SPHERE celesti

Per me è un onore scrivere su queste pagine che so venire lette anche da molti professionisti. Anche se non sono uno di questi perché la vita mi ha donato altro, la mia sete per la conoscenza del Cosmo non è mai venuta meno neppure per un attimo. E questo mi ha spinto in direzioni inaspettate e davvero curiose ma sempre avendo in mente il mio unico pallino: l’astronomia.
Col tempo mi sono costruito la mia rete di contatti e di amicizie nel settore e ho conosciuto alcuni di voi di persona, come Marco Castellani che qui mi ospita e anche altri.
Per questo l’articolo che state per leggere è uscito sul mio blog appena un minuto dopo il lancio del comunicato ufficiale. Non svelerò le mie fonti ma vi assicuro che sono tutte legali 🙂
Umberto Genovese

Se poteste tornare alla lontana epoca della formazione del Sistema Solare, quasi  5 miliardi di anni fa, ecco cosa vedreste.

Questo è quello che invece vediamo noi oggi, qui sulla Terra, guardando verso  WRAY 15-1443 (e43af3824ba08cb364af93f9409ed983), una giovanissima (5-27 milioni di anni) stellina di classe K5 distante circa 600 anni luce. Essa è parte di un filamento di  materia nebulare nelle costellazioni australi del Lupo e lo Scorpione insieme a decine di  altre stelline altrettanto giovani. È il medesimo scenario che vide la nascita del nostro Sole.

Noi vediamo il disco protoplanetario ancora come è durante la formazione dei pianeti e prima che i venti stellari della fase T Tauri lo spazzassero via, È un disco caldissimo e denso, con una consistenza è una plasticità più simili alla melassa che alla polvere che siamo soliti vedere qui sulla Terra. Qui le onde di pressione e i fenomeni acustici giocano un ruolo fondamentale nella nascita dei protopianeti creando zone di più alta densità e altre più povere di materia. E questa immagine ce lo dimostra chiaramente.

SPHERE. Credit: ESO
Lo strumento di cattura della luce polarizzata ad alto contrasto SPHERE. Crediti: ESO

Se oggi quindi possiamo ben osservare i primi istanti della formazione di un sistema solare questo lo dobbiamo a SPHERE (Spectro-Polarimetric High-contrast Exoplanet REsearch instrument) (ef35f30377da4dcb6f539c2a72aef405) (ab8a6e7a63a82975989d8dbbdeedc264): uno strumento concepito proprio per catturare l’immagine degli esopianeti e dei dischi protoplanetari come questo.

L’ostacolo principale per osservare direttamente un esopianeta lontano è che la luce della sua stella è così forte che sovrasta nettamente la luce riflessa di questo: un po’ come cercare di vedere una falena che vola intorno a un lampione da decine di chilometri di distanza. Lo SPHERE usa un coronografo per bloccare la regione centrale della stella per ridurne il bagliore, lo stesso principio per cui ci pariamo gli occhi dalla luce più intensa per scrutare meglio. E per restare nell’ambito degli esempi, quando indossiamo un paio di lenti polarizzate per guidare o andare sulla neve, lo facciamo perché ogni luce riflessa ha un suo piano di polarizzazione ben definito e solo quello; eliminandolo con gli occhiali questo non può più crearci fastidio. Ma SPHERE usa questo principio fisico al contrario: esalta la luce polarizzata su un piano specifico e solo quella, consentendoci così di vedere particolari che altrimenti non potremmo mai vedere.

HARPS. Credit: ESO
Lo strumento per il rilevamento delle velocità radiali HARPS. Crediti: ESO

Oggi grazie a SPHERE e al team che l’ha ideato e costruito la ricerca astrofisica europea può vantare anche questo tipo di osservazioni che si sarebbe supposto essere di dominio della sola astronomia spaziale. E invece strumenti come HARPS (ef76f828ef39f83b20104c67c5f7ba3c) e HARPS-N alle Canarie consentono di scoprire sempre nuovi pianeti extrasolari, e ora SPERE ci aiuta a vederne pure alcuni.

 


L'originale di questo articolo è stato pubblicato su Il Poliedrico

Bibliography

Buon anno Nettuno

Questa volta non starò qui a farla lunga sulle caratteristiche chimico-fisiche del pianeta Nettuno, in questo caso basta e avanza l’ottima pagina di Wikipedia, ma voglio raccontarvi quello che immagino sia successo una sera di tanti anni fa.

60 223 giorni fa – ora più ora meno- era la sera del  mercoledì 23 settembre 1846 in Europa (il continente terrestre, non il satellite di Giove!).

Johann Gottfried Galle puntò il telescopio dell’Osservatorio astronomico di Berlino verso la costellazione dell’Acquario, vicino al Capricorno, un po più a sinistra di Deneb Algedi.

Erano diverse sere che  il suo assistente Heinrich Louis d’Arrest insisteva di  osservare vicino a e Aqr che, secondo i calcoli di un francese, tale Urbain Le Verrier, avrebbe potuto trovarsi il presunto pianeta che sembrava perturbare l’orbita dell’ultimo pianeta – allora – conosciuto: Urano.

In effetti c’era qualcosa che sembrava muoversi leggermente rispetto alle altre stelle dello sfondo. Però poco sotto c’era quell’impiccione di Saturno che come al solito amava pavoneggiarsi nel cielo con i suoi inseparabili anelli.

“Ma non poteva, che so, spostarsi per intervento divino dall’altra parte dell’eclittica, almeno per stasera, il suo splendore proprio lì dà fastidio alle misurazioni di precisione, distrae!”  a questo pensava il buon Johann mentre dettava i valori dei micrometri al suo assistente.

Eppure lì c’è qualcosa!”, pensò, “stai a vedere che il mio assistente aveva ragione. E pure quell’altro, quel francese, Urbano… Urbino…  Urbain, insomma lui! Loro hanno ragione! c’è qualcosa laggiù!

Francamente non lo so, ma me lo immagino così Johann Galle che un mercoledì sera dopo cena scoprì Nettuno, ottavo e ultimo pianeta del nostro Sistema Solare [1].

Ora che Nettuno si trova a transitare nello stesso punto orbitale di allora e che quindi trascorso appena un anno nettuniano dal giorno della sua scoperta, chissà cosa avrebbe detto ora Galle guardando di nuovo in quella direzione col suo telescopio: “finalmente Saturno se n’è andato da un’altra parte”.

[1] Per me che sono un sentimentale l’ultimo pianeta rimane Plutone, anche dopo il suo declassamento.

Pubblicato su Il Poliedrico: http://ilpoliedrico.altervista.org/2011/07/buon-anno-nettuno.html

La gola del Bottaccione

C’era una volta… un re! Ehhh no, questa volta: c’era una volta un asteroide! Un asteroide grande grande grande, era lungo più di dieci chilometri ed era in rotta di collisione con la Terra!

Il resto della storia credo che ormai la sappiamo tutti, 65  milioni e 638,477  anni fa (1) – giorno più giorno meno – un asteroide grande più dell’Everest si schiantò sulla Terra in quella che ora si chiama penisola dello Yucatan. Quando un’estremità toccò la superficie, l’altra era ancora fuori dell’atmosfera!
Gli effetti dell’impatto furono devastanti: quasi tutte le forme di vita sulla Terra vennero spazzate via nel giro di poche settimane, l’America del Nord fu immediatamente devastata dall’onda d’urto e dagli incendi, tsunami giganteschi spazzarono l’oceano Atlantico più volte con onde alte centinaia di metri.
Terremoti giganteschi fecero vibrare la Terra per giorni e i vulcani ripresero la loro attività preferita mentre altri nacquero. L’asteroide vaporizzò immediatamente nell’impatto e le sue polveri insieme alle ceneri vulcaniche e quelle degli incendi globali rimasero in sospensione nell’atmosfera per mesi, oscurandola in un terribile, glaciale inverno globale.
Le ceneri e le polveri si depositarono al suolo con piogge acide che inquinarono fiumi e laghi e quando tutto questo finì, arrivò una terribile estate senza fine dovuta all’anidride carbonica sprigionata dagli incendi delle foreste del pianeta.

L’impronta del cratere di Chicxulub, dove avvenne l’impatto.

Fu così che circa il 75% delle forme di vita del pianeta si estinse quasi immediatamente, tutti gli animali più grandi che fino ad allora avevano dominato il pianeta scomparve, lasciando campo libero a piccoli roditori mammiferi che seppero adattarsi meglio al nuovo ambiente.
Alla Terra occorse quasi un milione di anni per riprendersi da quell’inaspettato evento, tanto fu devastante.

Le polveri prodotte dalla sublimazione dell’asteroide che avevano avvolto il pianeta nel lungo inverno artificiale ricaddero al suolo formando uno straterello grigiastro che quando fu scoperto nel 1980 dal geologo Walter Alvarez nella Gola del Bottaccione (2) vicino Gubbio, in Italia.

La profonda fenditura (nell’immagine qui sopra) rappresenta lo Strato K-T trovato da Alvarez nell’80. I forellini circolari sono saggi prelevati per studiare i dintorni dello strato.

Queste rocce si sono formate sul fondo di un antico oceano chiamato Tetide. Le rocce più antiche dello Strato K-T – sul lato destro dell’immagine – sono composte da carbonato di calcio originato dal deposito di milioni di microorganismi fossili (conchiglie e plancton), mentre le rocce più giovani – lato sinistro – sono composte da argilla, le tracce di forme di vita si interrompono immediatamente con l’Evento K-T.

Anche questa è storia, l’inizio della storia dei sopravvissuti che hanno permesso alla loro discendenza di dominare il pianeta.

(1) Il numero esatto ovviamente è sconosciuto, si calcola 65,5 milioni di anni con uno scarto di 300,000 anni.

(2) Link a Google Maps

Fonte Il Poliedrico: http://ilpoliedrico.altervista.org/2011/03/la-gola-del-bottaccione.html