Ciò che le stelle possono ancora dirci

di Luca Cimichella

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo innanzi a me e le associo immediatamente con la coscienza della mia esistenza.»

Da quando Kant così magnificamente concluse la sua Critica della ragion pratica, da «L’amor che move il sole e l’altre stelle» di Dante, o dai commoventi dialoghi leopardiani col cielo notturno, moltissime più cose di quanto questi maestri avrebbero mai creduto sono cambiate nella conoscenza del cielo, e tuttavia le loro parole continuano a risonare in noi con quella specie di vibrazione di bellezza, che per noi ha subito anche il sapore di una qualche “celata” verità…

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Dopo materia ed energia oscura, dopo le teorie sui multiversi, sui tunnel spazio-temporali, dopo la mappatura dell’universo osservabile e la scoperta che per noi visibile è appena il 5% del cosmo reale; cosa può ancora dirci, a noi umani, quel medesimo cosmo che da millenni stregoni, veggenti, sacerdoti, astronomi e artisti interrogano in cerca del divino? … Quali risposte, e soprattutto con quali domande, a quali scopi è ancora degno di essere interrogato, questo universo? –

Il poeta recanatese parla con un cielo bellissimo, misterioso, ma anche terribilmente indifferente al dolore umano: un cosmo lontano, un’immensità che sovrasta e rimpiccolisce l’uomo, lo manifesta per quella povera piccola formica che è, smontandogli all’istante ogni “superba fola”.

Ma non solo poetica è la disperazione, spesso cieca, con cui l’uomo vive – soprattutto oggi – questa consapevolezza di vuoto, questo smarrimento, questa vertigine in cui tutto il Novecento nuota e precipita, e urla (Munch) e si uccide dopo che lo spazio innanzi a lui si contorce (Van Gogh).

A partire dal crollo definitivo della millenaria concezione geocentrica dell’universo, assistiamo parallelamente ad un isolarsi e rimpicciolirsi incessante del nostro pianeta, così come ad un’atomizzazione progressiva dell’uomo nella società: una ricerca di libertà interpretata spesso come individualismo, privatizzazione, frammentazione in tanti in-dividui in naturale competizione tra loro, per sopravvivenza e prevalenza sugli altri. Non possiamo nasconderci infatti che il modo in cui l’uomo pensa se stesso e i suoi rapporti sociali è, anche involontariamente, molto influenzato dalla concezione che abbiamo del cosmo, cioè del contesto spaziale e temporale in cui abita il nostro pianeta. Il pianeta è una configurazione più alta e complessa dello stesso Io umano, che si rapporta con il suo contesto in base a come lo percepisce.

Dunque in gran parte l’uomo occidentale ha vissuto sino ad ora questo decentramento dell’io e del pianeta come una privazione, una diminuzione di importanza, un indebolimento. Paradossalmente, proprio il renderci sempre più conto dell’infinità inconcepibile del nostro universo ha comportato una perdita di speranza nell’infinito stesso, e un nostro sprofondamento rassegnato nella finitezza.

Oggi non possiamo più ignorare le domande esistenziali che inevitabilmente ci si pongono in un cosmo in espansione accelerata, con spazi vuoti di diversi milioni di anni luce che vanificano qualsiasi aggregazione di massa, e ci consegnano ad un destino quasi certo di eterno gelo, buchi neri e vuoto cosmico (Big Freeze). Come può l’uomo sopportare di sentirsi una tale nullità, cioè ancor meno di quanto aveva tragicamente cantato Leopardi? … Un ammasso momentaneo di atomi destinati a tornare nella massa cosmica, a sua volta destinata a questo eterno vuoto di ghiaccio, cancellatore totale di qualsiasi bellezza, di qualsiasi senso e umanità (come disse lo scienziato Russell). –

E cosa accadrebbe, al contrario, se capissimo un giorno che possiamo – se vogliamo – cambiare la nostra percezione di questa conoscenza, sperimentare in modo totalmente diverso l’universo e quindi i rapporti umani e sociali? Cosa accadrebbe se capovolgessimo radicalmente il nostro modo di vivere questa stessa condizione? Dopo la “morte di Dio”, quale legge suprema ci vieta ancora di mutare in un nuovo senso, in una nuova direzione la nostra coscienza, il nostro stesso Io e il modo nostro di stare nel cosmo? …È proprio questo che il grandissimo Kant tentava di dirci con la memorabile chiusa della sua opera, pur non raggiungendo ancora la radicalità con la quale noi ora siamo chiamati a riscoprire il significato profondo delle sue intuizioni. Come possiamo imparare a percepire in modo inedito il rapporto tra cielo e terra? Come possiamo cioè, nietzschianamente, sentirci parte dell’infinito che abbiamo scoperto senza farcene travolgere? …

Forse è arrivato il momento per l’umanità di rinunciare alla sola ricerca negli infiniti spazi del cosmo; forse è il tempo per l’uomo di portare a compimento quel lungo e ben più grave viaggio nell’anima, già iniziato negli ultimi secoli, così da cambiare la lente stessa dei nostri telescopi, cioè la mente dell’uomo: quella stessa mente attraverso cui filtra qualsiasi fenomeno del mondo esterno, dalla mollica alla galassia. Nel profondo, l’immortale messaggio kantiano è quello di cambiare la nostra mente, per cambiare il mondo fuori di noi, specchio del modo in cui abitiamo dentro di noi.

Ormai la fisica quantistica, cioè la scienza del microcosmo, se unita alle più avanzate ricerche della psicologia e delle neuroscienze, può seriamente aprirci la strada a un nuovo mondo, molto più grande di quello scoperto da Colombo: un modo veramente nuovo di abitare l’infinità dell’universo!

Sento che il nostro futuro più auspicabile sia il reale comprendere che tutto l’infinito che l’uomo ha sempre cercato sta nella potenzialità autentica di tutte le cose: infinita è cioè la potenzialità delle cose che chiamiamo “finite”, e l’unico vero problema sta nel trarre questo infinito da ciò che abbiamo di finito. Come sfondare il con-fine, il limite, le barriere che demarcano e de-finiscono tutto ciò che siamo e viviamo? … Non è forse la cultura frammentata in tanti specialismi giunta all’esaurimento più totale? Non è forse l’uomo individuato e scisso dall’altro e dal mondo arrivato a una condizione di nevrosi e patimento insostenibile, nelle nostre metropoli sterminate, soffocato da scarichi e fretta, alienato dalle macchine e dal mercato? … Se l’uomo capisse davvero che la trasformazione del mondo presuppone quella di se stessi, cioè del soggetto agente; ogni oppressione, ogni gabbia sarebbe subito infranta, e la nostra vera potenza riscoperta, e la bellezza con essa, insieme a speranza e vittoria. Ma purtroppo la condizione umana è notoriamente testarda, e ogni evoluzione pare raggiunta solo a carissimo prezzo di dolore e autolesionismo, tanto che nulla nel futuro sembra così facile e immediato. La difficilissima missione sta proprio nel trovare oggi un nuovo grandissimo senso in quel vastissimo cielo che conosciamo e che abita anche in noi, proprio come un tempo vi trovavamo gli dei.

L’immortale teatro tragico ancora ci sa illuminare, giacché mostrava a tutta l’umanità, seduta nella cavea, che sotto il cielo infinito è possibile mettere in scena il dramma terribile dell’esistenza umana e tuttavia restare integri, sperimentare il divino e la nobiltà apparentemente infranta. I misteri iniziatici, di cui è frutto lo stesso teatro antico, ci insegnano che la bellezza e l’infinità del cosmo sono anche la bellezza e l’infinità dell’uomo (…).

Basta con la presunzione di sapienza!

Guardiamo finalmente coi nostri nuovi occhi il mistero che siamo, riflesso nelle galassie innumerabili, in questo ordine caotico dell’universo, unito al volto dell’uomo sino ai suoi ultimi giorni di vita sul pianeta!

Articolo apparso originariamente sul sito del movimento Darsi Pace; ripubblicato qui (con piccoli interventi e aggiunta di link) con il consenso dellì’Autore.

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