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Il Regno Unito a caccia di segni di vita su Marte
Inviato da Marco Castellani il ESA, NASA il 14 giugno 2010
L’agenzia spaziale del Regno Unito ha appena annunciato che sono stati assegnati più di dieci milioni di sterline per lo sviluppo di strumenti in grado di cercare segni di vita (presente o passata) su Marte. Gli strumenti sono parte del carico scientifico del prossimo rover ExoMars, che dovrebbe essere lanciato nel 2018 nel quadro di un progetto che coinvolge sia l’ESA, l’ente spaziale europeo, che la NASA. ExoMars rappresenta un progetto di importanza chiave per la UK Space Agency.
Il progetto si articola in due tempi: i giochi si dovrebbero aprire nel 2016, quando la NASA lancerà una sonda (guidata da ESA), con l’obiettivo di capire l’origine e la distribuzione di alcuni gas nell’atmosfera del pianeta rosso. In particolare, si punta a capire perché il gas metano – che secondo le stime degli scienziati dovrebbe distruggersi entro pochi centinia di anni nell’atmosfera del pianeta – appaia invece formarsi tuttora, in certe regioni del pianeta.
La sonda dovrà poi rilasciare una seconda piccola sonda sperimentale, destinata ad atterrare sulla superficie di Marte: la faccenda è di un certo interesse, perché sarà la dimostrazione di come l’Europa sia capace di effettuare un atterraggio controllato su un altro pianeta.
Dopodichè, nel 2018, la NASA farà atterrare il rover ExoMars di ESA, insieme con un altro rover della stessa NASA. E’ proprio ExoMars il rover destinato a beneficiare dei fondi appena stanziati: è uno “scienziato robotizzato” in grado di cercare evidenze di vita passata o presente su Marte, nonchè di studiare le condizioni locali, al fine di poter capire dove si possano rintracciare gli ambienti più ospitali per eventuali forme di vita. ExoMars avrà con se un radar in grado di ispezionare il suolo al di sotto del rover, nonché di un’altro strumento in grado di scavare fino a 2 metri (!) sotto la superficie per estrarre materiale che poi verrà analizzato nel laboratorio a bordo dello stesso rover..
Nel complesso, un programma ambizioso, ma di sicuro impatto: e una mossa coraggiosa e lungimirante, il finanziamento del rover. Oggi più che mai è necessario che la scienza europea non rinunci alla sua parte, anche di protagonista, nell’esplorazione spaziale… e quella italiana non ceda alla tentazione di “tirarsi fuori” (come purtroppo a volte appare da diverse constatazioni recenti) ma investa con coraggio e convinzione nei progetti europei!
Occhi sulla diversità del suolo marziano
Inviato da Marco Castellani il Sistema solare il 6 maggio 2010
Ammettiamolo. Il panorama marziano è ben lungi dall’essere tutto uguale o terribilmente monotono… lo testimoniano bene le più di 750 osservazioni compiute da una camera istallata su di una sonda in orbita intorno al “pianeta rosso”.
Per la precisione, le immagini provengon dall’ High Resolution Space Experiment installato a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter, che per i suo meriti acquisiti “sul campo” più volte ha guadagnato l’attenzione degli articolisti di GruppoLocale.it.
Tali immagini sono state recentemente rilasciate e sono disponibili sia attraverso il NASA Planetary Data System come pure nel sito del team della camera. Le caratteristiche visibili nell’archivio di immagini testimoniano fuori di dubbio per una incredibile varietà di ambienti, che vanno da bizzarri terrapieni di strane fattezze, inseriti in crateri giganti, a dune ghiacciate, poi crateri deformati, strani crateri (apparentemente) artificiali, buchi che si allargano su fratture del terreno… insomma, uno scenario davvero da fantascienza (per rimanere in tema con il post precedente…)!
Il nuovo “pacchetto” di immagini porta a ben 1,4 milioni di immagini l’archivio di cui si parla, costruito nel corso di più di 14.200 osservazioni.Ogni osservazione è capace, per la sua definizione, di poter rivelare caratteristiche così minute come un comune mobile (qualora ci fosse!), in aree che coprono diversi chilometri quadrati. Già questo dato basterebbe a rimanere meravigliati dall’ingente quantità di dati che un solo esperimento moderno può “rovesciare” a Terra, portando le visioni di mondi lontanissimi sugli schermi dei nostri computer, con una nitidezza ammirevole.
La camera “responsabile” di tanta abbondanza di dati è uno dei sei strumenti a bordo della sonda, che ha raggiunto Marte nel 2006. Per informazioni sulla missione si veda il sito http://www.nasa.gov/mro
Cento terabit di Marte
Inviato da Marco Castellani il INAF, Sistema solare il 12 marzo 2010
Alla vigilia del suo quarto anno di servizio, Mars Reconaissance Orbiter (MRO), l’ultimo satellite della Nasa dedicato allo studio di Marte, ha tagliato un traguardo decisamente storico nella cattura dati: 100 terabit, cento mila miliardi di bit. Oltre tre volte la quantità di dati raccolta da tutte le missioni spaziali messe insieme, non solo quelle su Marte, ma da ogni missione che ha oltrepassato l’orbita della Luna. Basti pensare che in 100.000 miliardi di bit sono racchiuse più informazioni che in 35 ore di video non compresso e ad altissima risoluzione o in 30.000 canzoni in formato mp3. ”Ciò che colpisce di più non è la quantità di dati in sé, piuttosto la qualità di ciò che essi ci dicono circa i nostri pianeti vicini”, ha detto il Project Scientist del Mars Reconnaissance Orbiter, Rich Zurek, del Jet Propulsion Laboratory Nasa di Pasadena, in California.
“Questa enorme mole di dati significa in termini reali la migliore qualità e dettaglio delle immagini del suolo di Marte mai ottenuto e, per noi in particolare, la scansione dettagliata del sottosuolo effettuata dal nostro radar SHARAD” commenta a sua volta Enrico Flamini, chief scientist dell’ASI. “MRO ha alzato di molto l’asticella delle capacità di fornire dati per le missioni di esplorazione future.”
Il veicolo spaziale MRO è entrato nell’orbita di Marte il 10 marzo 2006, in seguito al lancio avvenuto il 12 agosto 2005 dalla Florida. Nel 2008 ha concluso la fase scientifica principale della missione e ora sta conducendo ricerche sulla superficie, il sottosuolo e l’atmosfera del Pianeta rosso. Il satellite ha un’antenna parabolica del diametro di 3 metri che utilizza per trasmettere i dati a terra con un flusso di 6 megabit al secondo. La sua dotazione scientifica si compone di 3 fotocamere, uno spettrometro per l’identificazione di minerali, un radar a penetrazione del sottosuolo e una sonda atmosferica.

La possibilità di trasmettere a terra una enorme quantità di dati permette a questi strumenti di osservare Marte con una risoluzione spaziale senza precedenti. La metà del pianeta è stata mappata a 6 metri per pixel e circa l’uno per cento del pianeta è stato osservato a circa 30 centimetri per pixel, quanto basta per distinguere oggetti della grandezza di una scrivania. Il radar, fornito dall’Agenzia Spaziale Italiana, ha “guardato” sotto la superficie del pianeta producendo 6.500 “observing strips”, campionando circa metà del pianeta. Tra le scoperte più importanti realizzate dalla missione vi è quella riguardante l’azione dell’acqua sulla superficie di Marte e nel primo sottosuolo. Attività durata per centinaia di milioni di anni e che ha interessato sicuramente alcune regioni e forse l’intero pianeta, sebbene probabilmente a fase alterne. Il veicolo spaziale ha anche osservato i segni di una molteplicità di ambienti d’acqua, alcuni acidi altri alcalini, delineando la possibilità dell’esistenza di luoghi su Marte in grado di rivelare le prove di una vita passata, se mai ve ne sia stata.

Riaperta la ricerca del Mars Polar Lander
Inviato da Marco Castellani il Sistema solare il 5 settembre 2009
Dove è finito il Mars Polar Lander? Si potrà ritrovare?
Crediti: NASA/JPL
La cosa forse più interessante, nella notizia di oggi, è che questa ricerca non viene compiuta nel chiuso di qualche prestigioso e remoto laboratorio, ma – in omaggio potremmo dire alla moderna era del web – è offerta a chiunque voglia cimentarsi (previo qualche “addestramento” consultando la documentazione online) nel cercare di districare possibili “candidati” nella marea di immagini che sono state rese disponibili in Internet.
Come recita il post nel blog di HiRISE (High Resolution Imaging Science Experiment, dell’Università dell’Arizona – l’imaging ad alta risoluzione di cui è equipaggiato il Mars Reconnaissance Orbiter) già vi sono state numerose segnalazioni di possibili candidati, che naturalmente dovranno essere vagliate dai ricercatori, per poter capire se una di queste veramente rappresenta la sonda “ritrovata” oppure è un qualche artificio nell’immagine.
Così, la caccia al Polar Lander continua e… chissà se l’approccio “distribuito” di tale compito gioverà a ritrovare la sonda. Certo è che la scienza sempre più spesso – e meno male – si apre a contributi “dei non addetti ai lavori”, che in vari casi si dimostrano a conti fatti, veramente importanti ed efficaci.

Trentatrè anni fa, il Viking 2 atterrava su Marte
Inviato da Marco Castellani il Sistema solare il 3 settembre 2009
A questo punto, l’orbiter cominciava a prendere immagini della superficie del pianeta rosso, dalla quali veniva infine selezionato un posto adatto all’atteraggio. La mossa successiva consisteva nella separazione del lander dall’orbiter, e nel suo dolce atterraggio su Marte.
Per parte sua, l’orbiter continuava a prendere immagini, e tra il Viking 1 e il Viking 2, venne realizzata la mappatura dell’intero pianeta, in quella che all’epoca veniva chiamata “alta risoluzione”. L’orbiter portò anche avanti misure del vapor d’acqua nell’atmosfera ed eseguì una mappatura termica nell’infrarosso.
L’orbiter del Viking 2 passò a circa 22 chilometri da Deimos e prese immagini ad alta risoluzione di questa luna di Marte, la più piccola tra le due che il pianeta possiede. A differenza dell’orbiter del Viking 1, quello del Viking 2 era decisamente inclinato sopra l’equatore, in modo che risultava assai facile studiare le regioni polari. Intanto il lander prese una serie di immagini a 360 gradi sulla superficie, prese ed analizzò campioni del suolo marziano, monitorò la temperatura, la direzione del vento e la sua velocità.
Le missioni Viking rivelarono inoltre dettagli di vulcani, pianori di lava, enormi canyons, e l’effetto sulla superficie del vento e dell’acqua. Le analisi del suolo intorno ai siti di atterraggio mostrarono una riccheza in ferro, ma nessuna traccia di forme di vita.
La sonda Viking 2
Crediti: NASA
Nel complesso, davvero un ottimo lavoro per le sonde e – all’epoca – un grandissimo salto in avanti per le conoscenza della caratteristiche del pianeta : ancor più sbalorditivo, considerato lo stato della tecnologia negli anni settanta!
Overview della missione su Marte del Viking 2 (NASA)





