E il motore parte. Dopo trentasette anni…

Tutti noi sappiamo bene cosa vuol dire, lasciare la macchina ferma qualche giorno (specialmente se è una vettura che comincia ad avere i suoi anni…), per poi scoprire con costernazione che non ne vuol più sapere di ripartire. La batteria, certo. Ma anche il motorino d’avviamento, oppure le candele, oppure…

Per questo, la meraviglia è più grande, per quello che è appena accaduto al Voyager 1, la sonda che rappresenta anche il manufatto umano più lontano in assoluto dalla Terra, come sappiamo. Che si muove davvero nello spazio interstellare. E che mantiene però ancora i contatti con il nostro pianeta.

Le sonde Voyager, quaranta anni e passa di funzionamento ininterrotto (Crediti: NASA/JPL-Caltech)

Qualche giorno fa i tecnici che seguono la Voyager hanno riacceso i propulsori della sonda, per orientare l’assetto, in modo che la sua antenna puntasse sempre verso il nostro pianeta. Ma attenzione: hanno dovuto attivare un gruppo di propulsori particolari, che non venivano usati dal lontano anno 1980 (venivano usati per il controllo fine in prossimità dei pianeti, e poi spenti).

La sfida era, dunque, orientare la sonda nello spazio tramite l’uso di questi propulsori, rimasti “congelati” per trentasette anni. Per diecimila motivi, sarebbero potuti risultare inutilizzabili, al momento del test. Eppure (tecnologia anni settanta, potremmo dire!), la sonda ha reagito in modo perfetto a questo comando: questi propulsori risultano perfettamente funzionanti. Un po’ come se il tempo non fosse passato, insomma.

E c’è la bella notizia, che potremo continuare a raccogliere dati della sonda ancora per anni a venire. L’esperimento verrà tentato anche sulla gemella Voyager 2, tanto i tecnici sono rimasti contenti. Il viaggio interstellare prosegue.

Un viaggio, peraltro, che ha talmente travalicato i suoi originali obiettivi, da divenire un simbolo – forse insuperabile – dell’anelito dell’uomo verso la scoperta  del cosmo.  Un messaggio lanciato nell’Universo, anche, di desiderio di conoscere e di capire, di stupirsi di quel che esiste: da sempre, l’antidoto migliore ad ogni velleità di dominio, ad ogni latente  – ma presente – tentazione di (pre)potenza.

Un antidoto che ora, bisogna dire, funziona anche meglio.

 

Pubblicato da

Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro.
http://www.marcocastellani.me

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