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L’avventura d’essere scienziati…

Una cosa ho capito, ormai. Che entrare nella giuria di un concorso che coinvolga i ragazzi della scuola dell’obbligo, è sempre un’avventura. L’ho percepito bene con la mia partecipazione alle diverse edizioni del Premio Castellani, l’ho ritrovato piacevolmente in questa occasione, nella mia partecipazione al concorso Cassini Scientist for a Day.

cassini_logo_blue_275L’avventura è – propriamente – quella di attraversare un universo. Anzi, una miriade di universi, o se vogliamo, di multiversi. Ma non quelli che scrutiamo con  telescopi e  satelliti, bensì quelli racchiusi nei corpi in formazione e in evoluzione dei ragazzi delle scuole. Perché dopotutto è evidente, un elaborato scritto è ben più che una serie di parole: da come queste parole vengono scelte, usate, messe in fila, coniugate l’una all’altra, tu che leggi hai come un biglietto pagato per un viaggio nella mente di quel ragazzo. Anzi nella mente e nel suo nucleo emozionale (tutto in un solo biglietto, peraltro).

Sì. Da come scrive ti accorgi di comprendere tanto del suo atteggiamento verso la vita, le relazioni, la famiglia, gli amici… l’universo. Da quello che dice, da come lo dice, capisci perfino molto di quello di cui invece non parla. Ed è un viaggio spesso affascinante, perché si risveglia tra l’altro anche il ragazzo che è “ancora” in te (che oltretutto non ne vuol sapere di fare le valigie soltanto perché ora sei grande).

No, non si può mettere da parte la fantasia, e i ragazzi ce lo ricordano sempre.

Arrivammo su Teti il giorno 5 maggio 2032, sentimmo un brivido di freddo spaziale salirci lungo la spina dorsale, era veramente emozionante poter vedere da vicino quello che per anni ci era sembrato solamente un sogno lontano (…) Dopo essere scese dall’astronave, ci sentimmo fluttuare nell’aria, era come se, finalmente, potessimo sentirci libere, ma, allo stesso tempo, un’intrigante voglia di esplorare ci avvolse e ritornammo subito alla realtà. Per prima cosa posizionammo la bandiera italiana su quel suolo ghiacciato…

(Nicoletta Bonanno e Giulia Alessia Montis)

E già la scelta dei termini brividi di freddo spaziale ci fa riposare su un tentativo di ricerca linguistica che sfronda la prosa più banale e tenta di entrare nell’emotività, nel nucleo pulsante della vita. Mi pare anche delicato e interessante l’accenno alla bandiera italiana, che viene posizionata per prima cosa. Come simbolo di una appartenenza di popolo, in una storia condivisa, che rimane evidentemente intatta anche in un contesto interplanetario.

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Esplorare lo spazio, comprenderlo, viverlo, colonizzarlo… impariamo dai piccoli, da come lanciano in avanti la loro fantasia, a non farci spaventare da cose grandi…!

Da un altro punto di vista, implicitamente validando il carattere collaborativo e transnazionale della scienza, c’è chi è riuscito perfino a sviluppare nell’idioma inglese (lingua consentita dal concorso) una prosa che non fosse comunque estranea all’emotività, anzi la abbracciasse pienamente…

I let myself be lulled by the absence of gravity and strange feelings dwell my heart, in a mixture of science and philosophy, doses of a chemical reaction catalyzed by the innermost thoughts of the human soul.

(Milly Beltrammi)

C’è addirittura chi ha scelto – con un approccio indubbiamente originale – di fare dialogare direttamente tra loro le diverse lune con la stessa sonda Cassini, in uno scambio di battute tanto fantascientifico quanto semplice e – direi – spontaneo. Basterebbe questo scambio di battute…

Teti: Girando ho visto Rea da dietro, ha molti vulcani, devo dire che è un satellite molto interessante e affascinante. Però, visto la mia invidia, c’è una domanda che mi faccio da tanto tempo: perché Saturno ha permesso che Rea fosse una dei nostri visto che già ne siamo tanti, per non parlare poi dei suoi anelli? Cassini: Brava Teti! Buona domanda. Cercherò di scoprilo facendo altre ricerche più approfondite su di voi. ReaHo molto freddo puoi dirmi il perché? CassiniPerché sei fatta principalmente di acqua e ha causa delle basse temperature, ti sei congelata. (…)  Teti e Rea a Cassini: Siamo molto gelose di un pianeta che si chiama Terra e visto che sei qui puoi spiegarci, oltre che a guardarci, con tutte quelle strumentazioni che hai, perché non possiamo essere uguale a Lei?

(Rossella D’Amato, Francesca di Giuseppe, Francesca  Palmieri)

Sarà banale sottolinearlo, ma c’è ben di più di un espediente narrativo, dietro quest’ultima scelta. C’è sotto come una fiducia (vogliamo chiamarla infantile? o piuttosto, autenticamente umana?) sul fatto che l’universo sia raccontabileche sia anzi raccontato dagli stessi protagonisti. E non è forse un dialogo quello dell’indagine scientifica propriamente intesa, dove corpi celesti e campi di forza ci parlano davvero, certo nel loro specifico linguaggio e con la loro ben definita modalità?

D’accordo, ci sono comunque elaborati un po’ più asettici. Quelli dove la cosa che emerge più chiara è la preoccupazione, da parte di chi scrive, di esporre le giuste informazioni, nel modo più corretto. Tutto giusto, per carità. Anzi, lodevole. Così in tali casi, tu che sei giurato, cerchi di capire se e cosa ha capito, se le cose sono esatte, magari. Diciamolo: è una cosa da valorizzare, poter scrivere un tema scientifico in maniera appropriata, per una persona molto giovane. Non è poco, e lo sai. Questo è accuratamente valutato a livello di punteggio, e naturalmente questo post che state leggendo – che enfatizza alcuni aspetti – non va in alcun modo preso come una valutazione globale di merito, che peraltro è stata rigorosamente riportata in altra sede.

Questo per la chiarezza necessaria. Ciò detto, so anche che nulla può evitarmi – per come sono fatto – quella intensa commozione che avverto quando incontro finalmente una penna che osa, che rischia, avventurandosi nel terreno dell’immaginario. Che mi prende per mano (chi scrive prende sempre per mano chi legge e lo guida, anche se ha molti anni più di lui) e mi porta in un suo mondo fantastico, dove le informazioni scientifiche ci sono – certo che ci sono! – ma si trovano incastonate in un contesto immaginifico e mirabolante, dove davvero la fantasia dell’adolescenza trova il suo terreno più fertile. Così non ritrovo appena le necessarie informazioni su Giove, diciamo, o Saturno. Ma sono portato altrove, magari su una astronave o catapultato di botto dentro un diario di viaggio di un ipotetico giovane astronauta, d’improvviso partecipe delle sue aspirazioni, del suo senso di meraviglia, delle sue umanissima paura.

Tutte cose che, ovviamente, si prestano ad essere ben riportate in un diario… 

Caro Diario, all’agenzia spaziale è davvero tosta! Non ci fermiamo mai! Ho scoperto che la ISA coopera con la NASA e la ESA. C’è un gran via vai di gente tra scienziati, ingegneri, astrofisici, astronauti e astronomi. Mi sembra il coronamento di un sogno. Mi sembra di tornare bambino quando mi circondavo della mia attrezzatura spaziale di cartone. E’ davvero una grande emozione vedere centinaia di persone attorno a me, che condividono la mia stessa passione per l’universo… Mio diario, sento come il bisogno di scoprire qualcosa di più su questi due satelliti naturali [Rea e Teti], così poco conosciuti, con tanto da offrire al nostro patrimonio scientifico. Nella sua rarità è unico nel suo genere … Grazie per la sicurezza che mi dai nel custodire i miei pensieri.

(Alessia Cosentino, Elena Di Candido, Claudia Mastromauro, Valentina Schinzani)

E per rimanere nell’attualità (anche vagando per lo spazio) possiamo ben dare un’occhiata ai giornali, e segnatamente all’Universal Journal, che per l’occasione (magari l’avrete letto…) ospita un interessante pezzo su La vita su Saturno…

Carissimi lettori vi pubblichiamo delle notizie su Saturno, come sapete questo pianeta è, per grandezza, il secondo del Sistema Solare e ha una struttura interna, formata da idrogeno ed elio ed ha un nucleo roccioso in silicati e ghiaccio. Il suo nome deriva da un dio della mitologia romana (…) Possiamo affermare che gli anelli e le lune di Saturno possano essere, in futuro ottimali per la vita umana (…) Si potrebbero utilizzare gli OGM per trasformare geneticamente le piante in modo da farle adattare all’atmosfera di Saturno e delle sue lune, formate da idrogeno, così da poter creare ossigeno respirabile e quindi far sviluppare vita umana (…) Dato che nel mondo è anche presente il problema della sete, noi possiamo ottenerlo dalle lune formate quasi interamente da ghiacciai. Molte sonde testimoniano l’esistenza di attività idrotermale nei mari di Encelado…

(Giulia Biccari,Elisabetta Iaffaldano, Martina La Sala, Antonio  Neri).

Articolo decisamente interessante, perché come avete visto, non si limita a descrivere l’ambiente planetario (per chi non lo conoscesse) ma si spinge ad ipotizzare varie soluzioni per risolvere questioni non propriamente trascurabili, ed anche molto terrestri.  Certo, con soluzioni in certa misura futuribili e purtuttavia viste da un punto di osservazione ampio, risanante perché universale. Un approccio non limitato ai nostri piccoli ambienti usuali, in un atteggiamento che unisce creatività a fiducia, propria di persone che vedono l’universo come opportunità e non si spaventano per la sua enorme estensione, ma anzi lo abbracciano in uno slancio magari un po’ ingenuo, ma indubbiamente rasserenante, per noi adulti..

Dopo l’attualità, ci proiettiamo nel futuro. E’ un brano di diario datato 26 maggio 2200,dove Jarold Cass racconta di una sua curiosità…

I have always wondered how our planet was born, yesterday I tried to give an answer to my question. So I went to the library to look for some information. I went in , I went to the science departement , I looked for the astronomy category and finally I found what I was looking for. At the name “X” I clicked the botton “start” and a big hologram of my planet seen from the space appeared in front of me and showed me all its history in 15 minutes.

Silvia Barilli e Teresa Folli

Jarold scoprirà presto, con grande sorpresa (This is just incredible!), che il pianeta dove vive non è quello dove si è originata la sua specie, ma è stato colonizzato dagli uomini in seguito alle indagini della sonda Cassini!

Ma non dobbiamo aspettare tanto, per avere notizie interessanti e alquanto inaspettate. E’ un altro diario, datato Saturno, 30 marzo 2057, che ci fornisce una autentica notizia “bomba”,

Ciao, sono Mattia, sono riuscito ad arrivare nell’atmosfera di Saturno (sono il primo uomo ad esserci arrivato) e ………. aspettate ho appena notato qualcosa e’ una specie di lettera……ma non è una lettera normale ha qualcosa di strano, la calligrafia è simile alla nostra ora provo a leggerla: “Cari abitanti dell’oltre sole qui è Felix che vi scrive grazie a questa sofisticata attrezzatura che mi è stata donata dai corpi spaziali sono riuscito ad arrivare qui, molto lontano dal mio pianeta (…)”  Eccoci di nuovo tra noi sono sempre io Mattia quella che vi ho appena letto era una lettera scritta da qualche altra forma di vita…

Matteo Prazzoli e Tommaso Avanti

Potrei continuare, ma andremmo veramente troppo oltre il limite di pazienza che posso chiedervi, a voi che leggete. Non se ne abbia a male chi non è stato citato, perché nulla vieta di riparlarne. In caso, lasciate un commento (le proteste, se scritte in forma corretta e “urbana” sono pienamente ammesse!) e ne riparliamo.

Questi erano appena dei brani scelti a titolo di esempio perché noi tutti – io per primo – si torni a comprendere quanto possiamo imparare dai nostri ragazzi, in termini di attitudine positiva, fantasia, fiducia, costruttività. Parole grosse, magari, ma mi sento di spenderle, in casi come questi.

Ecco. E’ qui che mi sento grato per il lavoro che sto facendo, che mi sento lieto di aver letto proprio quel tema. Perché avverto ancora il senso di scoperta e meraviglia che quella ragazza, quel ragazzo (a volte più persone, in squadra) hanno saputo mettere su carta, e che è la cifra più bella del periodo di sviluppo che stanno attraversando. E che io, con pudore e delicatezza, sono chiamato a valutare. E per quanto posso, e mi compete, a proteggere.

Perché certo, intanto che sono occupato a confrontare i temi e trascrivere valutazioni, spero con tutto il cuore che mai niente e nessuno possa toglierlo dalla loro testa, questo senso di meraviglia e stupore. Che rimanga e anzi si radichi nella loro mente, nel loro universo – e nel nostro, per sempre.

Scienziato di Cassini, per un giorno?

È bello ed incoraggiante, in questa epoca, che vengano aperti dei “ponti” percorribili ed amichevoli al fine di stringere connessioni, per certi versi ancora troppo vaghe, tra la ricerca scientifica ed i tradizionali percorsi didattici. E’ davvero bello che la meraviglia che muove lo scienziato nel suo lavoro (almeno come impulso iniziale) non rimanga più confinata in un ambiente ristretto, ma venga invece “divulgata” e trasmessa, quasi per una sorta di contagio, in un ambito più vasto possibile. 

cassini_logo_blue_275Di fatto, l’esplorazione dello spazio, e soprattutto del Sistema Solare, negli ultimi anni – anche grazie alla grande quantità di immagini e dati provenienti dalle sonde, sta registrando degli enormi balzi in avanti. E’ davvero una entusiasmante epopea, alla quale si può partecipare per larga parte attrezzati soltanto di curiosità e di una normale connessione ad Internet.

In senso più vasto, e riprendendo così il tema di un post di qualche giorno fa, qui a GruppoLocale pensiamo che la diffusione della scienza – nella sua corretta e più nobile accezione – rivesta una una sua intrinseca valenza come atto di pace, e questo ci motiva ancora di più nel registrare e diffondere iniziative come questa che presentiamo, il concorso Cassini Scientist for a Day.

Come si legge dalla pagina di ingresso del sito, “Il concorso Cassini Scientist for a Day è una gara internazionale, indetta dalla NASA e promossa in europa dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), rivolta ai ragazzi di scuole medie e superiori. Ogni anno i ragazzi hanno la possibilità di avvicinarsi al lavoro dello scienziato studiando tre immagini prodotte dalla missione Cassini, che si trova in orbita attorno a Saturno dal luglio del 2004.

La missione Cassini- Huygens è una missione interplanetaria che ha lo scopo di studiare in dettaglio il sistema di Saturno, comprese le sue lune ed i suoi anelli. E’ stata lanciata nel 1997, ed è la prima missione ad entrare nell’orbita del pianeta con gli anelli, come è avvenuto il primo luglio del 2004. Il satellite in questi anni ha inviato una gran mole di preziose immagini e di dati di indubbio valore, e anche qui su GruppoLocale ce ne siamo più volte occupati. Dunque a pieno merito una missione così importante viene scelta come tema di un concorso per le scuole.

Intelligente l’approccio scelto, quello di rendere i ragazzi protagonisti più possibile senza intermediari, mettendoli direttamente a confronto con una immagina astronomica “di lavoro”. Questo, a mio avviso, avvicina davvero il loro compito a quello di un “vero” scienziato, senza appesantire l’approccio con niente che non sia meno che essenziale.

L’edizione di quest’anno, che mi vede direttamente coinvolto in una più che eccellente giuria (dico, si saranno mica sbagliati ad includermi?) si incentra su tre diversi target che i ragazzi sono chiamati a scegliere, giustificando in forma scritta il motivo per cui l’obiettivo selezionato conseguirà  a loro avviso i risultati scientifici più interessanti.

È sufficiente elaborare un breve testo (massimo 500 parole, ovvero molto meno della lunghezza del post che state pazientemente leggendo…) ed inviarlo da un apposto indirizzo e-mail entro il 26 febbraio del prossimo anno. In palio ci sono gadget della missione Cassini, forniti da NASA ed ESA, e la pubblicazione sui loro siti web. Vi invito in ogni caso a consultare il regolamento del concorso per fugare eventuali dubbi!

Vale la pena ripercorrere seppur brevemente i target selezionati per il concorso, anche perché il loro indubbio interesse astronomico travalica perfino la specifica contingenza del concorso.

Il primo target, che vedete anche riprodotto qui di seguito, è una bella immagine di taglio degli anelli di Saturno, con tre delle sue lune ben visibili, ovvero Teti  Encelado e Mimas

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Il primo target del concorso…

L’immagine che vedete è ottenuta tramite un simulatore software, ma verrà realmente osservata da Cassini tra pochissimi giorni, ovvero il 3 dicembre prossimo venturo.

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Ed ecco Il secondo target…

Il secondo target è  invece relativo ad una immagine del pianeta Giove presa a circa un milione e mezzo di chilometri di distanza. A questa distanza Giove – nonostante la sua grandezza sia tale da poter ospitare mille volte il pianeta Terra – appare ancora come un piccolo puntino, nondimeno è importante per la NASA poter acquisire foto anche da così lontano, al fine di meglio preparare le future missioni.

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Ed infine il terzo target…

Il terzo ed ultimo target  che appare sul sito del concorso è una simulazione di Teti che passa dietro alla luna chiamata Rea; la simulazione è necessaria in quanto la sonda Cassini non dispone di alcuna videocamera a bordo. Rea è un corpo celeste di notevole importanza (basti pensare che è costituito per tre quarti di ghiaccio d’acqua!), oltre ad essere la seconda luna di Saturno per dimensioni.

Bene, il materiale di lavoro non manca di certo. Con queste tre immagini – vere e proprie istantanee dalla ricerca più attuale – i ragazzi interessati si possono ritrovare ad operare un lavoro straordinariamente simile a quello dello scienziato. Certo, con mezzi e conoscenze diverse, ma con una metodologia che comunque vi si avvicina parecchio. Ed è questo ciò che conta, a mio avviso, perché è ciò che forma la mentalità, e predispone soprattutto alla curiosità di conoscere e di apprendere.

Perché l’esplorazione dell’universo è certo una impresa tecnologia da affrontare con grandi capitali ed estese collaborazioni, ma è anche e soprattutto un enorme e brillante atto creativo dell’uomo. Un atto al quale può prendere parte ognuno di noi.

Ben alzato, Philae!

E’ notizia di questi momenti che la serie di tentativi per svegliare la sonda Philae, depositata sulla cometa 67P oltre sei mesi fa, sembra abbiano avuto esito positivo!

Significativo il tweet con cui il simpatico robottino ha annunciato il suo tanto agognato risveglio

Al momento in cui butto giù questa rapida nota, è già stato indicato 6940 volte come “preferito” e già ridiffuso 9928 volte. C’è da essere certi che al momento in cui leggerete questo appunto, questa cifre saranno già molto più alte. L’hashtag #WakeUpPhilae potrebbe diventare ben presto molto popolare, in rete. Insomma, la scienza moderna è social, e lo è nell’accezione migliore e più virtuosa del termine.

Ben alzato, Philae! Che dici di una gustosa colazione, adesso? C’è mica un buon BAR, da quelle parti 😉

GAIA, un anno dopo

La prima impressione è quella di esclamare, ma come, già un anno? Eppure è così, da quando il satellite GAIA è stato lanciato, è passato esattamente un anno. Ora che ci penso, ora che rileggo le considerazioni scritte a ridosso del lancio, mi ritrovo improvvisamente a realizzare quanto tempo sia passato. 

Ripensandoci, capisco ancora di più l’eccitazione del team di Rosetta all’arrivo alla cometa, dopo dieci anni di attesa. Il fatto è questo, è che siamo diventati complicati. Direi, inevitabilmente complicati. E una missione spaziale contemporanea richiede, tipicamente, anni ed anni di lavoro ancora prima che venga assemblato un solo pezzo. Così quando arrivi al momento del lancio – come arrivammo noi che lavoriamo in GAIA, il diciannove di dicembre dello scorso anno – hai già alle spalle una quantità di lavoro svolto, di riunioni, di meeting, di contatti e collaborazioni… Tutta una vita il cui fulcro, in pratica, è costituito da quel piccolo oggetto che sta per giocarsi la sua vera fatidica scommessa, che sta per essere lanciato nello spazio. Improvvisamente ti accorgi di quanto sia vulnerabile, di fronte all’immensità dello spazio, alla grandiosa sfida del suo stesso compito.

E ti rendi conto che il rischio che qualcosa vada storto – nonostante tutta la cura nei preparativi – è tutt’altro che accademico. E’ un rischio reale. Mi vengono alla mente i pensieri pre-lancio che occupavano spesso la mia testa, allora. I discorsi che si facevano a mezza bocca nei corridoi, durante i meeting. O quello che si aveva solamente paura di dire. E se il lancio andasse male? Era la domanda che aleggiava inevitabilmente dove più persone si riunivano a lavorare su Gaia, sopratutto nei mesi immediatamente precedenti al lancio. No, no, non dobbiamo nemmeno pensarci! mi disse in una di queste occasioni, una stimata collega dell’Osservatorio di Bologna.

Qualcosa a cui non pensare. Ma siccome siamo umani, succede questo: più non ci devi pensare, più la mente ci va…

Così il momento del lancio è stato anche il punto fatidico di un progetto che era già una vita, per molti di noi. Ed è andato bene, è andato benissimo. Con alcuni colleghi, abbiamo organizzato, per quella fatidica mattina, una proiezione della diretta nella sala seminari dell’Osservatorio di Roma (dove lavoro). L’idea, che è stata apprezzata, era di fare qualcosa che coinvolgesse tutti, scienziati e personale amministrativo. Perché in fondo, sia pure con diverse competenze, siamo qui per questo: per questo ci alziamo dal letto, con qualsiasi clima, per questo affrontiamo le file sul GRA, per questo ci presentiamo qui – perché cose di questo tipo possano andare avanti. Perché vogliamo sapere cosa c’è dopo, cosa c’è oltre. 

Io son quello in piedi che guarda lo schermo con celata trepidazione (grazie a Francesco Massaro per la foto)

Io son quello in piedi, che guarda lo schermo con celata trepidazione (grazie a Francesco Massaro per la foto)

Siamo qui – in una sinfonia di specifiche competenze ed incarichi – per umana curiosità e perché, in fondo in fondo, la voglia di stupirci non ci ha ancora completamente mollato.

Perché, grazie al cielo (letteralmente), non siamo ancora completamente cinici.

Siamo qui per la stessa idea che animava Galileo quando puntava il telescopio verso le stelle, cercando le risposte nel libro della natura, e non (soltanto) in qualche grande saggio del passato. Siamo qui per l’idea affascinante ed inesausta che l’universo fisico si fa capire, se opportunamente investigato. 

Un’idea non nostra, ma che ci precede ormai di molti secoli. E un’idea di una fecondità incredibile, che non terminerà mai, probabilmente, di mostrare il suo potenziale.

L’universo insomma si fa comprendere. Una opportunità da non perdere. “L’opportunità di comprendere l’Universo è la ragione per cui è meglio essere nato che non esistere affatto” osava dire Annassagora (in tempi decisamente non sospetti di entusiasmi esagerati per la scienza).

Il satellite GAIA è in cielo per questo. Per lo stesso motivo di Rosetta, pari pari. Perché Anassagora, magari un po’ radicalmente, aveva espresso un’idea che fa parte tuttora del nostro modo di vedere il mondo, di vederci vivi.

Nei dodici mesi che ci separano ormai da quella fatidica mattina, molte cose sono state fatte, sia in cielo che a terra. GAIA ha viaggiato per qualche settimana, verso il punto Lagrangiano 2, dove è destinata a fare la sua scienza (un milione e mezzo di chilometri da qui, mica bruscolini). Ha poi iniziato il periodo di test e messa a punto, di alcuni mesi: durato un po’ più del previsto, anche a motivo di alcuni problemi (una percentuale di luce diffusa sugli strumenti e presenza inaspettata di ghiaccio d’acqua) che hanno dato qualche preoccupazione e del lavoro imprevisto. Insieme a questo, sono arrivate già le prime soddisfazioni, come la scoperta di una supernova effettuata dal satellite.

Ma se l’avessi detto un anno fa, non so se ci avrei creduto. Poter provare il nostro software con dei dati reali provenienti dalla sonda, come finalmente stiamo facendo, qui a Roma (e come stanno facendo, nelle rispettive competenze, da molte altre parti in Europa), è una cosa davvero particolare. Specialmente quando vedi che le cose funzionano, che quello che per anni hai elaborato basandoti – necessariamente – sulle simulazioni, è adeguato per interpretare i dati che GAIA sta iniziando ad inviare. Va bene, c’è da lavorare ancora, le cose sono molto complesse. Si può e si deve puntare a migliorare. Ma i risultati – e proprio in questi giorni lo possiamo dire con soddisfazione – sono molto incoraggianti.

I dati che prende GAIA sono buoni e il software predisposto “risponde” bene. Ed è il secondo regalo di Natale per noi, che lavoriamo a GAIA. Il primo fu ovviamente la confortante perfezione del lancio, segno di un lavoro che proseguiva e che apriva prospettive nuove, attese ma ancora misteriose.

Così gli auguri per il compleanno di GAIA sono anche di contentezza per una missione europea che vede un importante contributo italiano. Perché nei miliardi di stelle che ci farà conoscere c’è qualcosa che ci proietta prepotentemente nel futuro, nella conoscenza formidabile della Via Lattea che ci è promessa, ed insieme qualcosa che ci lega in maniera forte e robusta al passato.

A quando un uomo di nome Galileo Galiei, fisico, filosofo, matematico e astronomo, puntò per la prima volta verso la volta celeste: un apparecchio strano ideato appositamente per raccogliere la luce delle stelle.

Un telescopio, appunto.

Partire insieme a Samantha

Samantha Cristoforetti, astronauta ESA, abbraccia la sua tuta spaziale. Un abbraccio dolcissimo! Crediti: ESA?NASA

Samantha Cristoforetti, astronauta ESA, abbraccia la sua tuta spaziale. Un abbraccio dolcissimo! Crediti: ESA/NASA

Due giorni al lancio. Un viaggio a 28 mila chilometri all’ora, a 400 chilometri dalla Terra, un giro del mondo ogni 90 minuti, 2 anni di addestramento in 3 continenti: Tokyo, Houston, Colonia, Mosca, Star City. Tappe fondamentali per Samantha Cristoforetti, astronauta dell’ESA e Comandante dell’Aeronautica Militare, per coronare il suo sogno: la permanenza a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per sei mesi con la missione Futura.

Ha un sorriso spontaneo, due occhi che luccicano come fossero due stelline e l’’amore per lo spazio nel cuore fin da bambina: “Ho sognato fin da piccola di fare l’astronauta, per cui qualsiasi tipo di carriera avessi seguito comunque ci avrei provato a diventare astronauta nel momento in cui si fosse presentata l’occasione giusta.”

Questa e’ Samantha. Determinata, con un entusiasmo coinvolgente e allo stesso tempo ammirevole. L’ultimo anno di training e’ stato sicuramente il più intenso per lei e i suoi colleghi. “Volare nello spazio e’ un po’, se vogliamo, come andare in barca” dice. “Da una parte c’e’ la possibilità di godersi nell’andare in barca, poi però ci sono tutta una serie di attività che sono necessarie per poterci stare, sulla barca”.

La ISS e’ davvero una grande barca. Un barcone. Una volta completata, le sue dimensioni hanno superano quelle di un campo di calcio arrivando a108,5 metri per 72,8 metri con un peso di 450 tonnellate. Se pensiamo alla nostra automobile come confronto, potremmo dire che dovremmo accumularne ben 450 per arrivare al peso della ISS.

“Andare nello spazio e’ il sogno di molti. In un certo senso e’ come se mi sentissi di portarmi dietro tante persone che avrebbero lo stesso sogno e che vorrebbero essere lì o insieme a me o, addirittura, al posto mio”.

Già. E’ stato anche il mio. Ora so che, per come sono andate le cose, non potrò realizzarlo (e non pensate, mai dire mai, Sabrina!), ma l’ho sognato tanto fin da bambina coi voli Shuttle della NASA. Ho iniziato a inchiodarmi davanti alla televisione col primo volo, nel 1981, chiedendo a mio padre che cosa stava succedendo, che cosa era quell’aereo messo in piedi che partiva in alto. Stavano andando sulla Luna?

“Intorno alla Terra per ruotarle attorno per alcuni giorni. Per studiarla. Non camminano lassu’, fluttuano nel vuoto”.

Oh, quante cose nuove da imparare!

Una prova della vestizione, Samantha Cristoforetti prova la sua tuta a pochi giorni dal lancio. Crediti: NASA?ESA, su Flickr.

Una prova della vestizione, Samantha Cristoforetti prova la sua tuta a pochi giorni dal lancio. Crediti: NASA/ESA, su Flickr.

Iniziai così ad inchiodarmi alla sedia come una piccola astronauta per guardare e riguardare i lanci e gli atterraggi. Quella voce dal Centro di controllo del Kennedy Space Center, quel Tminus ten, nine, eight, seven, six… quando arrivava era da batticuore. Tun tun tun, tuntuntun… il battito del mio cuoricino viaggiava più forte del countdown. Qualche volta il countdown si fermava, se la missione veniva abortita, e per me significava riposizionare la sveglia al mattino presto o farmi trovare a casa per non perdere un secondo di quella nuova avventura.

Capivo che volevo essere lì, volevo viaggiare a 400 chilometri di altezza, volevo vedere il mondo dall’alto e studiarlo. Five, the main engines start…four, three, two, one… and … non sedermi lì davanti alla tv su quella sedia ma volare, sì, volare. E Lift off con loro, per davvero! Quella spinta sul petto dovuta all’accelerazione era come se me la sentissi per davvero, come se mi inchiodasse alla sedia, facendomi immaginare anche le vibrazioni della capsula quasi fossero le vibrazioni dei muri della casa. E poi, tiravo un sospiro di sollievo quando quei due booster laterali venivano sganciati, sapevo che in quella fase del lancio, il peggio era passato e che mancavano pochi minuti per entrare in orbita attorno alla Terra. Aspettavo che quel bussolotto arancione, il serbatoio centrale, venisse sganciato. E poi, immaginavo.

Sognavo.

Samantha conosce a memoria le sensazioni fisiche che proverà domenica sera al lancio, con la Soyuz. “Ti siedi in questa capsula, ad un certo punto si accendono i motori, hai la spinta che è praticamente quattro volte il tuo peso che ti preme sopra il petto nel momento in cui i motori funzionano e, dopo un paio di minuti, si spegne il primo stadio e quasi hai la sensazione che si siano spenti completamente i motori, perché perdi più o meno quattro quinti della spinta. Però, stai continuando ad andare avanti. E questo succede di nuovo, perché si riaccendono i successivi stadi finché, dopo appena nove minuti, sei in orbita. Per la prima volta sei in questa sensazione di assenza di peso, quindi passi dalla sensazione di avere tutto questo peso che ti schiaccia contro il seggiolino ad essere completamente senza peso. Durante questa fase, si sono aperti i due petali che proteggono la capsula e inizi a guardare fuori. Il nostro sarà un lancio notturno, quindi, non so esattamente che cosa vedremo. Gireremo attorno alla Terra molto rapidamente e molto rapidamente sorgerà il sole e avremo modo di allentare le cinture, se tutti i controlli di tenuta saranno positivi, e di alzarci un po’, di guardare dall’oblo’ per cogliere una prima visione della Terra.”

“Per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale oggi ci si impiega pochissimo: se tutto sarà nominale in quattro orbite, il che equivale a dire sei ore, perché un’orbita intorno alla Terra dura un’ora e mezza. Noi praticamente arriviamo vicini alla ISS e ci posizioniamo in un’orbita più bassa della Stazione Spaziale inseguendola. La si insegue per un po’ facendo alcune accensioni di motore di correzione dell’orbita e poi, ad un certo punto quando arriviamo abbastanza vicini, le nostre antenne e le antenne della Stazione Spaziale iniziano a vedersi e a parlarsi. Il computer di bordo da solo calcola una serie di impulsi per portarci in avvicinamento e, se tutto va in maniera nominale, il processo e’ automatico. Il nostro comandante, che si siede seduto in mezzo, può monitorizzare e, a una decina di chilometri, si inizia a vedere il puntino della ISS. All’inizio e’ davvero soltanto un puntino, poi diventa sempre più grande e … Credo sia eccezionale! Perché in questo ambiente buio, dove non c’e’ nulla, in un ambiente completamente ostile, hai un posto dove andare”.

Dopo il lancio, nei giorni seguenti, prendevo nota di quello che sentivo, registravo i servizi sulle oramai superate cassette e riguardavo il lancio. Sia detto per inciso: non ho buttato via niente. Poi, c’era la fase recupero degli articoli dai quotidiani e riviste. All’inizio mica funzionava tutto sul web come oggi, non c’era nulla di pronto con un clic. Non avevo immagini subito disponibili, articoli in inglese, pdf da scaricare. Prendevo nota su un block notes e poi, giorno dopo giorno, nei miei momenti liberi extra studio, ricopiavo e facevo pure dei disegni. Ero bravina, allora. Riprenderli in mano, per caso, qualche settimana fa, mi ha fatto tornare indietro di oltre trent’anni. E’ stato come essere seduta su un sedile eiettabile che mi ha scaraventata in un altro tempo. Era il mio tempo e quella grafia, quei disegni, erano i miei. Provare tenerezza con la bambina o il bambino che si e’ stati e’ disarmante. Capisci che hai avuto un’infanzia, anche se sembra passata una vita fa, e che quel tempo e’ ancora raccolto nei fogli leggermente ingialliti e nella scrittura che sai essere la tua, la riconosci, ma l’hai persa..

Tenevo anche un diario, proprio come Anna Frank, dove annotavo le mie imprese e le imprese spaziali. Un giorno decisi di disegnare a matita Sally Ride, prima donna astronauta americana a volare nello spazio. Volevo essere come lei, volevo essere al suo posto. Le parole di Samantha sono vere, fino in fondo alla vita. Fino in fondo alla mia adolescenza.

Disegnavo in gran dettaglio la tuta. Amavo i dettagli che scoprivo di volta in volta guardando le foto a grandi dimensioni sui quotidiani. Avevo avuto modo di vederne di simili, indossate dal personale militare dell’Aeroporto Militare di Istrana, Treviso, quando ero andata in visita con la mia classe di allora. Al tenente pilota che mi fece salire sull’F104 chiesi l’autografo e… avrei chiesto anche la sua tuta, come ricordo.

Samantha indosserà una tuta diversa, la Sokol, quella blu solo successivamente, al momento dell’apertura del portellone della ISS dopo l’attracco. “La Sokol, la tuta pressurizzata che indossiamo nella Soyuz, è fatta su misura per ogni membro dell’equipaggio: la mia tuta, per esempio, è la numero 422”, racconta Samantha. “A eccezione dei guanti, la Sokol è un pezzo unico e l’intera parte frontale (il petto e l’addome) può essere aperta con una cerniera lampo: è infatti così che la mettiamo. Indossarla può essere complicato quando la tuta, come dovrebbe essere, aderisce con poco margine in termini di lunghezza dal-cavallo-alle-spalle. E, sì, come potreste aver notato guardando gli astronauti camminare con la Sokol, non è veramente pensata per farvi stare in piedi in posizione eretta, così vi costringe a piegare in avanti la schiena: è perché si presume che diventi comoda quando siete stesi nel vostro seggiolino Soyuz, con le ginocchia piegate verso il petto”. [Su Avamposto 42]

Samantha Cristoforetti durante  una delle ultime conferenze stampa prima del lancio. Crediti: NASA?ESA, su Flickr

Samantha Cristoforetti durante una delle ultime conferenze stampa prima del lancio. Crediti: NASA/ESA, su Flickr

Oltre alla tuta, studiavo il logo della missione, quella sigla STS- e un numero, chi la capiva all’epoca, mica i giornali te lo spiegavano, mentre ora con un click, basta scrivere T minus ten e si apre pure il Countdown su Wikipedia. La mia ipotesi all’epoca era che, con grande probabilità neppure i giornalisti sapevano il senso di quelle sigle. Era consolante immaginare di sapere tanto quanto i giornalisti. Disegnavo accuratamente tutti i dettagli di quella tuta, tutto tranne… il volto dell’astronauta. Perché al posto del volto di Sally Ride disegnavo la mia chioma scomposta, i miei occhi e il mio sorriso. Volevo essere al posto di lei.

Imparavo i nomi dell’equipaggio, cercavo di capire che cosa fossero i booster, gli ugelli, il cargo, i motori che venivano accesi e spenti, il serbatoio a perdere color del sole al tramonto, che bello mi dicevo, imparavo a distinguere alcune parti e, pian piano un giorno, arriverò a capire tutto di questo grande uccello bianco che vola come un aereo di linea ma che atterra senza motori.

Alla sera guardavo in cielo immaginando lo Shuttle passare sopra di me. Con la Stazione Spaziale e Internet e’ stato più facile seguirne il moto. “La Stazione Spaziale Internazionale e’ visibile ad occhio nudo come un puntino molto luminoso che attraversa il cielo da orizzonte a orizzonte in una decina di minuti” racconta Samantha. “Guardate questo puntino luminoso e pensate che lassù ci sono sei esseri umani, sei uomini e donne come me, come voi che magari in quel momento, mentre voi li guardate, stanno guardando voi”. Ed io lo facevo, lo facevo ogniqualvolta se ne presentava l’occasione. Capitò perfino di osservare sopra il cielo del mio paesello l’attracco dello Shuttle (in una delle sue ultime missioni) alla ISS. Quella sera, due puntini vicinissimi ma distinguibili brillavano nel cielo come fossero due stelle doppie che si spostavano piuttosto velocemente nel cielo. Li inseguivo con gli occhi riscoprendo in ogni istante il fascino di quello che da 400 chilometri si poteva osservare, alle manovre delicate che degli esseri umani lassù stavano compiendo, alla grande possibilità; che mi veniva offerta dalla finestra di casa di ammirare un miracolo della tecnologia moderna, proprio dalla stessa finestra dalla quale avevo sognato a otto anni, di prendere lo scalone del nonno per salire a toccare le stelle.

Lassù, in quel grande armadio a 400 chilometri di quota, si sfruttano le condizioni di microgravità. L’assenza di peso, infatti, modifica molti fenomeni fisici e biologici rendendo possibile lo studio di alcuni meccanismi che sulla Terra, in presenza della gravità che ci incolla al suolo, non sarebbero facilmente isolabili. Si fanno studi di fisica, di fisica dei fluidi, di biologia, di medicina, di materiali, di radiazioni.

I membri dell'equipaggio della Expedition 42/43 al Gagarin Cosmonaut Training Center a Star City, Russia. Terry Virts della NASA firma il libro del cerimoniale il 6 novembre 2014 seduto accanto al collega Anton Shkaplerov dell'Agenzia Spaziale Russa, Roscosmos e a Samantha Cristoforetti dell'Agenzia Spaziale Europea. Crediti: NASA/Stephanie Stoll, ESA/ Flickr

I membri dell’equipaggio della Expedition 42/43 al Gagarin Cosmonaut Training Center a Star City, Russia. Terry Virts della NASA firma il libro del cerimoniale il 6 novembre 2014 seduto accanto al collega Anton Shkaplerov dell’Agenzia Spaziale Russa, Roscosmos e a Samantha Cristoforetti dell’Agenzia Spaziale Europea. Crediti: NASA/Stephanie Stoll, ESA/ Flickr

Gli esperimenti della Missione Futura spaziano negli ambiti più disparati, dai disturbi del sonno alla circolazione cerebrale, per un numero totale di 10. Sono esperimenti che avranno delle ricadute anche qui sul nostro pianeta, o in alcuni casi, realizzati per migliorare la vita sulla Terra, sono finiti nello spazio.

A fine ottobre ricorderete sicuramente l’esplosione del razzo Antares, il cargo della Orbital Science in partenza verso la Stazione Spaziale Internazionale. Il razzo Antares avrebbe dovuto portare in orbita il modulo da trasporto Cygnus che conteneva oltre 2 215 chilogrammi di materiale destinato alla ISS, tra cui cibo, acqua, hardware di bordo ed esperimenti scientifici (per una lista completa, Orbital CR-3 Mission Overview)

Mi sono chiesta che cosa aveva perso Samantha di personale: le scarpine rosa? Un po’ di cibo che era stato confezionato per i suoi sei mesi in orbita?

In uno dei suoi ultimi post su Avamposto 42, in modo sereno dice che “per quanto riguarda il “mio” bagaglio, non c’era nulla di troppo personale nel Cygnus. La piccola scatola che ho potuto riempire di cose personali, come calzini in più e alcune dotazioni per la comunicazione pubblica, sono già sulla ISS: il mio collega astronauta Alex ha perfino mandato una foto del materiale dall’orbita per rassicurarmi! E i ricordi che mi sono stati affidati in custodia dagli amici e familiari voleranno con me nella Soyuz. Cygnus trasportava effettivamente vestiti per noi per la parte finale della missione, ma c’è tempo per rimpiazzare quelle cose (e abbiamo perfino vestiti di riserva in orbita giusto in caso). Tutti i miei contenitori di cibo bonus (9 scatole) sono anche già in orbita e, per quanto riguarda il normale cibo della ISS, ci sono scorte per diversi mesi già stivate sulla Stazione!”

Quando andavo al liceo questa passione per il volo era molto forte, ma nessuno dei miei compagni di classe seguiva le missioni spaziali. Ero una ragazza sicuramente con la testa alla meccanica spaziale, al cielo e alle stelle, e un pochino mi sentivo “diversa”. Ai miei piedi immaginavo anfibi pesanti e percorrevo con l’immaginazione le piste di atterraggio, toglievo gli anfibi e con i calzini fluttuavo in assenza di gravita’ all’interno di un laboratorio spaziale.

E poi, arrivò il momento della sospensione dei voli Shuttle. Non c’erano soldi neppure in America per finanziare un progetto che era oramai vecchio di trent’anni. Fu un dolore enorme anche per me, oltre che per tutti i tecnici e il personale NASA che venne licenziato o dovette riadattarsi in altri lavori. Moriva un sogno.

Venne il tempo di guardare dall’altra parte del mondo, in un’altra rampa di lancio, in uno dei posti più freddi sulla Terra, la Russia. La cara vecchia Soyuz., Star City. Yuri Gagarin. Da quelle fredde regioni terrestri era arrivato Yuri Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio, per poco, ma completamente solo.

Paolo Nespoli e Luca Parmitano ed ora Samantha Cristoforetti. Tutti addestrati ai rigidi inverni moscoviti, tra le montagne innevate, nei boschi, in centrifughe, in vasche enormi per ore e ore per imparare a manovrare bracci meccanici, arnesi, per muoversi con familiarità nelle loro nuove tute spaziali.

Dopo Paolo e Luca, ora tocca a Samantha entrare in quella capsula Soyuz per volare fin lassù a 400 chilometri di altezza. Fa provare un senso di soffocamento ma dicono di stare abbastanza comodi, forse perché il viaggio dura qualche ora, non giorni. Domenica sera entrerò con Samantha in quella capsula e ritornerò bambina per qualche momento, rispondendo alla mia domanda: quando la prima donna italiana nello spazio? Ho una data, ora. Il momento e’ arrivato.

Partiremo con Samantha anche noi domenica sera e sogneremo il nostro piccolo angolo di cielo seduti stretti accanto a Samantha. Non mancheremo di cercare lassù nei prossimi giorni quel puntino luminoso che entra nel campo di vista da orizzonte a orizzonte immaginando che, forse, in quel momento, due occhi luminosi come due stelline ci stanno guardando.

Per sognare ancora e capire che, per alcuni di noi, i sogni fanno parte della vita.

Samantha Cristoforetti all'interno della Soyuz il 12 novembre 2014. Crediti: GCTC, NASA, ESA, Flickr

Samantha Cristoforetti all’interno della Soyuz il 12 novembre 2014. Crediti: GCTC, NASA, ESA, Flickr

C’e’ il Diario di Bordo di Samantha Cristoforetti online che ha iniziato a tenere a 500 giorni dal lancio, prima su AstronautiNews  e poi, a partire dal luglio 2013 anche sul suo sito ufficiale Avamposto 42.

Anche sul sito dell’ESA Astronaut Class of 2009 vi e’ un blog curato dai vari astronauti selezionati nel 2009 dalla NASA-ESA per le missioni a bordo della ISS, dove Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti hanno lasciato le loro emozioni. Entrambi, infatti, sono stati selezionati nel 2009.

Le foto di Samantha Cristoforetti su Flickr mostrano gli addestramenti e i momenti ufficiali, i momenti piu’ personali con i familiari, le ultime ore prima del lancio e la la lunga preparazione degli ultimi due anni.

Link utili: 

Avamposto 42: http://avamposto42.esa.int/

RaiNews: Samantha Cristoforetti nello spazio, serata speciale sabato su RAI3 

Samantha Cristoforetti: la mia strada per le stelle – http://tuttidentro.eu/2014/10/10/samantha-cristoforetti-mia-strada-per-stelle/
Samantha Cristoforetti:; tutto e’ iniziato guardando le stelle – http://tuttidentro.eu/2014/10/07/samantha-cristoforetti-tutto-e-iniziato-guardando-le-stelle/
Avamposto42, guida galattica per terrestri in missione – http://tuttidentro.eu/2014/06/20/avamposto42-guida-galattica-per-terrestri-in-missione/

Sabrina

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