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GAIA, un anno dopo

La prima impressione è quella di esclamare, ma come, già un anno? Eppure è così, da quando il satellite GAIA è stato lanciato, è passato esattamente un anno. Ora che ci penso, ora che rileggo le considerazioni scritte a ridosso del lancio, mi ritrovo improvvisamente a realizzare quanto tempo sia passato. 

Ripensandoci, capisco ancora di più l’eccitazione del team di Rosetta all’arrivo alla cometa, dopo dieci anni di attesa. Il fatto è questo, è che siamo diventati complicati. Direi, inevitabilmente complicati. E una missione spaziale contemporanea richiede, tipicamente, anni ed anni di lavoro ancora prima che venga assemblato un solo pezzo. Così quando arrivi al momento del lancio – come arrivammo noi che lavoriamo in GAIA, il diciannove di dicembre dello scorso anno – hai già alle spalle una quantità di lavoro svolto, di riunioni, di meeting, di contatti e collaborazioni… Tutta una vita il cui fulcro, in pratica, è costituito da quel piccolo oggetto che sta per giocarsi la sua vera fatidica scommessa, che sta per essere lanciato nello spazio. Improvvisamente ti accorgi di quanto sia vulnerabile, di fronte all’immensità dello spazio, alla grandiosa sfida del suo stesso compito.

E ti rendi conto che il rischio che qualcosa vada storto – nonostante tutta la cura nei preparativi – è tutt’altro che accademico. E’ un rischio reale. Mi vengono alla mente i pensieri pre-lancio che occupavano spesso la mia testa, allora. I discorsi che si facevano a mezza bocca nei corridoi, durante i meeting. O quello che si aveva solamente paura di dire. E se il lancio andasse male? Era la domanda che aleggiava inevitabilmente dove più persone si riunivano a lavorare su Gaia, sopratutto nei mesi immediatamente precedenti al lancio. No, no, non dobbiamo nemmeno pensarci! mi disse in una di queste occasioni, una stimata collega dell’Osservatorio di Bologna.

Qualcosa a cui non pensare. Ma siccome siamo umani, succede questo: più non ci devi pensare, più la mente ci va…

Così il momento del lancio è stato anche il punto fatidico di un progetto che era già una vita, per molti di noi. Ed è andato bene, è andato benissimo. Con alcuni colleghi, abbiamo organizzato, per quella fatidica mattina, una proiezione della diretta nella sala seminari dell’Osservatorio di Roma (dove lavoro). L’idea, che è stata apprezzata, era di fare qualcosa che coinvolgesse tutti, scienziati e personale amministrativo. Perché in fondo, sia pure con diverse competenze, siamo qui per questo: per questo ci alziamo dal letto, con qualsiasi clima, per questo affrontiamo le file sul GRA, per questo ci presentiamo qui – perché cose di questo tipo possano andare avanti. Perché vogliamo sapere cosa c’è dopo, cosa c’è oltre. 

Io son quello in piedi che guarda lo schermo con celata trepidazione (grazie a Francesco Massaro per la foto)

Io son quello in piedi, che guarda lo schermo con celata trepidazione (grazie a Francesco Massaro per la foto)

Siamo qui – in una sinfonia di specifiche competenze ed incarichi – per umana curiosità e perché, in fondo in fondo, la voglia di stupirci non ci ha ancora completamente mollato.

Perché, grazie al cielo (letteralmente), non siamo ancora completamente cinici.

Siamo qui per la stessa idea che animava Galileo quando puntava il telescopio verso le stelle, cercando le risposte nel libro della natura, e non (soltanto) in qualche grande saggio del passato. Siamo qui per l’idea affascinante ed inesausta che l’universo fisico si fa capire, se opportunamente investigato. 

Un’idea non nostra, ma che ci precede ormai di molti secoli. E un’idea di una fecondità incredibile, che non terminerà mai, probabilmente, di mostrare il suo potenziale.

L’universo insomma si fa comprendere. Una opportunità da non perdere. “L’opportunità di comprendere l’Universo è la ragione per cui è meglio essere nato che non esistere affatto” osava dire Annassagora (in tempi decisamente non sospetti di entusiasmi esagerati per la scienza).

Il satellite GAIA è in cielo per questo. Per lo stesso motivo di Rosetta, pari pari. Perché Anassagora, magari un po’ radicalmente, aveva espresso un’idea che fa parte tuttora del nostro modo di vedere il mondo, di vederci vivi.

Nei dodici mesi che ci separano ormai da quella fatidica mattina, molte cose sono state fatte, sia in cielo che a terra. GAIA ha viaggiato per qualche settimana, verso il punto Lagrangiano 2, dove è destinata a fare la sua scienza (un milione e mezzo di chilometri da qui, mica bruscolini). Ha poi iniziato il periodo di test e messa a punto, di alcuni mesi: durato un po’ più del previsto, anche a motivo di alcuni problemi (una percentuale di luce diffusa sugli strumenti e presenza inaspettata di ghiaccio d’acqua) che hanno dato qualche preoccupazione e del lavoro imprevisto. Insieme a questo, sono arrivate già le prime soddisfazioni, come la scoperta di una supernova effettuata dal satellite.

Ma se l’avessi detto un anno fa, non so se ci avrei creduto. Poter provare il nostro software con dei dati reali provenienti dalla sonda, come finalmente stiamo facendo, qui a Roma (e come stanno facendo, nelle rispettive competenze, da molte altre parti in Europa), è una cosa davvero particolare. Specialmente quando vedi che le cose funzionano, che quello che per anni hai elaborato basandoti – necessariamente – sulle simulazioni, è adeguato per interpretare i dati che GAIA sta iniziando ad inviare. Va bene, c’è da lavorare ancora, le cose sono molto complesse. Si può e si deve puntare a migliorare. Ma i risultati – e proprio in questi giorni lo possiamo dire con soddisfazione – sono molto incoraggianti.

I dati che prende GAIA sono buoni e il software predisposto “risponde” bene. Ed è il secondo regalo di Natale per noi, che lavoriamo a GAIA. Il primo fu ovviamente la confortante perfezione del lancio, segno di un lavoro che proseguiva e che apriva prospettive nuove, attese ma ancora misteriose.

Così gli auguri per il compleanno di GAIA sono anche di contentezza per una missione europea che vede un importante contributo italiano. Perché nei miliardi di stelle che ci farà conoscere c’è qualcosa che ci proietta prepotentemente nel futuro, nella conoscenza formidabile della Via Lattea che ci è promessa, ed insieme qualcosa che ci lega in maniera forte e robusta al passato.

A quando un uomo di nome Galileo Galiei, fisico, filosofo, matematico e astronomo, puntò per la prima volta verso la volta celeste: un apparecchio strano ideato appositamente per raccogliere la luce delle stelle.

Un telescopio, appunto.

Partire insieme a Samantha

Samantha Cristoforetti, astronauta ESA, abbraccia la sua tuta spaziale. Un abbraccio dolcissimo! Crediti: ESA?NASA

Samantha Cristoforetti, astronauta ESA, abbraccia la sua tuta spaziale. Un abbraccio dolcissimo! Crediti: ESA/NASA

Due giorni al lancio. Un viaggio a 28 mila chilometri all’ora, a 400 chilometri dalla Terra, un giro del mondo ogni 90 minuti, 2 anni di addestramento in 3 continenti: Tokyo, Houston, Colonia, Mosca, Star City. Tappe fondamentali per Samantha Cristoforetti, astronauta dell’ESA e Comandante dell’Aeronautica Militare, per coronare il suo sogno: la permanenza a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per sei mesi con la missione Futura.

Ha un sorriso spontaneo, due occhi che luccicano come fossero due stelline e l’’amore per lo spazio nel cuore fin da bambina: “Ho sognato fin da piccola di fare l’astronauta, per cui qualsiasi tipo di carriera avessi seguito comunque ci avrei provato a diventare astronauta nel momento in cui si fosse presentata l’occasione giusta.”

Questa e’ Samantha. Determinata, con un entusiasmo coinvolgente e allo stesso tempo ammirevole. L’ultimo anno di training e’ stato sicuramente il più intenso per lei e i suoi colleghi. “Volare nello spazio e’ un po’, se vogliamo, come andare in barca” dice. “Da una parte c’e’ la possibilità di godersi nell’andare in barca, poi però ci sono tutta una serie di attività che sono necessarie per poterci stare, sulla barca”.

La ISS e’ davvero una grande barca. Un barcone. Una volta completata, le sue dimensioni hanno superano quelle di un campo di calcio arrivando a108,5 metri per 72,8 metri con un peso di 450 tonnellate. Se pensiamo alla nostra automobile come confronto, potremmo dire che dovremmo accumularne ben 450 per arrivare al peso della ISS.

“Andare nello spazio e’ il sogno di molti. In un certo senso e’ come se mi sentissi di portarmi dietro tante persone che avrebbero lo stesso sogno e che vorrebbero essere lì o insieme a me o, addirittura, al posto mio”.

Già. E’ stato anche il mio. Ora so che, per come sono andate le cose, non potrò realizzarlo (e non pensate, mai dire mai, Sabrina!), ma l’ho sognato tanto fin da bambina coi voli Shuttle della NASA. Ho iniziato a inchiodarmi davanti alla televisione col primo volo, nel 1981, chiedendo a mio padre che cosa stava succedendo, che cosa era quell’aereo messo in piedi che partiva in alto. Stavano andando sulla Luna?

“Intorno alla Terra per ruotarle attorno per alcuni giorni. Per studiarla. Non camminano lassu’, fluttuano nel vuoto”.

Oh, quante cose nuove da imparare!

Una prova della vestizione, Samantha Cristoforetti prova la sua tuta a pochi giorni dal lancio. Crediti: NASA?ESA, su Flickr.

Una prova della vestizione, Samantha Cristoforetti prova la sua tuta a pochi giorni dal lancio. Crediti: NASA/ESA, su Flickr.

Iniziai così ad inchiodarmi alla sedia come una piccola astronauta per guardare e riguardare i lanci e gli atterraggi. Quella voce dal Centro di controllo del Kennedy Space Center, quel Tminus ten, nine, eight, seven, six… quando arrivava era da batticuore. Tun tun tun, tuntuntun… il battito del mio cuoricino viaggiava più forte del countdown. Qualche volta il countdown si fermava, se la missione veniva abortita, e per me significava riposizionare la sveglia al mattino presto o farmi trovare a casa per non perdere un secondo di quella nuova avventura.

Capivo che volevo essere lì, volevo viaggiare a 400 chilometri di altezza, volevo vedere il mondo dall’alto e studiarlo. Five, the main engines start…four, three, two, one… and … non sedermi lì davanti alla tv su quella sedia ma volare, sì, volare. E Lift off con loro, per davvero! Quella spinta sul petto dovuta all’accelerazione era come se me la sentissi per davvero, come se mi inchiodasse alla sedia, facendomi immaginare anche le vibrazioni della capsula quasi fossero le vibrazioni dei muri della casa. E poi, tiravo un sospiro di sollievo quando quei due booster laterali venivano sganciati, sapevo che in quella fase del lancio, il peggio era passato e che mancavano pochi minuti per entrare in orbita attorno alla Terra. Aspettavo che quel bussolotto arancione, il serbatoio centrale, venisse sganciato. E poi, immaginavo.

Sognavo.

Samantha conosce a memoria le sensazioni fisiche che proverà domenica sera al lancio, con la Soyuz. “Ti siedi in questa capsula, ad un certo punto si accendono i motori, hai la spinta che è praticamente quattro volte il tuo peso che ti preme sopra il petto nel momento in cui i motori funzionano e, dopo un paio di minuti, si spegne il primo stadio e quasi hai la sensazione che si siano spenti completamente i motori, perché perdi più o meno quattro quinti della spinta. Però, stai continuando ad andare avanti. E questo succede di nuovo, perché si riaccendono i successivi stadi finché, dopo appena nove minuti, sei in orbita. Per la prima volta sei in questa sensazione di assenza di peso, quindi passi dalla sensazione di avere tutto questo peso che ti schiaccia contro il seggiolino ad essere completamente senza peso. Durante questa fase, si sono aperti i due petali che proteggono la capsula e inizi a guardare fuori. Il nostro sarà un lancio notturno, quindi, non so esattamente che cosa vedremo. Gireremo attorno alla Terra molto rapidamente e molto rapidamente sorgerà il sole e avremo modo di allentare le cinture, se tutti i controlli di tenuta saranno positivi, e di alzarci un po’, di guardare dall’oblo’ per cogliere una prima visione della Terra.”

“Per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale oggi ci si impiega pochissimo: se tutto sarà nominale in quattro orbite, il che equivale a dire sei ore, perché un’orbita intorno alla Terra dura un’ora e mezza. Noi praticamente arriviamo vicini alla ISS e ci posizioniamo in un’orbita più bassa della Stazione Spaziale inseguendola. La si insegue per un po’ facendo alcune accensioni di motore di correzione dell’orbita e poi, ad un certo punto quando arriviamo abbastanza vicini, le nostre antenne e le antenne della Stazione Spaziale iniziano a vedersi e a parlarsi. Il computer di bordo da solo calcola una serie di impulsi per portarci in avvicinamento e, se tutto va in maniera nominale, il processo e’ automatico. Il nostro comandante, che si siede seduto in mezzo, può monitorizzare e, a una decina di chilometri, si inizia a vedere il puntino della ISS. All’inizio e’ davvero soltanto un puntino, poi diventa sempre più grande e … Credo sia eccezionale! Perché in questo ambiente buio, dove non c’e’ nulla, in un ambiente completamente ostile, hai un posto dove andare”.

Dopo il lancio, nei giorni seguenti, prendevo nota di quello che sentivo, registravo i servizi sulle oramai superate cassette e riguardavo il lancio. Sia detto per inciso: non ho buttato via niente. Poi, c’era la fase recupero degli articoli dai quotidiani e riviste. All’inizio mica funzionava tutto sul web come oggi, non c’era nulla di pronto con un clic. Non avevo immagini subito disponibili, articoli in inglese, pdf da scaricare. Prendevo nota su un block notes e poi, giorno dopo giorno, nei miei momenti liberi extra studio, ricopiavo e facevo pure dei disegni. Ero bravina, allora. Riprenderli in mano, per caso, qualche settimana fa, mi ha fatto tornare indietro di oltre trent’anni. E’ stato come essere seduta su un sedile eiettabile che mi ha scaraventata in un altro tempo. Era il mio tempo e quella grafia, quei disegni, erano i miei. Provare tenerezza con la bambina o il bambino che si e’ stati e’ disarmante. Capisci che hai avuto un’infanzia, anche se sembra passata una vita fa, e che quel tempo e’ ancora raccolto nei fogli leggermente ingialliti e nella scrittura che sai essere la tua, la riconosci, ma l’hai persa..

Tenevo anche un diario, proprio come Anna Frank, dove annotavo le mie imprese e le imprese spaziali. Un giorno decisi di disegnare a matita Sally Ride, prima donna astronauta americana a volare nello spazio. Volevo essere come lei, volevo essere al suo posto. Le parole di Samantha sono vere, fino in fondo alla vita. Fino in fondo alla mia adolescenza.

Disegnavo in gran dettaglio la tuta. Amavo i dettagli che scoprivo di volta in volta guardando le foto a grandi dimensioni sui quotidiani. Avevo avuto modo di vederne di simili, indossate dal personale militare dell’Aeroporto Militare di Istrana, Treviso, quando ero andata in visita con la mia classe di allora. Al tenente pilota che mi fece salire sull’F104 chiesi l’autografo e… avrei chiesto anche la sua tuta, come ricordo.

Samantha indosserà una tuta diversa, la Sokol, quella blu solo successivamente, al momento dell’apertura del portellone della ISS dopo l’attracco. “La Sokol, la tuta pressurizzata che indossiamo nella Soyuz, è fatta su misura per ogni membro dell’equipaggio: la mia tuta, per esempio, è la numero 422”, racconta Samantha. “A eccezione dei guanti, la Sokol è un pezzo unico e l’intera parte frontale (il petto e l’addome) può essere aperta con una cerniera lampo: è infatti così che la mettiamo. Indossarla può essere complicato quando la tuta, come dovrebbe essere, aderisce con poco margine in termini di lunghezza dal-cavallo-alle-spalle. E, sì, come potreste aver notato guardando gli astronauti camminare con la Sokol, non è veramente pensata per farvi stare in piedi in posizione eretta, così vi costringe a piegare in avanti la schiena: è perché si presume che diventi comoda quando siete stesi nel vostro seggiolino Soyuz, con le ginocchia piegate verso il petto”. [Su Avamposto 42]

Samantha Cristoforetti durante  una delle ultime conferenze stampa prima del lancio. Crediti: NASA?ESA, su Flickr

Samantha Cristoforetti durante una delle ultime conferenze stampa prima del lancio. Crediti: NASA/ESA, su Flickr

Oltre alla tuta, studiavo il logo della missione, quella sigla STS- e un numero, chi la capiva all’epoca, mica i giornali te lo spiegavano, mentre ora con un click, basta scrivere T minus ten e si apre pure il Countdown su Wikipedia. La mia ipotesi all’epoca era che, con grande probabilità neppure i giornalisti sapevano il senso di quelle sigle. Era consolante immaginare di sapere tanto quanto i giornalisti. Disegnavo accuratamente tutti i dettagli di quella tuta, tutto tranne… il volto dell’astronauta. Perché al posto del volto di Sally Ride disegnavo la mia chioma scomposta, i miei occhi e il mio sorriso. Volevo essere al posto di lei.

Imparavo i nomi dell’equipaggio, cercavo di capire che cosa fossero i booster, gli ugelli, il cargo, i motori che venivano accesi e spenti, il serbatoio a perdere color del sole al tramonto, che bello mi dicevo, imparavo a distinguere alcune parti e, pian piano un giorno, arriverò a capire tutto di questo grande uccello bianco che vola come un aereo di linea ma che atterra senza motori.

Alla sera guardavo in cielo immaginando lo Shuttle passare sopra di me. Con la Stazione Spaziale e Internet e’ stato più facile seguirne il moto. “La Stazione Spaziale Internazionale e’ visibile ad occhio nudo come un puntino molto luminoso che attraversa il cielo da orizzonte a orizzonte in una decina di minuti” racconta Samantha. “Guardate questo puntino luminoso e pensate che lassù ci sono sei esseri umani, sei uomini e donne come me, come voi che magari in quel momento, mentre voi li guardate, stanno guardando voi”. Ed io lo facevo, lo facevo ogniqualvolta se ne presentava l’occasione. Capitò perfino di osservare sopra il cielo del mio paesello l’attracco dello Shuttle (in una delle sue ultime missioni) alla ISS. Quella sera, due puntini vicinissimi ma distinguibili brillavano nel cielo come fossero due stelle doppie che si spostavano piuttosto velocemente nel cielo. Li inseguivo con gli occhi riscoprendo in ogni istante il fascino di quello che da 400 chilometri si poteva osservare, alle manovre delicate che degli esseri umani lassù stavano compiendo, alla grande possibilità; che mi veniva offerta dalla finestra di casa di ammirare un miracolo della tecnologia moderna, proprio dalla stessa finestra dalla quale avevo sognato a otto anni, di prendere lo scalone del nonno per salire a toccare le stelle.

Lassù, in quel grande armadio a 400 chilometri di quota, si sfruttano le condizioni di microgravità. L’assenza di peso, infatti, modifica molti fenomeni fisici e biologici rendendo possibile lo studio di alcuni meccanismi che sulla Terra, in presenza della gravità che ci incolla al suolo, non sarebbero facilmente isolabili. Si fanno studi di fisica, di fisica dei fluidi, di biologia, di medicina, di materiali, di radiazioni.

I membri dell'equipaggio della Expedition 42/43 al Gagarin Cosmonaut Training Center a Star City, Russia. Terry Virts della NASA firma il libro del cerimoniale il 6 novembre 2014 seduto accanto al collega Anton Shkaplerov dell'Agenzia Spaziale Russa, Roscosmos e a Samantha Cristoforetti dell'Agenzia Spaziale Europea. Crediti: NASA/Stephanie Stoll, ESA/ Flickr

I membri dell’equipaggio della Expedition 42/43 al Gagarin Cosmonaut Training Center a Star City, Russia. Terry Virts della NASA firma il libro del cerimoniale il 6 novembre 2014 seduto accanto al collega Anton Shkaplerov dell’Agenzia Spaziale Russa, Roscosmos e a Samantha Cristoforetti dell’Agenzia Spaziale Europea. Crediti: NASA/Stephanie Stoll, ESA/ Flickr

Gli esperimenti della Missione Futura spaziano negli ambiti più disparati, dai disturbi del sonno alla circolazione cerebrale, per un numero totale di 10. Sono esperimenti che avranno delle ricadute anche qui sul nostro pianeta, o in alcuni casi, realizzati per migliorare la vita sulla Terra, sono finiti nello spazio.

A fine ottobre ricorderete sicuramente l’esplosione del razzo Antares, il cargo della Orbital Science in partenza verso la Stazione Spaziale Internazionale. Il razzo Antares avrebbe dovuto portare in orbita il modulo da trasporto Cygnus che conteneva oltre 2 215 chilogrammi di materiale destinato alla ISS, tra cui cibo, acqua, hardware di bordo ed esperimenti scientifici (per una lista completa, Orbital CR-3 Mission Overview)

Mi sono chiesta che cosa aveva perso Samantha di personale: le scarpine rosa? Un po’ di cibo che era stato confezionato per i suoi sei mesi in orbita?

In uno dei suoi ultimi post su Avamposto 42, in modo sereno dice che “per quanto riguarda il “mio” bagaglio, non c’era nulla di troppo personale nel Cygnus. La piccola scatola che ho potuto riempire di cose personali, come calzini in più e alcune dotazioni per la comunicazione pubblica, sono già sulla ISS: il mio collega astronauta Alex ha perfino mandato una foto del materiale dall’orbita per rassicurarmi! E i ricordi che mi sono stati affidati in custodia dagli amici e familiari voleranno con me nella Soyuz. Cygnus trasportava effettivamente vestiti per noi per la parte finale della missione, ma c’è tempo per rimpiazzare quelle cose (e abbiamo perfino vestiti di riserva in orbita giusto in caso). Tutti i miei contenitori di cibo bonus (9 scatole) sono anche già in orbita e, per quanto riguarda il normale cibo della ISS, ci sono scorte per diversi mesi già stivate sulla Stazione!”

Quando andavo al liceo questa passione per il volo era molto forte, ma nessuno dei miei compagni di classe seguiva le missioni spaziali. Ero una ragazza sicuramente con la testa alla meccanica spaziale, al cielo e alle stelle, e un pochino mi sentivo “diversa”. Ai miei piedi immaginavo anfibi pesanti e percorrevo con l’immaginazione le piste di atterraggio, toglievo gli anfibi e con i calzini fluttuavo in assenza di gravita’ all’interno di un laboratorio spaziale.

E poi, arrivò il momento della sospensione dei voli Shuttle. Non c’erano soldi neppure in America per finanziare un progetto che era oramai vecchio di trent’anni. Fu un dolore enorme anche per me, oltre che per tutti i tecnici e il personale NASA che venne licenziato o dovette riadattarsi in altri lavori. Moriva un sogno.

Venne il tempo di guardare dall’altra parte del mondo, in un’altra rampa di lancio, in uno dei posti più freddi sulla Terra, la Russia. La cara vecchia Soyuz., Star City. Yuri Gagarin. Da quelle fredde regioni terrestri era arrivato Yuri Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio, per poco, ma completamente solo.

Paolo Nespoli e Luca Parmitano ed ora Samantha Cristoforetti. Tutti addestrati ai rigidi inverni moscoviti, tra le montagne innevate, nei boschi, in centrifughe, in vasche enormi per ore e ore per imparare a manovrare bracci meccanici, arnesi, per muoversi con familiarità nelle loro nuove tute spaziali.

Dopo Paolo e Luca, ora tocca a Samantha entrare in quella capsula Soyuz per volare fin lassù a 400 chilometri di altezza. Fa provare un senso di soffocamento ma dicono di stare abbastanza comodi, forse perché il viaggio dura qualche ora, non giorni. Domenica sera entrerò con Samantha in quella capsula e ritornerò bambina per qualche momento, rispondendo alla mia domanda: quando la prima donna italiana nello spazio? Ho una data, ora. Il momento e’ arrivato.

Partiremo con Samantha anche noi domenica sera e sogneremo il nostro piccolo angolo di cielo seduti stretti accanto a Samantha. Non mancheremo di cercare lassù nei prossimi giorni quel puntino luminoso che entra nel campo di vista da orizzonte a orizzonte immaginando che, forse, in quel momento, due occhi luminosi come due stelline ci stanno guardando.

Per sognare ancora e capire che, per alcuni di noi, i sogni fanno parte della vita.

Samantha Cristoforetti all'interno della Soyuz il 12 novembre 2014. Crediti: GCTC, NASA, ESA, Flickr

Samantha Cristoforetti all’interno della Soyuz il 12 novembre 2014. Crediti: GCTC, NASA, ESA, Flickr

C’e’ il Diario di Bordo di Samantha Cristoforetti online che ha iniziato a tenere a 500 giorni dal lancio, prima su AstronautiNews  e poi, a partire dal luglio 2013 anche sul suo sito ufficiale Avamposto 42.

Anche sul sito dell’ESA Astronaut Class of 2009 vi e’ un blog curato dai vari astronauti selezionati nel 2009 dalla NASA-ESA per le missioni a bordo della ISS, dove Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti hanno lasciato le loro emozioni. Entrambi, infatti, sono stati selezionati nel 2009.

Le foto di Samantha Cristoforetti su Flickr mostrano gli addestramenti e i momenti ufficiali, i momenti piu’ personali con i familiari, le ultime ore prima del lancio e la la lunga preparazione degli ultimi due anni.

Link utili: 

Avamposto 42: http://avamposto42.esa.int/

RaiNews: Samantha Cristoforetti nello spazio, serata speciale sabato su RAI3 

Samantha Cristoforetti: la mia strada per le stelle – http://tuttidentro.eu/2014/10/10/samantha-cristoforetti-mia-strada-per-stelle/
Samantha Cristoforetti:; tutto e’ iniziato guardando le stelle – http://tuttidentro.eu/2014/10/07/samantha-cristoforetti-tutto-e-iniziato-guardando-le-stelle/
Avamposto42, guida galattica per terrestri in missione – http://tuttidentro.eu/2014/06/20/avamposto42-guida-galattica-per-terrestri-in-missione/

Sabrina

Siamo sulla cometa

Philae mentre sta per raggiungere la cometa. La foto e' stata scattata dalla sonda Rosetta. Crediti ESA/Missione Rosetta

Philae mentre sta per raggiungere la cometa. La foto e’ stata scattata dalla sonda Rosetta. Crediti ESA/Missione Rosetta

Philae si e’ seduto sulla cometa!

E’ con queste parole che Andrea Accomazzo, Spacecraft Operations Manager dell’ESA, ha dato l’annuncio al mondo. Erano le 17.05 italiane, o cosi’ segnava l’orologio del mio computer, quando ho sentito urla di gioia, ho visto braccia alzarsi al cielo e ho fissato nei miei occhi gli occhi degli scienziati che cercavano altri occhi, quelli dei loro compagni di avventura, che stavano vivendo da decenni un’avventura senza precedenti.

Siamo sulla cometa! ha poi aggiunto Andrea, festante, con l’emozione palpabile, e l’ha trasmessa a tutti noi, l’ha trasmessa al mondo intero che stava seguendo questa storica avventura.

Philae e’ ora sulla cometa. Gli arpioni, anche se sembravano ben fissi, non lo sono. Qualcosa non e’ andato come doveva e in queste ore i tecnici e ingegneri ESA sono al lavoro per capire il problema e tentare di risolverlo.

Un'immagine composta da quattro immagini riprese dalla NAV CAM a bordo di Rosetta che mostrano il sito dove atterrerra' Philae. Crediti e copyright: ESA/Rosetta/NAVCAM – CC BY-SA IGO 3.0

Un’immagine composta da quattro immagini riprese dalla NAV CAM a bordo di Rosetta che mostrano il sito dove atterrerra’ Philae. Crediti e copyright: ESA/Rosetta/NAVCAM – CC BY-SA IGO 3.0

Eravamo abituati a scendere con vari robot su Marte, Giove, Saturno, abbiamo mandato robot anche su Titano, la luna principale di Saturno, abbiamo sorvolato da vicino numerosi asteroidi, penetrando anche nella parte piu’ vicina al Sole, andando su Mercurio (senza far atterrare nessuna sonda, pero’) e anche su Venere, dove da decenni si studia la superficie di questo pianeta caldissimo.  Mai su una cometa. Un’impresa senza precedenti: colpire il bersaglio, colpire la zona di alcune centinaia di metri, far posare un oggetto piccolissimo su un altro privo praticamente di gravita’.

Mi mancano le parole. Riesco solo ad esultare con voi e a dire: siamo sulla cometa!

Grazie Philae! Grazie Rosetta!

Sabrina

Con gli occhi di Philae

Hello World!
Sono Philae, un piccolo esploratore spaziale con grandi ambizioni: atterrare qui:

Crediti ESA

su questo pezzo di roccia ghiacciato e polveroso chiamato Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko…  (E di fantasia in fatto di nomi, voi terrestri ne avete davvero tanta! Questa cometa e’ posto con tanta polvere e poco ghiaccio e con una temperatura di circa -70 gradi centigradi. Brrr, fa freddo per voi, vero? Non per me, ho un cappottino niente male e una macchina fotografica che fa invidia ai piu’ grandi fotografi terrestri!

Il posto dove posero’ i miei piedini e’ stato chiamato Agilkia con l’accento sulla seconda i e la g gutturale, e fa un certo effetto a vederlo da qualche chilometro di distanza e sta diventando, ora dopo ora, sempre piu’ grande sotto di me…

Un'immagine composta da quattro immagini riprese dalla NAV CAM a bordo di Rosetta che mostrano il sito dove atterrerra' Philae. Crediti e copyright: ESA/Rosetta/NAVCAM – CC BY-SA IGO 3.0

Un’immagine composta da quattro immagini riprese dalla NAV CAM a bordo di Rosetta che mostrano il sito dove atterrerra’ Philae. Crediti e copyright: ESA/Rosetta/NAVCAM – CC BY-SA IGO 3.0

Stamattina avete ricevuto la telemetria dalla mia mamma, la sonda Rosetta, e … anche da me!
La separazione da lei, dopo dieci anni di vicinanza e di contatto, e’ stata seguita da Terra e questa e’ la prima cartolina che vi mando:

Prima immagine di Philae dalla sonda madre Rosetta dopo la separazione. Crediti ESA ?Rosetta

Prima immagine di Philae dalla sonda madre Rosetta dopo la separazione. Crediti ESA ?Rosetta

Sono io, si’! Quello che vedete in questa foto sono proprio io!

Ora che mi trovo a pochi chilometri dalla superficie, sono nella posizione ottimale per scendere su questo pezzo di roccia ghiacciato. So il vostro entusiasmo e ne sono felice anch’io! Non solo: avete ricevuto un sacco di dati da tutta la strumentazione della sonda madre. Questo fara’ aumentare la vostra curiosita’!

Crediti Video ESA

E siamo solo all’inizio.
Manca poco al mio salto finale! Alle 17.02 italiane piu’ o meno.
Fate il tifo per me!!!!

Crediti ESA

Ah, non dimenticate di seguite in diretta il mio piccolo grande balzo sulla superficie della cometa dal sito ESA: http://new.livestream.com/esa/cometlanding

Sabrina

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