Una spirale in una… pompa d’aria!

Questo autentico gioiellino cosmico si trova ad una distanza di circa centodieci milioni di anni luce dalla Terra, nella costellazione di Antlia (la Pompa d’Aria). Si tratta della galassia a spirale chiamata IC2560, rivelata qui in tutta la sua bellezza in una immagine ottenuta dal glorioso Telescopio Spaziale Hubble.

AntliaPompa
                                                  Crediti:ESA/Hubble & NASA Ringraziamenti: Nick Rose

Per quanto la distanza possa sembrare considerevole, in realtà sull’ordine delle scale cosmiche, risulta una galassia relativamente vicina. Non è da sola, ma fa parte dell’ammasso di galassie Antlia, un gruppo di più di duecento galassie tenute insieme dalla muta attrazione gravitazionale. Va detto che l’ammasso di galassie in questione è abbastanza peculiare, potremmo quasi dire unico nel suo genere: a differenza della maggior parte degli ammassi, non presenta alcuna galassia con ruolo “dominante” al suo interno. Ricordiamo al proposito che già la nostra Via Lattea fa parte di un gruppo, che si chiama (buffo ricordarlo qui) “Gruppo Locale“, di circa una settantina di galassie, e che all’interno di questo gruppo condivide con Andromeda (M31) il ruolo di galassia dominante.

Nell’immagine qui presentata, è facile rintracciare sia lo snodarsi dei bracci di spirale sia la tipica struttura “barrata”. Questa spirale viene chiamata dagli scienziati galassia di Seyfert-2, ed è caratterizzata da un nucleo centrale molto luminoso e da linee di emissione decisamente marcate, con segni peculiari di alcuni elementi quali idrogeno, elio, azoto e ossigeno. Si ritiene che la luminosità del nucleo centrale della galassia sia causata dall’espulsione violenta di enormi quantità di gas caldo da una regione che circonda un gigantesco buco nero.

C’è da raccontare una curiosità riguardo il nome Antlia. La costellazione dove si trova IC2560 fu infatti così chiamata dall’astronomo francese Abbé Nicolas Louis de Lacaille, in onore dell’invenzione della pompa d’aria avvenuta nel diciassettesimo secolo.

Un’altra storia che val la pena menzionare riguarda specificamente IC2560. Una sua immagine ha infatti preso parte alla competizione indetta da ESA mesi fa, per indurre gli appassionati a scovare i “tesori nascosti” nell’ingente archivio di Hubble. In cosa consiste è presto detto: gli scienziati si sono ben presto accorti che la mole di immagini acquisite da Hubble è veramente immensa. Come tale, solo poche immagini sono state portate agli onori della cronaca, mentre esistono tantissime foto astronomiche sepolte negli archivi, magari meritevoli (con qualche ritoccatina cosmetica, come spesso si usa) di essere viste e godute da un pubblico più vasto.

Entrando così negli archivi, con l’aiuto di apposite istruzioni, si poteva selezionare una immagine, sistemarla ed abbellirla con appositi software online (o addirittura, per i più intrepidi, lavorarla utilizzando software astronomico professionale), e sottoporla per il concorso. L’ennesimo caso in cui gli appassionati non rivestivano più un ruolo subalterno, ma erano messi in condizioni di lavorare sui dati reali. 

Cosa che qualche anno fa – prima di Internet – sarebbe stata semplicemente inconcepibile.

Derivato da un articolo su spacetelescope.org

Pubblicato da

Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.me

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