Vivere in periferia

E’ interessante comprendere come ogni epoca abbia dei propri paradigmi. Come vi siano degli schemi di percepire le cose, schemi che vengono spesso rinforzati dall’indagine del mondo reale: quell’indagine che si ritiene oggettiva, restituisce una visione del mondo organica e coerente con quella già raggiunta dal pensiero umano. Del resto, il mondo è di una intrinseca complessità e non linearità tale, da farsi capace di risuonare su una molteplicità di livelli, eccitare diverse serie di autovalori. In ultima analisi, di intonare la stessa risposta sulla peculiare modulazione della domanda.

Così, se abbiamo vissuto per lunghi secoli convinti di essere al centro dell’universo — convinzione peraltro rinforzata dall’indagine scientifica, per come poteva essere perseguita al tempo — ormai da tempo ci siamo spostati su un livello diverso di percezione, più matura ed articolata.

Dal centro alla periferia, potremmo dire, con movimento inarrestabile. E’ quella periferia che immediatamente non può che farci pensare — anche a prescindere dal fatto di essere, o sentirsi, più o meno cattolici — a tanti discorsi di papa Francesco. Quello che in questa sede più ci interessa è notare come questa nozione (o meglio questa percezione) informi di sé vasti campi del sapere umano, in uno scenario che appare condensarsi ordinatamente intorno ad un senso compiuto e coerente.

Basterà qui appena esplorare sommariamente quello che più riguarda l’astronomia, lasciando ad altri una esplorazione in altri campi del sapere, sicuramente molto produttiva. Peraltro, qui giochiamo facile, è subito evidente: tutti gli ultimi secoli possono essere facilmente letti esattamente come un progressivo e ostinato dislocamento dal centro verso la periferia.

Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio...
Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio…

Uno spostamento, esattamente. Perché per la percezione umana di questo si è trattato: di un ingente, immenso spostamento del nostro punto d’essere dentro l’universo. Uno spostamento totalizzante, epocale. Di cui ancora molto deve avvenire, nella nostra mente. E’ difficile ancora, molto difficile, in certe situazioni non esclamare, non pensare, non agire come se questo ci informasse totalmente, come se questa cosa già superata dalla scienza, ancora pervadesse interamente la nostra percezione interna: “io sono il centro”.

Dobbiamo ammettere che non di rado ci troviamo ad inseguire i nostri stessi risultati, anche scientifici. Non sarà fuori luogo richiamare appena la meccanica quantistica, o anche la relatività generale. Schemi concettuali ormai verificati e consolidati, che però ancora faticano ad entrare nella percezione comune: il nostro schema del mondo è ancora e per larga parte puramente e rigidamente cartesiano, bloccato in schemi fin troppo meccanici di causa-effetto.

Ma come accade sovente, il mondo stesso ci aiuta e ci prepara in questo spostamento, probabilmente troppo grande per le categorie umane. Ecco che la scienza stessa ci viene in aiuto, mostrando tra l’altro la sua decisiva importanza per la crescita e la maturazione umana. Per ciò stesso, importanza tutt’altro che limitata all’uso della tecnica, ma di portata culturale decisiva.

Ma torniamo al nostro ambito più prettamente astronomico, com’è giusto.

Cosa è accaduto in astronomia negli ultimi secoli? Semplificando enormemente, possiamo dire  questo, che la Terra si è mossa. E di parecchio, anche: è stata progressivamente spostata, da centro del tutto a pianeta orbitante attorno ad una stella (la rivoluzione copernicana, come sappiamo: e proprio di rivoluzione si tratta, perché è il primo passo concreto verso una costruzione di un modello di universo radicalmente altro). Guardate tuttavia come l’operazione di dislocamento, così salutare per la nostra percezione (e così fastidiosa per il nostro ego), non si fermi affatto qui. Assolutamente. Spostare la Terra da centro del tutto a pianeta orbitante intorno ad una stella, è stato solo il passo iniziale.

Dove si trova infatti il Sole? Al centro di qualcosa? In altri termini, possiamo appena sperare di “ricentrarci” su scala un po’ più estesa? No, questo non ci è possibile: sappiamo infatti ormai bene che il Sole si trova alla periferia esterna di una grande, smisurata Galassia (detta anche Via Lattea). Non siamo affatto al centro geometrico nemmeno del nostro sistema stellare, ne abitiamo anzi ben lontani.

Questo ragionamento potrebbe continuare, a scale più estese. Ed è anzi interessante osservare come questo di fatto continui, come se la moderna indagine sull’universo allargasse e propagasse questo paradigma del decentramento ad ogni scala che possiamo ancora esplorare. Tanto per non dimenticare il messaggio, questo viene reso invariante di scala.

Anche su scala galattica, infatti, siamo portati a decentrarci, a dimorare nella periferia. La nostra Via Lattea, come ben sappiamo, fa parte del Gruppo Locale (nome che dovrebbe pur dirvi qualcosa, visto che siete lettori di questo sito…), ove è sicuramente una grande galassia ma non certo l’unica. E non è al centro, nemmeno di questo.

A sua volta poi il Gruppo Locale si trova ai margini dell’ammasso di galassie della Vergine, un aggregato di galassie che al suo interno ne conta più di mille, a sua volta parte del Superammasso Locale, un insieme che raduna al suo interno diverse centinaia di gruppi di galassie.

E fino a pochi anni fa, ci saremmo fermati a questo livello, intimamente convinti che più di ciò non si potrebbe salire. Sono le evidenze più recenti che ci hanno fatto fare un altro salto nelle ampiezza cosmiche, in questo gioco inesausto di scatole cinesi: il Superammasso Locale, come sappiamo oggi, ci appare oggi come un lobo di una struttura cosmica ancora più estesa, un insieme di circa centomila grandi galassie che si estendono per una larghezza spropositata, pari a circa 400 milioni di anni luce.

Stiamo parlando di Laniakea (dalla lingua hawainana, incommensurabile paradiso), il superammasso di galassie in cui è compresa anche la Via Lattea: la struttura più grande di cui si abbia percezione al momento attuale. Interessante, nel particolare contesto che stiamo esplorando, l’indicazione del fatto che anche in questa struttura — guarda caso — il nostro Gruppo Locale risulti situato in una posizione del tutto periferica, ben lontano dal centro geometrico o gravitazionale di questo immenso sistema.

La scienza ci dice dunque che siamo decentrati, ad ogni livello possibile di indagine. Ci si può fermare certo alla mera ragistrazione del fatto, certo. Oppure si può leggere questo reiterata evidenza in molti modi, se lo si vuole. Se si cerca una intelligibilità profonda del reale, si può arrivare infatti a comprendere come niente appaia avvenire “per mera casualità”. A questo punto, la stessa ricerca scientifica può leggersi con profitto anche come una educazione permanente a sempre nuovi paradigmi, progressivamente più articolati e complessi dei precedenti.

Abbiamo appena visto – anche se per sommi capi –  come la nozione di “abitare la periferia”, si venga a comporre in uno scenario consistente ed omogeneo, dall’ambito teologico a quello astronomico (per non parlare delle evidenze che si potrebbero raccogliere altrove). Possiamo pensare che sia un caso, e abbandonare questa opportunità di lavorare una sintesi di pensiero, oppure possiamo scegliere di andare oltre. Ovviamente, procedendo non più con il metodo scientifico, ma rischiandosi in una visione più globale che metta insieme i dati fin qui raccolti.

Vorrei appunto tentare, notando appena come abitare la periferia implichi inevitabilmente il coraggio di decentrarsi, implichi cioè l’atto di massima umiltà consistente nel togliersi dal centro del mondo: e questa umiltà, praticata quotidianamente, può magari diventare un nuovo respiro, che regala poi molto di più di quanto sembra che abbia abbandonato.

E’ un paradigma che attende ancora compiutamente di essere esplorato, ad ogni livello conoscitivo ed esistenziale. Ci vuole tempo, e questo non deve scandalizzare: è troppo nuova la cosa, troppo nuova se non semplicemente declamata ma totalmente assorbita e fatta propria.

Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione, cantava acutamente Gaber. Pensiamo allora al tempo che ci è voluto per “digerire” l’idea di non essere al centro di tutto, pensiamo a quante volte agiamo e pensiamo come se non l’avessimo digerita affatto.

Quanto ci vorrà allora per svestirci davvero dell’idea di dover essere “dominanti” o “in posizione centrale” per capire che dalla periferia possiamo fare tanto, e godere (tutto sommato) della vista (e a volte della vita) migliore? Non so, se ci spostiamo un attimo dal centro del mondo, forse ci togliamo dalle spalle  anche un po’ il peso di doverlo reggere. Vediamo con piacere che il mondo può cavarsela bene da solo, che anzi ci è dato, ci è donato. Possiamo perfino prendere in considerazione l’ipotesi di rilassarci un pochino, nel merito. E ragionare sulla portata di questo spostamento. Cosa metteremo allora al centro vivo di tutto? Attorno a che cosa tutto ruoterà, nelle nostre vite e nella vita dell’Universo, se non siamo più noi stessi nel centro? E quanto tempo ci vorrà, per avvertirlo non più solo nel pensiero concettuale, ma nella nostra carne viva?

Tanto tempo, probabilmente tanto tempo. Eppure, chi scrive ha la forte sensazione che tutto il tempo che ci vuole, sarà comunque un tempo prezioso, un tempo ben speso.

Mille miliardi di stelle…

.. ed anche di più! Immensamente di più! E’ una di quelle situazioni in cui una ricerca, una immagine, una sequenza animata, dice qualcosa che travalica il mero dato scientifico, che sorpassa facilmente la cerchia dei tecnici e delle persone la cui competenza professionale è focalizzata nel medesimo cono di luce, nella stessa articolazione di interessi. Perché coinvolge tutti gli uomini, li prende e li afferra nel loro senso primordiale di meraviglia, di sbigottimento. Davanti ad un universo immenso, pienissimo di stelle.

Potrebbe definirsi l’immagine più grande mai realizzata. E’ un elefante di un miliardo e mezzo di pixel, e ci vogliono più di quattro GB di spazio disco per memorizzarla. Ed è – davvero – mozzafiato. L’ha realizzata la NASA ed è una istantanea della galassia Andromeda, una delle galassie più grandi a noi più prossime. L’immagine globale è la composizione di 411 foto acquisite da Hubble, e ci porta in un viaggio attraverso cento milioni di stelle, esteso più di 40.000 anni luce (o diciamo, almeno una parte).

E’ bello percorrerla in una sequenza animata. Veramente trovo il video impressionante, e lo dico come astrofisico, cioè persona che  con le cose del cielo, più o meno, dovrebbe avere ormai una certa familiarità. Eppure c’è da rimanere colpiti, nel percepire tale immensità. Ma ora basta parole: guardate il video, e vi consiglio caldamente di allargarlo a pieno schermo.

E’ palpabile il senso di immensità, dico bene? Quanto siamo piccoli, in questo universo. O meglio, come più mi piace pensare, quanto è grande e meraviglioso l’universo intorno a noi.

D’accordo. Niente di nuovo, in fondo. A parte la bellezza dell’immagine e del video ad essa collegato. Sono cose che sappiamo, in senso astratto. Eppure anche qui c’è da fare qualcosina. Una cosa così piccola e laterale come una rivoluzione. Perché sono idee, concetti, figure di ragionamento, che troppo spesso ci scivolano addosso senza commuoverci, senza muovere il cuore, senza destarci stupore.

Non riesco a non interrogarmi davanti a cose come questa. A cose che improvvisamente mi aprono la mente, mi restituiscono improvvisamente il senso della meraviglia.

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Una porzione del nostro ingombrante e meraviglioso “vicino” cosmico. Crediti: NASA, ESA, J. Dalcanton, B.F. Williams, and L.C. Johnson (University of Washington), the PHAT team, and R. Gendler

Eh già, sarà ben per questo.

Mi dico che è per questo. E’ un problema di conoscenza. Le idee non muovono niente, se rimangono nel cervello. Potrei snocciolare i numeri più mirabolanti, riguardo la quantità di stelle e l’immensità degli spazi, e strapparvi al più uno sbadiglio. “Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione”, cantava acutamente Giorgio Gaber diversi anni fa. Dimostrando – a mio modestissimo avviso – di aver capito in tempi non sospetti cosa è veramente una rivoluzione, come deve partire da noi per potersi propagare poi all’esterno in modo fecondo.

Rimbocchiamoci le maniche, amici. Dobbiamo regalare anche alla scienza l’opportunità di una ripartenza, di una ripresa della conoscenza emotiva. Questa è, io credo, una delle sfide per la nuova comunicazione scientifica del millennio che si è appena aperto. Ma ormai è tempo. Un’altra scienza è possibile e necessaria (Marco Guzzi). E Andromeda è lì, con le sue meraviglie, come un invito ad un percorso nuovo. Mirabolante. Davvero stellare.

Tutte le galassie di Gianfranco Bianchi

Gianfranco Bianchi è nato a Massa nel 1962, abita a Pistoia e dipinge, da diversi anni.

gbianchiProviene da un passato artistico musicale evolutosi dal 2003 con la pittura nella realizzazione di “Veri Falsi d’Autore”. Ho cominciato a dipingere opere originali nel 2009. La principale tecnica usata è il Dripping e le sue opere appartengono alla Corrente Artistica denominata “Espressionismo Astratto”.

Dal 2013 fa parte del Movimento Artistico e Culturale del Metateismo. Gianfranco Bianchi farà una Mostra Personale a Padova dal titolo a noi molto caro: Le Galassie (ecco perché trova il suo spazio qui). Nella mostra “Le Galassie” esporrà 15 opere. L’evento si terrà alla Galleria Maison d’Art di Padova (Via Battisti 77) dal 24 Gennaio al 24 Febbraio 2015.

Per l’interesse che il nostro sito rivolge ai territori di confine tra scienza ed arte, ben volentieri diamo risalto al suo lavoro.  Vi anticipo già che Gianfranco ha accettato di tornare qui di tanto in tanto per presentare alcuni suoi lavori di interesse prettamente astronomico.

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la galassia di Andromeda

Pubblico di seguito degli stralci, rimaneggiati in modo un po’ libero (mi perdoni l’artista!), dalla interessante introduzione al suo catalogo, perché mi pare un bell’esempio di come la sensibilità più nuova ed attenta ormai non possa più trincerarsi dietro una sola tecnica, dietro una sola espressività culturale, ma ricerchi una sua speculare fecondità proprio indulgendo nel territorio  di confine, sperimentando una ibridazione che – seppure ormai non totalmente inedita – ancora aspetta di dispiegare le sue complete potenzialità espressive ed evocative.

Come dice bene in chiusura, l’arte deve comunicare e far pensare. L’immagine artistica di una galassia – ad esempio – è una convoluzione tra il mero dato tecnologico/scientifico con la sensibilità e la interpretazione umana. Ben si presta, pertanto, ad una assimilazione sintetica, laddove la grezza immagine scientifica è ovviamente strumento indispensabile per l’accorta analisi del dato, prezioso tesoro offerto al lavoro paziente dello scienziato. Ma lascio parlare l’artista, adesso:

Se riuscissimo a viaggiare alla velocità della luce impiegheremmo 86 mila anni per arrivare alla Galassia più vicina, 2 milioni e mezzo per arrivare su Andromeda e 13 miliardi per “toccare” la più lontana (ammesso che alla fine del viaggio cosmico essa esista ancora). Questa enorme distanza fra noi e loro ci fa capire bene quanto grande, enorme sia l’Universo (quello conosciuto) e che la Terra è solo un microscopico insignificante puntino visto da lassù (ammesso che  lassù abbiano dei potentissimi telescopi).

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I Pilastri della Creazione

Per modellare il cosmo la Natura, attraverso l’esplosione nota come Big Bang, ha distribuito in maniera apparentemente caotica gli ammassi interstellari, creando le condizioni per la vita (non solo nel nostro pianeta ma probabilmente in tanti altri, lontanissimi e irraggiungibili).

Esiste una logica in tutto ciò? E’ stato un evento casuale o un intervento Divino?

Tante sono le domande che la mente si pone, al cospetto dell’infinitamente grande, e ognuno di noi, guardando l’infinito, può cercare di trovare una risposta.

Possiamo anche non porci domande, e semplicemente ammirare la bellezza di queste Galassie, con i loro colori e le loro forme (che spesso assomigliano ad oggetti o animali terrestri).

Tutto questo grazie alle foto fatte dal telescopio spaziale Hubble, che mi sono servite come riferimento per dipingere la mia serie.

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Le nebulosa Testa di Cavallo

Riproducendo su tela queste gigantesche meraviglie ho provato un’emozione intensa: dipingendo ero consapevole che nella realtà non avrei mai potuto vederle da vicino ma contemporaneamente ero lì, a due passi da loro. 

Schizzando il colore sulla tela mi sono sentito come fossi io il Big Bang, come se avessi la capacità di creare l’universo dal nulla. Una sensazione di potenza e di magnificenza.

Vorrei vedere questa  stessa  mia emozione nei volti di chi guarda.

Vorrei far nascere delle discussioni su come è nato l’Universo, sul perché siamo al mondo, su cosa ci riserba il futuro. L’Arte deve saper comunicare e far pensare….

Piccola nota a margine. Non posso trattenermi dal pensare che – sia pure partendo da un altro punto, dal territorio della ricerca – è proprio l’anelito che ci muove qui a GruppoLocale. Al di là del mero dato tecnico – a volte esso stesso portatore di meraviglia e stupore – alla scienza è ormai richiesto di non sottrarsi al suo ruolo di vettore culturale, tanto più valido quanto più la scienza stessa si apre ad un pensiero nuovo, quello dell’incontro oltreconfine (anche perché i confini sono retaggi di un antico modo di pensare e di dividere il mondo) che prelude ad una necessaria e ancora inedita riunificazione culturale.

E’ un sogno, ancora, ma io penso che l’uomo nascente si muoverà in un territorio in cui arte e scienza, filosofia e metafisica, si accorderanno in un unico sapere. Queste opere sono, da come la vedo io, il tentativo importante di segnare un cammino possibile.

Gaia e lo Zoo: quando la scienza (ri)diventa possibile

Siamo decisamente in epoca di Big Science: la ricerca spaziale è dominata da grandi progetti che sono frutto della collaborazione di molte persone, disperse sovente su tutto il pianeta. Un esempio eclatante – solo uno tra i tanti – è la missione GAIA, da poco entrata in piena attività, destinata a fare un censimento di una porzione di Via Lattea di dimensioni mai viste prima: un catalogo accurato di miliardo di stelle.

Gaia è un progetto ESA, ovvero Agenzia Spaziale Europea, ed è un caso emblematico di quello che si può intendere per Big Science: è un satellite al quale si lavora da anni, da molti anni prima del lancio, e si sta lavorando alacremente tuttora: rifinendo continuamente le procedure di analisi e riduzione dati, verificando le condizioni della sonda, digerendo i primi dati che sta inviando a Terra, etc. 

Gaia è sopratutto una sfida esaltante – sia sotto l’aspetto tecnologico quanto sotto quello squisitamente scientifico – che promette di portare avanti veloce la nostra concezione di come è fatta la Via Lattea, ma pure di come si formano ed evolvono galassie simili a questa (e sono tante), e quindi, in qualche modo, di come si sviluppa e si evolve l’universo.

A livello di percezione comune, tuttavia, il rischio è che simili enormi progetti possano far sentire più lucidamente del dovuto, la distanza tra questi grandi team e le persone “normali”. Portando all’estremo uno scollamento che rischia di scoraggiare e incutere un timore reverenziale decisamente controproducente, ed anche – in qualche modo – fuori posto. Certo, perché la scienza comunque è un’avventura di tutti, e questi progetti sono comunque finanziati da tutti noi: qui in particolare, da noi cittadini d’europa.

Ma la Big Science è comunque un segno. Che qualcosa è cambiato.

Cerco di spiegare: mi aiuterò con un esempio.

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Un tempo, bastava uno di questi sassi, e una mente aperta e curiosa…

Photo Credit: ouyea… via Compfight cc

Ai tempi di Galileo, per fare scienza di punta, se ci pensate, bastava raccogliere un sasso. Salire su una torre (pendente, anche meglio), osservare come cade. Ragionare. Derivare un’evidenza. Stop. 

Analizziamo la cosa, sotto l’aspetto dei costi e della fattibilità.

Finanziamenti: praticamente zero.

Preparazione: raccogliere un sasso (pochi secondi). 

Attuazione: salire sulla Torre e lasciarlo cadere (da qualche minuto a qualche decina, dipende da quanto si sale in alto e dalle proprie condizioni fisiche).

Tempo di analisi dei dati: pochi secondi.

Come vedete, per un esperimento capace di rivoltare come un calzino il quadro scientifico consolidato al tempo – per cui oggetti di peso diverso cadrebbero a diverse velocità – ed autorevole (Aristotele dopotutto non era l’ultimo arrivato…), è bastata una persona con un po’ di curiosità e una attrezzatura veramente minimale.

Per un’impresa moderna come GAIA lavorano di solito centinaia di persone da molti anni prima che il satellite stesso venga perfino assemblato. Ci vogliono finanziamenti così ingenti che solo un’ente transnazionale tipicamente può affrontare l’impresa. Poi, per giunta, si prevedono anni ed anni per analizzare i risultati, e derivarne le evidenze scientifiche.

E con tutto quanto, non si prevede certo un sovvertimento del quadro della fisica teorica, pari a quello di Galileo! 

GAIA è lontana un milione e mezzo di chilometri, al momento (più o meno). Ma il rischio è che sembri ancora più lontano dai cuori e dalle possibilità delle persone comuni. Che non ne percepiscano l’indubbia carica di entusiasmo che ha permesso a tanti ricercatori di lavorarci e di portarla fino a lì (nel secondo punto largrangiano, per la precisione). 

Insomma, se c’è qualcosa che la scienza moderna ha inavvertitamente “rubato” alle persone, è la sensazione che ognuno possa fare scienza, possa indagare la struttura del mondo semplicemente con gli occhi aperti e la voglia di capire: come è accaduto per millenni. C’è come un senso di “tutto già fatto” che rischia di rubarci la legittima curiosità per il mondo e le sue meraviglie. 

La gente ascolta le imprese scientifiche più mirabolanti, veri sogni che si condensano e prendono sostanza, al telegiornale o nelle trasmissioni specialistiche, e le avverte come cose magari avvincenti ma comunque, nella sostanza, inavvicinabili. 

Ed è un peccato: la scienza è di tutti, deve esserlo. Almeno, io ne sono convinto. E’ un patrimonio potenziale di stupore, di conoscenza e di meraviglia, che è sempre stato dell’uomo, di ogni uomo, e ne ha pieno diritto. Nessuno può rubarlo, nessuno deve. 

Al dunque, siamo destinati a patire questo scollamento tra grande scienza e mondo comune, subirlo come inevitabile? 

Forse no. Ci sono segnali incoraggianti. 

Se la tecnologia – con la sua complessità stratificata crescente – ha allontanato la scienza dai cittadini, la stessa tecnologia forse la può riavvicinare. Può anzi condurli di nuovo protagonisti come non lo potevano essere da molto tempo. Non possiamo che guardare con grande interesse allo sviluppo della citizen science che tipicamente sfrutta le potenzialità e la pervasività di Internet per chiamare il grande pubblico di nuovo all’avventura di fare scienza,  invitandolo a collaborare effettivamente e fattivamente a progetti di primario valore.

In questo la stessa deriva ipertrofica della grande scienza ci aiuta. I dati, volenti o nolenti, stanno diventando talmente abbondanti, che semplicemente gli scienziati non bastano più, per esaminarli e per ricavare dei risultati, delle correlazioni interessanti.

Lo specialismo ad oltranza qui non paga. Bisogna allargare. Bisogna richiamare tutti a questo lavoro, tutti quelli che sono interessati, a prescindere dalla loro specifica preparazione.

Ecco dunque sorgere la citizen science, senza retorica, la vera scienza del cittadino.

Uno dei più importanti e “antichi” esempi, in ambito astronomico, è certamente Galazy Zoo, di cui ci siamo già occupati. Il progetto consente a chiunque abbia a disposizione un computer collegato ad Internet, di lasciare la sua specifica impronta in una impresa scientifica rilevante e di grande importanza, come la classificazione delle galassie. Come ben dice lo “strillo” sul sito,

Per comprendere come si formano le galassie abbiamo bisogno del tuo aiuto a classificarle secondo la loro forma. Se sei veloce potresti essere addirittura la prima persona a vedere le galassie che devi classificare. 

C’è tutto sul sito per mettersi all’opera rapidamente: una procedura di addestramento guidato e la possibilità, appreso il semplice meccanismo, di iniziare a fare vera scienza, praticamente da subito.

Un po’ come fosse tornato Galileo, solo che invece di sasso e piuma (stando all’aneddoto) ci porta un computer ed un browser.

L’effetto è lo stesso: tutti possono – di nuovo – partecipare alla scienza di frontiera.

E i risultati, quelli non mancano (basta scorrere l’elenco di pubblicazioni sul sito). L’ultimo è piuttosto clamoroso: grazie all’ingente lavoro di classificazione, dovuto allo sforzo congiunto di centinaia di migliaia di persone, gli scienziati sono giunti alla conclusione importante che le galassie si sono stabilizzate nella loro forma circa dieci miliardi di anni fa. Ovvero, ben due miliardi di anni prima di quanto si pensasse.

E’ certo un’acquisizione importante: come l’esperimenti di Galileo, smuove un quadro consolidato portando un modo di vedere fresco e “dirompente”. Per di più, reso possibile soltanto per la massiccia partecipazione di entusiasti volontari. 

Certo: non sarà come demolire una teoria aristotelica (d’altronde, quello è già stato fatto).

In ogni caso, non è poco.

E sopratutto, non è per pochi.

L’occhio di Hubble su M 106

Gli esempi di sinergie tra astronomi professionisti e “semplici” appassionati sono probabilmente troppo all’ordine del giorno, perché se ne debba parlare. Potremmo scomodare se necessario i numerosi progetti di crowdsourcing come Galaxy Zoo e affini (ma con insospettabili antecedenti che possono essere fatti risalire perfino all’ottocento). Comunque il messaggio è già limpido: ci dice che la linea di confine tra professionista e amatore – grazie al cielo – non è mai stata davvero invalicabile (pensiamo a tutti gli studi della variabilità stellare, o delle comete), ed oggi è forse ancora più permeabile, appunto perché la moderna tecnologia che permette di contribuire davvero alla ricerca astronomica, anche senza una specifica preparazione, disponendo semplicemente di un computer collegato ad Internet (e tanta voglia di applicarsi). 

Al di là delle affermazioni retoriche, possiamo dire che – come ai tempi più antichi – finalmente la scienza astronomica sta ritornando di tutti. E questo è certamente un bene.

Senza spingerci troppo in là in un discorso complesso, riportiamo solo un ulteriore esempio di virtuosa “collaborazione”. In questo caso è l’immagine della galassia M 106, una galassia a spirale relativamente vicina, perché si trova a poco più di venti milioni di anni luce da noi. Guardate se non è suggestiva questa immagine (promossa ad “immagine della settimana” da spacetelescope.org)

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Crediti: ASA, ESA, the Hubble Heritage Team (STScI/AURA), and R. Gendler (for the Hubble Heritage Team). Acknowledgment: J. GaBany

Ebbene, lo splendore indiscutibile di questa “istantanea” non è casuale, ma è un ulteriore esempio di quella virtuosa collaborazione di cui parlavamo poco fa. Nel caso specifico, infatti, le osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble sono state integrate da informazioni aggiuntive “catturate” da due astrofili, Robert Gendler e Jay GaBany. In particolare Gendler ha elaborato i dati di Hubble, integrandoli con le sue personali osservazioni, per riuscire produrre una immagine in questi meravigliosi colori.

E ne è valsa la pena, come potete vedere.

Insomma il cielo è di tutti. Come dovrebbe essere – e come in fondo, è sempre stato.