Il primo rover su Marte

Era il 4 luglio di ormai molti anni fa. Per la precisione, correva l’anno 1997, quando il rover Sojourner si appoggiava finalmente sulla superficie di Marte, portato fin là dal Mars Pathfinder. L’immagine che vediamo è stata presa appena il giorno successivo.

La prima immagine del rover Sojourner, pioniere su Marte. Crediti: NASA/JPL

Per la precisione, questa immagine a colori è stata presa come “assicurazione” in caso di danneggiamenti della camera stessa, in concomitanza alla sua messa in funzione. Procedura che fu invece realizzata – grazie al cielo – con pieno successo.

Alquanto curioso, a ripensarci oggi, che questa immagine meramente di sicurezza contenga in realtà preziosissimi dati di alta qualità, perché realizzata con le lenti ancora in perfette condizioni e prive di polvere, nonché senza effettuare alcuna compressione dei dati. Questa prima storica foto (in realtà un mosaico di otto diverse inquadrature) venne scaricata a Terra alcune settimane dopo essere stata acquisita.

Sojourner rimase in attività su Marte, primo rover in assoluto ad aver solcato il suolo del pianeta rosso, per ben 83 giorni. Niente male, se consideriamo che la durata prevista per la missione era di appena una settimana.

Il giorno 27 di settembre arrivarono gli ultimi dati. Poi più niente, nonostante i vari tentativi del team di ripristinare il collegamento con il longevissimo rover. Il 10 marzo dell’anno successivo, il 1998, si dichiarava completata (con pieno successo) la missione del rover.

L’esplorazione di Marte con rover e orbiter ha segnato un punto importante, quasi decisivo. Abbiamo iniziato a sentirci “a casa” nell’esplorazione di un altro pianeta, abbiamo iniziato a comprenderne differenze e similarità con la Terra. Abbiamo iniziato ad ampliare il nostro sguardo, ponendo finalmente le basi di quel decentramento così salutare perché finalmente lascia spazio all’altro, all’altrove, rispetto ad un pensiero che troppo a lungo è risultato “geocentrico”. Abbiamo iniziato a palpare la diversità, ad interrogarci sulla possibilità della vita in situazioni molto differenti dalle nostre. A capire che l’Universo è veramente multiculturale, se appena intendiamo per cultura una certa situazione di cose e rapporti tra le cose, un mondo da vedere e da comprendere.

Adesso siamo sulla soglia di un’epoca nuova, probabilmente. E anche alla NASA si comincia a parlare in modo sempre più definito, di una presenza umana su Marte. Tutto fa pensare che la prossima decade potrebbe essere quella decisiva, in questo senso.

Io sono tra quelli che pensa sia una cosa bella, e utile. L’umanità ha bisogno di obiettivi ambiziosi, di lanciarsi su conquiste epocali. Piaccia o non piaccia, non siamo stati creati per le piccole cose. C’è un cuore in noi che reclama l’infinito, che si slancia sempre verso nuove terre.

Coltivare questo nostro cuore, dare spazio a questo anelito che ci rende umanissimi, è il compito tanto dello scienziato che di chiunque si interroghi sul proprio ruolo, nel cosmo.

E’ vero, le stelle stanno a guardare, diceva Cronin, dando il titolo al suo celebre romanzo. Ed intanto, comunque, ci chiamano.

Pubblicato da

Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.me

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