Un Nobel… gravitazionale

Il Nobel per la fisica, l’avrete saputo, va ai fondatori e costruttori di LIGO, lo strumento che ha reso possibile per la prima volta la rilevazione delle onde gravitazionali, queste elusive increspature dello spazio, predette dalla teoria della relatività generale di Einstein, ma mai viste fino ai tempi più recenti.  E che ci costringono, come molta parte della scienza moderna, a ripensare l’Universo in termini forse un po’ diversi da quelli un po’ meccanicistici,  ai quali siamo abituati.

Sappiamo che si deve alla coppia di interferometri LIGO, se il 14 settebre dell’anno 2015, siamo stati in grado per la prima volta di rilevare queste infinitesimali deformazioni dello spazio tempo, aprendo finalmente una nuova finestra di indagine sull’Universo.

Il Nobel in questo senso, è altamente significativo. Sancisce indelebilmente il trionfo completo, prima di tutto, della teoria della relatività generale, corroborandone le previsioni con una precisione veramente encomiabile. E allo stesso tempo, donando inaspettata forza sia al nostro modello scientifico di Universo (fortemente plasmato sulla teoria di Einstein, appunto) sia alle ricerche più attuali su oggetti così esoterici e bizzarri come i buchi neri di massa intermedia.

Insomma, nel complesso, questo riconoscimento ci sta venendo a dire che le cose funzionano, il nostro modello di Universo e di evoluzione degli oggetti celesti, è un modello che tiene e che è capace di fornire previsioni attendibili e verificabili con un alto grado di accuratezza.

Siamo in grado di comprendere il mondo, dal punto di vista scientifico, come non l’abbiamo fatto mai. E questo ci pone senz’altro sulla soglia di un tempo estremo, un tempo che non ha mai vissuto nessuno, prima della nostra generazione. Abbiamo un modello di Universo che è scientifico, qualcosa che i nostri nonni, ancora, non si sognavano nemmeno.

Lo so, lo so. E’ vero che gran parte dell’Universo, infatti, sembra costituito di qualcosa (tra materia ed energia oscura) che ancora non conosciamo, ma è anche questa una zona di “non conoscenza” esattamente ben delimitata e ben indagabile, ottimo campo di lavoro per chi verrà dopo di noi a fare ricerca, ad investire entusiasmo e passione nella comprensione paziente delle “cose del cielo”. Mettendoci dentro anche tutto un afflato “poetico” che forse è ormai richiesto per un salto nuovo nella conoscenza del cosmo.

Insieme a questo, ci mostra come un’opera essenzialmente solitaria (come lo sviluppo della teoria della relatività, ultima opera di pensiero dovuta essenzialmente ad un uomo solo) è stata in grado di essere verificata e corroborata soltanto con uno sforzo congiunto di centinaia di ricercatori, ovvero con un’approccio totalmente e visceralmente collaborativo. E’ segno anche questo di una onda nuova che ci sta investendo, di cui occorre tenere conto, per non smarrirci nella lettura dei “segni dei tempi”.

L’astrofisica moderna sta cambiando volto, sta ampliando molto gli orizzonti. Esopianeti e onde gravitazionali sono forse i pilastri fondativi di questa nuova intrapresa, di questo cammino inedito e tutto ancora da fare. Dove le conoscenze già acquisite preparano il terreno all’astrofisica che verrà, e che ancora non conosciamo.

Stiamo con gli occhi ben aperti: continueranno a succedere cose interessanti, nello studio del cielo. Le premesse, d’altra parte, ci sono tutte.

Pubblicato da

Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.me

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