Un tassellino d’universo…

Così è la scienza del cielo, al giorno d’oggi. Siamo lì, a mettere un tassellino alla volta, con pazienza, per comporre uno scenario che piano piano si lascia intravedere, di una bellezza e di complessità davvero inedita.

Tutto si compone, con pazienza, incrociando i dati che arrivano dalle varie missioni spaziali, variopinte “finestre” sul mondo come si vede sopra la nostra testa (e la nostra atmosfera). Un mondo – come abbiamo visto – ancora tutto da capire. E dunque, di una bellezza che è ancora promessa, un già e non ancora che appare ad ogni momento più emozionante.

Questo un po’ si respira ovunque, nella comunità scientifica. Si respirava anche al recente workshop PLATO sulle attività della sezione più propriamente “stellare”, che si è tenuto la scorsa settimana nella deliziosa cornice della cittadini siciliana di Milazzo (in tale occasione il vostro reporter faceva parte del comitato organizzatore).

Di PLATO abbiamo parlato già in questa sede, sia nel 2011 quando il progetto di satellite era stato selezionato da ESA per la sua “Cosmic Vision”, poi poco più avanti – ad ottobre dello stesso anno – per registrarne l’amara bocciatura in favore dei progetti Solar Orbiter ed Euclid. 

Ma la bocciatura non ha decretato la fine del progetto. Anzi.

A volte da un apparente fallimento fioriscono delle meraviglie. Lo sappiamo nella nostra vita ordinaria, e lo vediamo parimenti anche nella “vita” della scienza. In breve, il progetto PLATO si è ritrovato, dopo un attimo di smarrimento, si è ripreso ed ordinato, si è rimodulato e ha trovato una via di accesso alla rampa di lancio, alla effettiva realizzazione.

Dovremo aspettare il 2026, ma ne varrà certamente la pena.

La cosa straordinaria è che in realtà… non c’è nulla da aspettare! Tutto accade adesso, nel presente. Frequentando il congresso questo si poteva proprio toccare con mano. C’è già un’attività molto intensa, quasi febbrile, di pianificazione tecnica, necessaria già a distanza di anni dal lancio: ormai mandare in cielo un satellite è una impresa complicatissima che richiede veramente tempi estesi di pianificazione accorta.

Una istantanea dai lavori del meeting

Ma soprattutto c’è una attività scientifica che è molto viva, e la settimana scorsa si respirava, quasi (come si respirava la deliziosa aria di mare della Sicilia, perché contenuto contenitore non possono che nutrirsi l’un dell’altro, fecondarsi a vicenda, anche qui). Insomma: un nuovo attrezzo tecnologico che andrà nello spazio in cerca di pianeti extrasolari, che caratterizzerà le stelle con una precisione veramente sconvolgente, è un qualcosa di così intrigante che da subito ti viene in mente di capire cosa davvero ci potrai fare. 

Milazzo è stata cornice splendida ed accogliente. Tenera e viva.

Ed inizia – per te, scienziato – un processo di revisione a tutto campo: le tue teorie, andranno bene? Con dati di questa qualità, cosa ci potrai fare? Si potranno verificare le tue ipotesi sulle stelle e i pianeti? E se incrociamo i dati con quelli di GAIA, che ha appena raggiunto la seconda “edizione” di un catalogo miliardario (in senso, di numero di stelle), cosa mai potremo scoprire? E come farlo, nel modo migliore? E a proposito, visto che si parla di stelle, qual è lo stato dell’arte della teoria dell’evoluzione stellare? I modelli tridimensionali delle strutture? La conoscenza della fisica di base, delle reazioni nucleari, delle sezioni d’urto? E via di questo passo, in una esplorazione che è tanto ricca quanto impossibile da definire e delimitare.

Tutto questo è apparso ben chiaro al vostro articolista, assistendo ai vari interventi del meeting. Dove – tra l’altro – si è anche percepito che la comunità italiana di PLATO è viva, è presente. E’ impegnata e coinvolta, ai più vari livelli. E questo è un bel segnale: un segnale di merito, di valore.

Per qualcosa che trascende la tecnologia. Per noi la tecnologia è importante quando – come in questi casi – non è fine a se stessa ma fa da traino e da motore di sviluppo di una serie di idee e tecniche scientifiche, che poi rimangono patrimonio profondo dell’uomo, mattoncini aggiunti per conoscere l’universo, tassellini ulteriori che rimarranno preziosi e sfolgoranti qualunque sia l’esito della missione.

Perché la promessa di qualcosa che deve ancora venire, non è come niente. E’ un valore concreto, già adesso. Un valore che ha ricadute immediate e concrete, già ora.

A volte non serve nemmeno questo. Ci basta la speranza: come per PLATO, del resto, fino a che non è stato definitivamente approvato dall’ESA, l’ente spaziale europeo (e in questi tempi controversi, di pulsioni politiche anche scomposte, mi piace parlare di Europa e di ideali comuni, di realizzazioni collettive e collaborative). La speranza, proprio lei. Come nella nostra vita, quando comprendiamo finalmente che il cinismo non paga, o paga avvelenando il tempo e svilendo gli ideali. La speranza invece cambia l’universo, lo rende da subito un poco più abitabile, un poco più stellato. 

Quelle stelle che ora aspettano proprio PLATO, per essere guardate, per essere ammirate. E per brillare, se possibile, ancora un po’ di più.

 

 

L’utilità della scienza… inutile!

Se i risultati scientifici finanziati con i soldi dei contribuenti sono “beni pubblici”, e’ utile o addirittura etico spendere miliardi per cercare una particella elementare? O per andare a visitare un satellite di Giove o cercare l’acqua su  Marte? O per osservare una galassia ai confini dell’Universo?

In altre parole, e’ utile finanziare la ricerca di base? E se sì, con che risorse? E per fare quale tipo di ricerca? La competizione e’ diventata una delle maggiori forze trainanti per la ricerca. Ma siamo sicuri che il modello competition-driven science sia davvero quello migliore? Di più, sta cambiando il concetto stesso di conoscenza? Siamo sicuri che sia ancora valido e applicabile oggi il “metodo scientifico” introdotto da Galileo più di 400 anni fa?

Le risposte a tutte queste domande non sono scontate. Più volte ce ne siamo occupati in questo blog, e ci piace dunque rilanciarle in occasione di un evento di sicuro interesse, proprio per fare un po’ di chiarezza su questo tema, che coinvolge un ambito ben più ampio di chi è coinvolto direttamente nella ricerca scientifica, ma si allarga alla più vasta comunità che finanzia direttamente la ricerca stessa.

Martedì 10 ottobre alle ore 11.45 si terrà infatti un interessante seminario di Fabrizio Fiore, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Roma. L’intervento potrà essere liberamente seguito in streaming collegandosi a questo indirizzo (dove rimarrà anche disponibile per la visione in tempi successivi).

Un Nobel… gravitazionale

Il Nobel per la fisica, l’avrete saputo, va ai fondatori e costruttori di LIGO, lo strumento che ha reso possibile per la prima volta la rilevazione delle onde gravitazionali, queste elusive increspature dello spazio, predette dalla teoria della relatività generale di Einstein, ma mai viste fino ai tempi più recenti.  E che ci costringono, come molta parte della scienza moderna, a ripensare l’Universo in termini forse un po’ diversi da quelli un po’ meccanicistici,  ai quali siamo abituati.

Sappiamo che si deve alla coppia di interferometri LIGO, se il 14 settebre dell’anno 2015, siamo stati in grado per la prima volta di rilevare queste infinitesimali deformazioni dello spazio tempo, aprendo finalmente una nuova finestra di indagine sull’Universo.

Il Nobel in questo senso, è altamente significativo. Sancisce indelebilmente il trionfo completo, prima di tutto, della teoria della relatività generale, corroborandone le previsioni con una precisione veramente encomiabile. E allo stesso tempo, donando inaspettata forza sia al nostro modello scientifico di Universo (fortemente plasmato sulla teoria di Einstein, appunto) sia alle ricerche più attuali su oggetti così esoterici e bizzarri come i buchi neri di massa intermedia.

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Venerdì, la notte dei ricercatori

Ci siamo, ci siamo. La notte dei ricercatori è ormai vicina: venerdì 29 settembre si apriranno i cancelli di tantissimi istituti scientifici, si porterà la scienza in piazza, gli stessi ricercatori si ibrideranno – se così possiamo dire – con il vivere ordinario, aprendolo alla bellezza dell’indagine scientifica.

Lo abbiamo scritto, è una occasione preziosa per sperimentare direttamente che la scienza è compiutamente umana, ed è anche… avventurosa! Niente a che vedere con l’immaginario (ancora bello vispo, questo sì) che vede lo scienziato come un algido ed asettico sperimentatore, tanto più efficace nel sul lavoro quanto più impersonale e “disincarnato” riesce ad essere. Tutt’altro! La ricerca è curiosità, desiderio di sapere, di conoscere… ed anche di divulgare. Qui su GruppoLocale abbiamo sempre lavorato per  rilanciare un’idea di scienza a misura d’uomo, ed è dunque con piacere che ritorniamo sulla Notte Europea dei Ricercatori 2017 (un progetto finanziato direttamente dalla Commissione Europea) oramai alle porte.

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Quella notte che, più che mai, porta consiglio…

Tutto è scienza, alla fine. E niente lo è, in fondo. In questa apparente contraddizione si può leggere una salutare complementarietà, qualcosa che possiamo avvicinarci a comprendere solo facendone esperienza, e che sicuramente ci può far crescere.

Lo sappiamo: ogni cosa intorno a noi può nascondere infatti una dinamica, un suo compiersi che è scientifico in senso proprio. Che è indagabile con gli strumenti della scienza. E al contempo la comprensione completa, spesso, investe concetti che possono esulare dalla scienza (bellezza, ordine, bontà, solo per fare qualche esempio…), ma questo è un’altro discorso. Quel che ci importa in questa sede è che ogni occasione per recuperare il senso proprio ed autentico dell’approccio scientifico, è sicuramente benvenuta, è certamente meritoria. Può essere un passo prezioso verso la maggiore comprensione del reale, da qualsiasi angolo lo si voglia approcciare.

Perché la scienza è di tutti, è patrimonio comune, e non è certo relegata ai laboratori di ricerca. Ora più che mai, potremmo dire: viviamo in un tempo in cui l’accesso pervasivo alle reti globali di comunicazione, permette virtualmente a chiunque di partecipare a veri esperimenti scientifici, arricchendo la comunità umana  con il suo personale contributo. Si veda, al proposito, appena l’esperienza di Zoouniverse, uno dei punti di ingresso più noti e di successo della citizen science.

Salutiamo dunque con favore l’arrivo della Notte Europea dei Ricercatori 2017, certamente l’evento dedicato alla ricerca più importante in Europa. Evento peraltro promosso dalla stessa Commissione Europea, ad indicazione chiara di quanto sia importante realizzare questa connessione virtuosa tra chi fa scienza e chi la “vive” comunque quotidianamente.

La notte magica sarà dunque quella del 29 settembre (e più avanti posteremo maggiori dettagli anche riguardo il programma), ma sarà soltanto un “pezzo” di una offerta ben più ampia, poiché entrerà nel contesto della Settimana della Scienza (dal 23 al 30 di settembre), ricca di eventi scientifici ed incontri con ricercatori di diverse discipline. Entrambi gli eventi sono coordinati in Italia da Frascati Scienza.

Tutte occasioni preziose per entrare in vero contatto con chi fa scienza per mestiere, e per assaggiare un pochino il sapore dell’impresa scientifica nel suo complesso. Ora che la scienza è chiamata ad una maggiore integrazione con gli altri campi del sapere, a recuperare quella parte dell’umano che – sia pur essendo sempre stata sua propria – nel passato è comunque stata obliata dalla comunicazione mediatica, proprio ora è possibile e bello riprendere contatto con l’avventura scientifica e con chi la compie, la lavora quotidianamente. Per scoprire o riscoprire quanto in realtà la scienza è una dimensione totalmente umana, e dunque una dimensione che ci corrisponde, che fa vibrare qualcosa dentro di noi, che ci può accendere verso una comprensione più viva dell’universo. Dunque, un tesoro comune, di cui riprendere una consapevolezza più piena.