Baltimora, uova, ed isocrone di ammasso

“All’avanzare della fase evolutiva cresce in generale la velocità di evoluzione, intesa come velocità con la quale viene percorsa l’ascissa curvilinea del cammino evolutivo. Di conseguenza diminuisce il gradiente di massa lungo l’isocrona e l’isocrona stessa finisce col coincidere con la traccia evolutiva della tipica massa in fase di evoluzione avanzata.”

Rileggo questo pezzetto durante il – lento e progressivo – lavoro di sistemazione ed aggiornamento del libro di astrofisica di papà, nella versione su wiki. E non posso che ricadere subito nei ricordi. Quei ricordi. Si corre indietro nel tempo, si svalica il millennio, si plana infine sugli anni ’80. E mi ritrovo in quel di Baltimora: dovremmo essere nel 1988, probabilmente agosto.

Sì, agosto 1988, come indica la pagina web dell’IAU.

Un giovane studente, timidamente affacciato sulla prospettiva di abbracciare un percorso verso l’astronomia come professione, ecco come ero allora. L‘astrofisica stellare era ancora, per molta parte, una cosa misteriosa (taluni miei detrattori – incluso me stesso – potrebbero affermare che per molti versi ancora lo è), una cosa da esplorare. Qualcosa di denso e compatto, da attaccare piano piano, da raddolcire con l’impegno e lo studio, ma soprattutto con la curiosità. Con la voglia di capire.

Una vista del porto di Baltimora
Una vista del porto di Baltimora

Questo pensava soprattutto mio padre, credo. Del resto, la dedica che mi aveva scritto sulla mia copia personale, parlava proprio del mondo come bella avventura nella quale esiste il conoscere ed il capire.

Il ricordo di quei momenti seduti al caffé dell’albergo in Baltimora (l’Holiday Inn, forse?) mi si pare davanti agli occhi ogni volta che ripercorro le frasi di quel paragrafo del testo. I tavolini quadrati, una stanza di moquette e forse tappeti, con colori marroncini, caldi. Poi, la sorpresa di scoprire che per colazione non c’è appena il caffellatte, ma puoi prendere perfino le uova con il bacon e se ci sono anche le salsiccette e i wurstel e c’è perfino la frutta: facile, basta che vai al banco e ti servi.

fried-eggs-456351_640I wurstel, la frutta?? Le uova???  Impressionante, per un ragazzetto di poco più di vent’anni, non ancora abituato allo stile di vita del nuovo continente.

Già. Era un mondo diverso da quello a cui ero abituato, era davvero un nuovo mondo. E intanto era l’entrata, passo passo, nel nuovo mondo dell’astronomia. Nel regno misterioso dell’evoluzione delle stelle, qualcosa che – in qualche modo – c’era sempre stato in casa, ma non aveva mai davvero riguardato me, personalmente.

Ecco, avevo la possibilità di iniziare a farla diventare mia, questa storia, a farla diventare personale, cioè metterci addosso un po’ di me stesso. Del resto, le stelle sono strane. E questo, guardate, mi meraviglia ancora. Cioè, tu pensi di studiare una cosa particolare, di settore, anche semplice (tutto sommato partono come semplici ammassi di gas autogravitante) e ben presto scopri che per comprenderle davvero hai bisogno della fisica, anzi di tutta la fisica, inclusa quella più moderna. E anche se studi le stelle, non studi le stelle (appena), studi proprio tutta la fisica…

“le stelle finiscono col fornirci informazioni non solo sulla loro stessa storia, ma anche sulle leggi fondamentali della fisica e sulla conseguente efficienza di meccanismi fisici quali le reazioni nucleari, le interazioni deboli e così di seguito.”

Così, da quei dialoghi a tavola, è cominciato tutto il viaggio, il vero viaggio, potrei dire. Da quel momento mi sono imbarcato nell’avventura di far diventare l’astronomia (anche) una storia personale. Di contaminarla con la mia umanità, come fa ogni scienziato, ogni appassionato.

In quei dialoghi svolti nel ristorante dell’hotel, papà mi iniziò a spiegare, appunto, la differenza tra fase evolutiva ed isocrona. Seduti uno davanti all’altro, in quel posto lontanissimo da casa, con orari completamente sfasati ai quali faticavo ad abituarmi, solo raccontando, mi introdusse pazientemente alla gestione di cose “impegnative”, cose “da esperti”. Lo ha sempre fatto con quel suo stile originalissimo, che molti gli hanno riconosciuto: quello per cui le cose difficili venivano sfrondate dalle complicanze di second’ordine, per far brillare l’essenziale, che poi è proprio semplice (per chi lo padroneggia davvero).

Per me, era comunque un mondo “altro”, un mondo strano, affascinante ed ostico insieme. Era davvero un altro mondo, differente dalla mia adolescenza ed infanzia, tanto come Baltimora poteva essere diversa dalla casetta nella periferia romana alla quale ero abituato.

Era – anche e sopratutto – la possibilità inedita, finalmente, di comprendere di cosa vivesse papà, di osservarlo in presa diretta, di comprenderlo dall’interno una buona volta.

“La variazione delle isocrone con il tempo rappresenta un “orologio” con cui potremo valutare l’età degli ammassi stellari, orologio calibrabile tramite la luminosità del punto di massima temperatura efficace…”

Iniziavo così a comprendere gli orologi cosmici mentre lo stesso orologio della mia vita segnava il tempo in cui iniziare a navigare in acque più aperte. A confrontarmi da adulto nel mondo degli adulti.

Le isocrone sono diverse dalle tracce evolutive, chiaro. Poi però non sono così diverse, mi spiegava papà. E’ che nelle fasi evolutive avanzate la si possono confondere con una buona approssimazione, perché l’intervallo in massa coperto dall’isocrona diminuisce, e dunque si avvicina alla traccia evolutiva corrispondente al valore di massa. Ad essere onesti, ricordo che mi faceva fatica comprenderlo davvero.

Eppure iniziò lì. Iniziò lì per me l’avventura di un nuovo modo di – potremmo dire – ragionare l’universo. Soprattutto, un modo per il quale l’universo stesso cominciava ad essere comprensibile, ad essere davvero indagabile. Poter speculare sulle stelle più lontane, poter dire qualcosa sulla loro età, sulla loro struttura e non dirlo più (soltanto) per fantastica proiezione, ma con un approccio puntuale che comprenda – appunto – il conoscere ed il capire. 

Qualcosa che, una volta che finalmente l’afferri, ti rimane addosso, quale cosa tua per sempre.

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Autore: Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.it