerato stellare davanti alla nebulosa, le osservazioni recenti hanno rivelato che la popolazione stellare in oggetto è più massiccia di quanto si pensava. Inoltre non è affatto distribuita in modo uniforme, perché sembra si addensi intorno alla stella iota Orionis.

In pratica, l’importanza della scoperta è doppia. Prima cosa, l’ammasso NGC 1980, finora pensato come entità separata, vien fuori che è solo appena più vecchio rispetto all’ammasso del Trapezio, posto proprio nel cuore della nebulosa di Orione. Si ipotizza pertanto un legame maggiore con il resto della nebulosa. Secondo, quello che gli astronomi avevano sempre chiamato l’ammasso della nebulosa di Orione (Orion Nebula Cluster, ONC) è in realtà una complicata mistura di caratteristiche di questi due ammassi.

La cosa eccitante è che tutto questo porta a comprendere quanto ancora non si sa della formazione delle stelle! A detta degli stessi scienziati, i nuovi dati non si inquadrano agevolmente in nessuno degli scenari teorici esistenti — ed è proprio eccitate perché si comincia a capire che ci manca ancora, nella teoria, qualche ingradiente fondamentale.

Dunque non è solo l’universo lontano ad essere ancora pieno di misteri… siamo ancora circondati di segreti, e nell’indagine scientifica abbiamo gli strumenti adatti per camminare la meravigliosa avventura del conoscere il cosmo. Dedizione e pazienza saranno dotazioni necessarie per penetrare con successo anche in questo “mistero”…

(Libera rielaborazione di una Press Release CFHT)

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Autore: Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.it