Questo nostro mondo…

Lo sappiamo, a volte il modo più efficace per non comprendere qualcosa, è esattamente quello di starci dentro. A volte è necessario un po’ di distacco, per poter ragionare in modo pacato e comprensivo, senza farsi catturare dai complessi meccanismi di azione e reazione, di possesso e non possesso, con i quali combattiamo ogni giorno. Soprattutto, per far sì che la ragione dialogica ceda il passo allo stupore, si faccia da parte consapevole che la ragione è uno strumento meraviglioso ma, come ci ricorda Kant, è semplicemente un’isola nell’oceano sconfinato. 

Quell’oceano sconfinato che esonda dal nostro pensare spicciolo, e si percepisce (e si inizia a godere) soltanto allargando lo sguardo.

Non è strano dunque, che anche la persona più propensa ad ammirare le meraviglie dello spazio profondo, a studiarle ed indagarle e magari a discorrerne, nel proprio quotidiano mestiere di vivere si dimentichi dell’ambiente incredibile che ha intorno a lui, si scordi del pianeta meraviglioso che abita, insieme a tanti altri esseri viventi. Si perda per strada una parte importante di stupore possibile.

Bei discorsi, mi direte. Magari, mi direte anche, buttarsi in mezzo al traffico, compressi in file a lento movimento dopo appena mezzo caffè e ancora una notte da metabolizzare bene, non aiuta. Comprendo.

Meglio allora stare a chi si sveglia con un panorama un po’ diverso (e vede le cose da un ambiente in cui il traffico non è ancora il problema)..

Crediti immagini: NASA

Questa è l’immagine che l’astronauta Annie McClain ha mandato su Twitter il 21 del mese di febbraio, accompagnata dalla frase (mia libera traduzione) “Buon giorno a tutto questo mondo stupendo, e a tutte le stupende persone che lo abitano, che lo chiamano casa” .

Niente. Perché a volte bisogna guardare le cose da lontano, per capire quanto sono preziose. Quanto sono uniche, in tutto l’Universo.

E quanto siamo unici, anche noi.

Opportunity, favolosi questi anni

La storia fantastica di Opportunity inizia nel 2004, quando dopo un viaggio di quasi cinquecento milioni di chilometri arriva a toccare la superficie di Marte, atterrando sano e salvo dentro il cratere Aquila.

Concepita come missione che sarebbe dovuta durare appena novanta giorni, Opportunity (che evidentemente aveva altri piani, ben più ambiziosi) ha viaggiato in lungo e in largo per il pianeta rosso, per una durata superiore a 5000 giorni marziani. Lo spazio percorso è stato di ben 45 chilometri (insomma, di poco superiore alla classica maratona olimpica, se ci pensate). Dunque un viaggio di tutto rispetto considerato l’ambiente decisamente “esotico” e le innumerevoli difficoltà inerenti una missione di questo tipo. Già dal 2010 la sonda detiene il record di permanenza sulla superficie di Marte, avendo battuto (alla grande, possiamo dire) il primato precedente che era detenuto dalla sonda Viking 1, con i suoi 2245 giorni marziani.

Opportunity nella Perseverance Valley 
Crediti: NASAJPL-CaltechKenneth Kremer, Marco Di Lorenzo

L’ultima meta del viaggio (per come lo conosciamo noi, almeno) è stata Perseverance Valley, raggiunta dalla intrepida sonda nel giugno dello scorso anno. Proprio nel giugno del 2018 la sonda mandava l’ultima immagine dal suo lungo viaggio di esplorazione, acquisita nel mentre si trovava immersa in una gigantesca tempesta di polvere, che avvolgeva tutto il pianeta. Ed è stato un po’ come un ultimo saluto che la sonda ci ha voluto consegnare: benché infatti la tempesta si sia da tempo placata, ogni tentativo di “recuperare il contatto” con Opportunity non ha sortito risultati. Così, dopo ben quindici anni di audace esplorazione di Marte, pochi giorni fa la NASA ha dovuto dichiarare terminata la missione di questa sonda.

Le informazioni scientifiche che Opportunity ha mandato a Terra in tutti questi anni non si contano: grazie a lei abbiamo una panoramica significativa dei tipi di rocce che si trovano su Marte, e una grande abbondanza di panorami marziani di grandissima importanza per la nostra conoscenza di questo pianeta, che per quanto appaia inospitale, mantiene comunque un alto grado di similarità con taluni ambienti terrestri.

Questa scienza paziente, pacifica, che lavora con serena costanza, con umile perseveranza (per citare il luogo che custodisce la sonda, e la custodirà nei millenni futuri), è senz’altro la scienza verso cui dobbiamo sempre più spostarci, che dobbiamo sempre più far nostra. Consapevoli che il reale è irresistibilmente complesso e… poeticamente irriducibile alla nostra misura, una umile sonda che si muove piano su Marte può regalarci molto, molto di più di tanto nostro ragionare sui massimi sistemi. 

Grazie Opportunity, per quello ci hai insegnato. Non sarai dimenticata.

Una nuova galassia

La prima lezione, è quella lezione poi da imparare e reimparare sempre, quando si tratta di osservare il cielo (e non solo). L’unico rischio (da scongiurare sempre e di nuovo) è quello di pensare di sapere già. Perché allora le sorprese non arrivano: e se arrivano, in pratica tu non ti accorgi, passi avanti e non vedi, non vedi che quel che credi di sapere. E ti sembra allora che non ci sia niente di nuovo (quando invece, in un certo senso, è sempre tutto nuovo).

Anche in ambienti che pensavi ormai ben conosciuti, ben consolidati. Proprio lì, buttare uno sguardo con occhio attento, è una garanzia piuttosto solida di ricevere una sorpresa.

Crediti: NASA, ESA and L. Bedin (Astronomical Observatory of Padua, Italy)

Succede, appunto. Ed è appena successo, ancora. E’ successo a degli astronomi intenti a guardare l’ammasso globulare chiamato NGC 6752, con gli occhi potenti del Telescopio Spaziale Hubble. L’ammasso si trova ad appena 13000 anni luce da noi: non tanto, su scala cosmica. Poi sappiamo che di questi ammassi stellari la nostra Galassia è piena (centocinquanta, o già di lì): sono ambienti decisamente interessanti per studiare come nascono, evolvono e muoiono le stelle, e dunque spesso ci si va a guardare. Si impara sempre qualcosa, ve lo assicuro. Gli astrofisici stellari vanno ghiotti di questi ammassi, sempre ne sono stati affascinati.

Ma stavolta siamo andati oltre. La visione cristallina di Hubble – un vegliardo che ci vede ancora bene – ha messo in evidenza ciò che c’èera, ma era passato finora inosseravato: una “nuova” galassia, che si trova proprio dietro l’ammasso di stelle. Ben dietro, dovremmo dire: parliamo di distanze di circa 30 milioni di anni luce, più di duemila volte la distanza che c’è tra noi e questo agglomerato di stelle.

La galassia – dai primi dati – misura appena un trentesimo della Via Lattea, e di luce ne produce circa un decimillesimo. Ma è una galassia a tutti gli effetti (gli astronomi la classificano come nana). Per la sua veneranda età – circa tredici miliardi di anni – si pone come un fossile che ci parla dei primissimi momenti di vita del cosmo.

Una cosa che non avremmo mai trovato, se non avessimo provato a guardare veramente, un ambiente che pensavamo di conoscere già.

Cosa altro siamo pronti a scoprire, ora? Cosa ci vuole raccontare adesso, questo universo?

Mondi lontanissimi…

Potrebbe tornare in mente, ai più maturi, quel celebre album di Franco Battiato di diversi anni fa (correva la metà degli anni ottanta dello scorso millenno, per la precisione), perché proprio di mondi lontanissimi si sta parlando.

Il primo giorno dell’anno corrente, come annunciato dal tweet, la sonda New Horizons ha incontrato, all’interno della fascia di Kuiper, un oggetto chiamato Ultima Thule. Alla rispettabile distanza di sei miliardi e mezzo di chilometri dal Sole, questo piccolo mondo detiene un record davvero importante, perché è attualmente l’oggetto più lontano mai investigato direttamente da una sonda partita dalla Terra.

L’immagine è stata acquisita dalla sonda ad una distanza di poco meno di trentamila chilometri, circa una mezzora prima del minimo avvicinamento. La sua configurazione bizzarra – essenzialmente, si presenta come due sfere tenute assieme dalla mutua gravità – è dovuta probabilmente ad una “collisione morbida” che potrebbe essere avvenuta poco dopo la nascita stessa del Sistema Solare. Mondo lontanissimo, dunque, ma anche antichissimo (ed è per questa ultima caratteristica che il suo studio è così importante, per fare luce sulle nostre stesse origini).

Il “lobo” più grande, chiamato Ultima, è largo poco meno di venti chilometri, mentre quello piccolo, Thule, non arriva nemmeno a quindici. Ed ecco l’altra qualifica importante, è proprio un mondo piccolissimo quello che New Horizons è stata capace di scovare, nella profondità del cosmo.

E’ molto significativo, il fatto che adesso siamo in grado di fare osservazioni così dettagliate di oggetti tanto lontani e tanto piccoli; è significativo perché dimostra ai nostri occhi, così spesso distratti, il grado di precisione e di finezza che ha guadagnato ormai l’indagine astronomica all’interno del Sistema Solare. Questo “nuovo universo” che abbiamo intorno, è un universo che finalmente si fa capire, si palesa: non è più così nascosto, è disponibile ad un dialogo di scoperta che avviene ormai giorno per giorno. È già più accogliente, in un certo senso.

I prossimi anni, c’è da scommetterci, saranno formidabili sotto questo aspetto, e il nostro sistema planetario ci sarà infine restituito in tutta la sua incredibile complessità e poliedricità.

Cioè, in tutta la sua bellezza.

La grazia di un Sombrero…

E’ una immagine decisamente pacificante quella che ci restituisce il sito Astronomical Picture of the Day, come prima immagine del nuovo anno, ed è anche una testimonianza viva dell’immensa varietà che caratterizza le galassie sparse per l’universo.

Quella che ammirate qui sotto è la Galassia Sombrero (anche chiamata Messier 104), che rappresenta una delle galassie più grandi nel vicino ammasso della Vergine. La parte intermedia della galassia rimarrebbe nascosta a motivo della grande quantità di gas e polveri, mentre brilla nelle bande infrarosse. Questa immagine, in particolare, è realizzata come composizione di dati infrarossi del Telescopio Spaziale Spitzer con dati ottici provenienti da Hubble (in falsi colori, per una migliore visibilità).

Crediti: R. Kennicutt (Steward Obs.) et al., SSCJPLCaltechNASA

In questo modo possiamo vedere sia la parte centrale e i bordi, sia penetrare attraverso la polvere delle zone intermedie per vedere come anch’esse – pur a frequenza diversa – risplendano davvero.

Le galassie sono forse tra gli oggetti celesti più felicemente segnati da una stupenda varietà di realizzazioni, e ci aiutano a comprendere la grandissima diversità che regna nel cosmo. Non c’è regola, nel cielo, non c’è standard, c’è una naturale apertura alla più alta differenziazione, sempre con pari dignità.

Dal punto di vista scientifico, l’osservazione accurata della morfologia delle diverse galassie, ci aiuta sempre di più ad entrare nei dettagli del meccanismo di nascita e formazione di queste strutture così complesse, che spesso ospitano stelle dei tipi più diversi, in termini di composizione chimica e di età. Vi sono catalogazioni che vengono usate da tempo, ma questo nemmeno può rendere ragione esaustivamente dell’estrema varietà di quello che possiamo vedere in cielo.

Varietà che si traduce esteticamente, in inesausta bellezza.