Fisicast riparte!

Eh sì, abbiamo avuto già occasione di occuparci di Fisicast, il podcast nel quale si racconta la fisica. In particolare ci piace qui ricordare il nostro post con le tre domande che girammo a suo tempo (correva l’anno 2012) ai curatori dell’iniziativa. Ma vale senz’altro la pena riferirsi anche all’articolo apparso su Media INAF, pubblicato l’anno successivo, per comprendere meglio l’idea che è alla base del progetto.

Se non sapete di cosa stiamo parlando, probabilmente la descrizione più concisa ed efficace è quella che compare sul sito stesso del progetto, FISICAST è un podcast audio pensato per tutti coloro che vogliano capire meglio com’è fatto e come funziona il mondo che li circonda. Esso consiste in puntate mensili costituite da brani audio di 15–25 minuti in formato di intervista, dialogo o monologo, musicati per un piacevole ascolto: un modo innovativo di raccontare, spiegandoli alla gente, i concetti della fisica, i fenomeni della natura e le tecnologie di uso comune.

Il tempo passa, e la sua freccia, come ben sappiamo, punta in avanti. Tra una cosa e l’altra, nel trascorrere dei mesi, Fisicast ha messo su un archivio piuttosto rilevante: si contano ormai ben sessantuno puntate, tutte liberamente ascoltabili, con una ampia rosa di argomenti, che spazia da argomenti assai vicini all’esperienza comune, come caldo e freddo a temi decisamente più ardimentosi (almeno per un podcast), come teoria della relatività, meccanica quantistica e onde gravitazionali.

E ovviamente, se non l’avete ascoltata, vi raccomandiamo caldamente e (fate finta di crederci, perfavore) disinteressatamente, di ascoltare l’ottima puntata su Phos, dove si azzarda perfino… una intervista ad un fotone!

Storie di fotoni (e altre minuzie) a parte, quello che qui ci piace sottolineare è l’estrema fruibilità della proposta. Essendo difatti ogni puntata concepita come “a sé stante – e non come un corso da seguire magari in modo progressivo – si può saltare direttamente sopra qualsiasi puntata di interesse, con la ragionevole certezza di passare una mezz’ora in compagnia di un ascolto intrigante ed intelligente, con la confidenza rassicurante di imparare qualcosa, nonché di trovare territorio fertile per lo sviluppo di nuove idee e nuove domande (che poi, la scienza fa così, ogni risposta si porta appresso un’altra domanda). Insomma si può entrare nella fisica, anche la più attuale, in modo morbido, accompagnati da professionisti della ricerca e da allenati divulgatori. Scegliendo il punto di ingresso che più ci piace.

Se vi parliamo proprio oggi di Fisicast è per un motivo preciso. Il progetto infatti è ad una importante ripartenza, dopo diversi mesi di inattività. Dopo aver visti i pianeti di altre stelle, nell’agosto dello scorso anno, ci si era un po’ fermati, per una molteplicità di motivi, che poi fanno parte del gioco.

Eppure non pareva bello abbandonare una cosa così. Non pareva bello nemmeno ai curatori. E difatti, Fisicast riparte, esattamente da oggi. Possiamo testimoniarvi che si è appena riformata una squadra decisamente motivata, e questo ci fa davvero ben sperare per il futuro.

E se l’entusiasmo è nuovo, la sfida è la stessa di sempre.

Si tratta, come ben comprendete, di una sfida antichissima, destinata a durare quanto l’uomo: quella di rendere vere le cose, raccontando. Qui infatti non ci sono lavagne, non ci sono diagrammi da mostrare. Tutto avviene sul filo delle parole, sull’architrave del racconto. Come è sempre stato, dalla notte dei tempi, dagli incontri davanti al fuoco, potremmo dire, fino ad oggi.

La sfida è proprio questa, far passare contenuti semplificati ma mai banalizzati, lineari ma rigorosi, appoggiandosi alla linea delle parole, quella linea magica e misteriosa che unisce – per dire – Fermi ad Ungaretti, scienza a letteratura: che poi è la più propria della mente, la quale, ultimamente, lavora i propri concetti in questo modo, appoggiandosi sul linguaggio. Anche le formule più astruse, infatti, diventano alla fine linguaggio, nella mente dello studioso.

E’ una sfida particolarmente interessante, a nostro avviso. Superare le barriere, la paura della matematica, andare oltre tutto, al fine di dire le cose ugualmente, senza diluirle o banalizzarle. Ovvero, raggiungere una semplicità di secondo grado che peraltro si configura come una acquisizione sempre più necessaria per una nuova ed efficace comunicazione, nel mondo contemporaneo. Per usare le parole di Marco Guzzi, filosofo e poeta, Quello che però viene richiesta urgentemente è una distillazione, è distillare goccia a goccia una semplicità di secondo grado. Che vuole dire di secondo grado? Vuole dire una semplicità che porti dentro di sé, nel suo dirsi, nella sua parola, ma senza nemmeno doverle ricitare continuamente, tutte queste tradizioni, tutta questa forza. Qui la tradizione e la forza specificamente (ma non soltanto) del pensiero scientifico, per come si è costituto pian piano nel suo affidabile deposito di cultura e conoscenza.

Così, grazie all’arrivo di nuovi collaboratori tra INAF, INFN e La Sapienza, grazie al supporto dell’Associazione Frascati Scienza, Fisicast torna gagliardamente alla sua periodicità mensile. E appunto riparte proprio da oggi, sul web e sulle principali piattaforme podcast come Spotify, iTunes, Google Podcast, YouTube e sui social FaceBook, Twitter ed anche (freschissimo) sul canale Telegram.

La puntata fresca di forno si occupa del suono, ed è a cura di Giovanni Organtini dell’Università di Roma “La Sapienza”. Seguirà una puntata dedicata ai raggi cosmici, di Livia Soffi (INFN), e poi “Il fotone oscuro” di Danilo Domenici (INFN). Ma diverse altre puntate sono già in preparazione, in modo da assicurare il mantenimento della periodicità mensile del podcast.

L’invito è di collegarsi tramite una delle tante modalità disponibili, e lasciarsi catturare dall’avventura della fisica moderna. Cioè dall’avventura, sempre viva e nuova, di un racconto.

Lezioni da una testa calda

In ideale continuazione del post di qualche giorno fa, dove abbiamo ammirato un insolito Giove all’infrarosso, scopriamo adesso cosa altro ci può sorprendere nell’adottare questo strano ma fruttuoso “modo di vedere”, aumentando appena la lunghezza d’onda della radiazione rispetto al visibile. Disponiamoci alla sorpresa, se appena puntiamo verso il cosmo più ampio, a quello che ci attende al di fuori dal Sistema Solare.

Perché si scoprono soavi meraviglie, come questa.

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Crediti: NASAESA, and The Hubble Heritage Team (STScI/AURA)

Tecnicamente, quella che stiamo ammirando è una vastissima, magnifica nube interstellare, scolpita dai venti delle stelle in maniera molto artistica, a formare una configurazione riconoscibile per noi. Chiamata infatti Nebulosa Testa di Cavallo, si trova completamente immersa nella vasta ed articolata Nebulosa di Orione, una delle nebulose più brillanti di tutto il cielo notturno (oltreché costutuire la regione di formazione stellare a noi più vicina).

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Giove all’infrarosso

Difficile non essere attratti da questa immagine decisamente inusuale di Giove, pianeta che ormai conosciamo per come si presenta nell’intervallo di lunghezze d’onda proprie dello spettro visibile.

Ammirare questa foto, per questo, è un ottimo allenamento all’idea che non c’è un modo solo di vedere le cose. Tutto dipende da come le si guarda, e non è appena un modo di dire. E’ scienza. Diceva una canzone, da che punto guardi il mondo tutto dipende, e questo si applica bene anche in questo caso (le canzoni spesso ci indovinano). Ma quanto è diversa questa immagine dal nostro “solito” Giove?

Crediti: International Gemini ObservatoryNOIRLabNSFAURAM. H. Wong (UC Berkeley) & Team; Ringraziamenti : Mahdi Zamani; Text: Alex R. Howe (NASA/USRAReader’s History of SciFi Podcast)

Sarà banale dirlo, ma davvero. Cambiando lunghezza d’onda vediamo cose diverse. Modificando registro di indagine, si apre a noi una sezione diversa della realtà, ci spostiamo su frequenze diverse, più o meno energetiche, e di conseguenza percepiamo il mondo in modo diverso.

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Sorger di Luna piemontese

Era il sette di maggio, proprio una settimana fa, e la Luna era appena sorta, poco dopo il tramonto del Sole. Ed è stata proprio una luna in fiore (in inglese, Flower moon): così si chiama infatti la luna di maggio secondo le tribù degli algonchini, l’insieme di tribù dei nativi americani più numerosi esistenti tuttora.

E’ stata peraltro l’ultima in una serie di quattro superlune, come si dice di solito. A proposito, questo termine, che avrete sicuramente incontrato vari volte sui media, è stato creato dall’astrologo Richard Nolle nel 1979, e si riferisce sia ad una Luna piena (o anche nuova) che capiti entro il 90% dalla posizione del perigeo lunare, il punto di l’avvicinamento maggiore alla Terra del nostro satellite. In particolare, poi, questa luna piena si è verificata ad una distanza temporale di appena 32 ore dal momento effettivo dell’attraversamento del perigeo.

Per questa stupenda immagine il sito APOD ricorre all’opera e alla passione di un fotografo del nostro paese, Tiziano Boldrini. I campi allagati e la chiesa in rovina, che donano un tocco di magica suggestione a questa immagine, si trovano infatti nella zona di Casaleggio Novara, nel Piemonte.

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Come casa nostra

Una domanda sempre più pertinente, sempre più ragionevole, viste che la lista degli esopianeti conosciuti continua inesorabilmente ad allungarsi, è se possano esistere sistemi di pianeti simili al nostro. In altre parole, se ci sia da qualche parte, se si sia già trovato, un posto come casa nostra, in questo smisurato Universo.

Non parlo appena della Terra e della caccia ai pianeti ad essa simili, in cui siamo ormai lanciatissimi, come comunità scientifica. Piuttosto estendo la trattazione a questo sistema di pianeti che conosciamo, la cui configurazione ha peraltro informato sapienze antichissime, discipline come l’astrologia, la quale, pur se ora sappiamo che non riveste carattere scientifico, nondimeno ha avuto una profonda influenza sulla cultura e lo sviluppo dell’uomo, nei secoli.

E’ certamente un argomento delicato. Tuttavia, l’idea che quello che fanno i pianeti intorno a noi ci riguarda, che non siamo impermeabili a quanto accade lì sopra secondo me si può utilmente trattenere almeno a livello di indicazione, di suggestione, di invito alla partecipazione ad uno spettacolo più grande, ad un cosmo più ampio, più articolato e vasto dei nostri pensieri ordinari. Proprio quelli che spesso qualifichiamo appunto terra terra, come per dire, non esiste pianeta diverso dentro di me, sono legato a doppio filo alla cosa più immediata, non ho spazio di possibilità.

Invece è bello recuperarsi, da questa condizione in cui si cade sempre, e concedersi alla dolce evidenza che c’è altro, c’è altro dopo i nostri piccoli schemi mentali, esiste molto altro.

Il sistema di Kepler-90 confrontato con il nostro (Crediti: NASA Ames, Wendy Stenzel)

In questo altro potrà meravigliare il fatto che esistano sistemi di pianeti simili al nostro, simili in maniera piuttosto spettacolare.

Prendiamo il sistema planetario che si trova intorno alla stella Kepler–90. Per intanto, si tratta di otto pianeti, lo stesso numero di quelli del Sistema Solare (no, Plutone è da tempo uscito dal conteggio…). La stella che li illumina è una nana di tipo G, molto simile al Sole. Tra gli otto, ci sono pianeti rocciosi, tipo la Terra e pianeti giganti del tipo di Giove e Saturno.

Invece, una differenza sostanziale (che potrà deludere alcuni) è che i pianeti sembrano orbitare troppo vicino alla loro stella, perché possano presentare sulla loro superficie, un ambiente adatto alla vita. Peraltro, non è ancora detta l’ultima parola, perché future osservazioni potrebbero portare alla scoperta di altri pianeti più lontano dalla stella, e dunque più freddi.

Già così, ci rendiamo conto che il nostro ambiente non è poi così irripetibile. Che possiamo trovare situazioni nel nostro Universo, che ci ricordano assai da vicino, l’ambiente di casa nostra.

In fondo, in questo passaggio di epoca, trovarsi di fronte un cosmo non così inospitale come pensavamo un tempo, ma aperto ad una vivibilità più ampia, estesa, contribuisce a smuovere i nostri paradigmi un po’ sedimentati. E questo nuovo universo, più lo studiamo più ce ne accorgiamo, è sempre fonte di sorpresa.