Tutto quello che si vede… ed oltre!

Non è troppo diverso da quel che si pensava un tempo, alla fine. Ovvero, è sempre possibile mettersi al centro di tutto, e non è necessariamente un danno. L’importante – vorrei dire – è esattamente nel come lo si fa. Se è un passo che compiamo  con tracotanza ed arroganza, oppure con tremore e timore. Cambia tutto, anche se il centro è lo stesso, il punto focale rimane invariato. Geometricamente la stessa cosa. Esistenzialmente, un ribaltamento completo di prospettiva.

Per questo non mi disturba pensare la Terra – oggi, nel 2018 – al centro dell’universo, perché in un certo senso è davvero il centro. E’ il centro dell’universo osservabile, quello cioè di cui noi possiamo avere esperienza.

L’universo osservabile. Crediti & Licenza: Wikipedia, Pablo Carlos Budassi

Nell’illustrazione artistica, ripresa da APOD, si spazia con andamento logaritmico dall’universo vicino (quello prossimo al centro, con i pianeti del Sistema Solare) alle regioni più lontane, disseminate di galassie delle forme più disparate. Fino poi alle regioni estreme con cui possiamo venire a contatto, che sono quelle dalle quali, passati i filamenti di materia primordiale, ci giunge solo la radiazione di fondo cosmico, ovvero l’eco del Big Bang, quel grande scoppio da cui il nostro cosmo si è originato.

E questo è tutto. Oppure no?

Vediamo. I cosmologi ritengono che l’universo osservabile sia parte di qualcosa di ben più grande, un “universo” che contiene delle parti (anche abbastanza estese) con le quali non possiamo assolutamente venire a contatto, perché – sostanzialmente –  oramai troppo lontane a causa dell’espansione accelerata, tanto che nessun segnale può giungere fino a noi. E’ una zona a noi completamente preclusa, ci piaccia o no.

E questo è proprio tutto, stavolta. Oppure…

Vediamo. C’è chi argomenta che anche il nostro universo potrebbe essere “semplicemente” un esemplare di una specie di costellazione di universi (che ordinariamente sono isolati uno dall’altro), dove magari vigono anche leggi fisiche differenti. Per dirla tutta, ci sono anche delle teorie per le quali in ogni istante l’universo si divide in una miriade di altri universi. 

Mi sto riferendo alla cosiddetta interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica. Certo non la sola ad ipotizzare una collezione di universi, oltre al nostro. Ma sicuramente una delle più pazzesche, solo che ci si pensi un momento.

C’è da dire che queste idee, seppur indubbiamente suggestive (e percolate, significativamente, nella percezione comune), non sembrano avere – almeno al momento – alcuna possibilità di verifica nel senso scientifico, o comunque di falsificazione nel senso popperiano: per farla breve, non c’è modo di dire se sono giuste o sbagliate. Possiamo pensarne quel che vogliamo, tanto non c’è da fare esperimenti o misure (almeno, per ora) per decidere.

Semplicemente, perché di altri universi – per definizione – non possiamo avere alcuna conoscenza (altrimenti sarebbero comunque parte del nostro, anche in senso filosofico). Per noi dunque c’è un mondo, semplicemente uno.

E non è poco, vista l’estensione e l’abbondanza che lo contraddistingue. E tenuto anche conto che ancora, di questo universo, dobbiamo – davvero – comprendere quasi tutto.

Anche, oserei dire, come viverci nel modo migliore, più bello

NGC 3344, la bellezza di una spirale cosmica

Certo, non possiamo scegliere il  nostro punto di osservazione. Siamo dove siamo, nell’Universo (in una zona di confine di una grande galassia, più o meno: un “infinitesimo angolo sperduto” secondo alcuni), ma già dove siamo abbiamo diversi vantaggi. Uno tra i tanti, è quello di poter vedere la galassia NGC 3344, una magnifica spirale, proprio “di faccia”. E non è esattamente uno spettacolo da sottovalutare…

NGC 3344 nel suo indiscutibile splendore (Crediti: ESA/Hubble & NASA)

Per capire che cosa stiamo osservando, dobbiamo specificare che la galassia in questione è estesa per circa quarantamila anni luce, e si trova lontana da Terra circa venti milioni di anni luce, nella direzione della costellazione del Leone Minore. Il grande dettaglio di questa immagine è merito del Telescopio Spaziale Hubble, ed include dettagli in un ampio ventaglio di colori, dal vicino infrarosso alle lunghezze d’onda dell’ultravioletto. Una immagine come questa copre ben quindicimila anni luce di ampiezza (quindicimila anni, tale è il tempo che ci metterebbe un fotone a passare da una parte all’altra dell’inquadratura, per capirci).

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La galassia IC 4710. Un incontro, per splendere

La scoprì nel 1900 un astronomo chiamato DeLisle Stewart, ma certo non poteva immaginare come l’avremmo potuta osservare oggi, a distanza di più di un secolo. Splendida, per come ce la restituisce il Telescopio Spaziale Hubble.

Crediti: ESA/Hubble & NASA, Ringraziamenti: Judy Schmidt

La galassia IC 4710 è indiscutibilmente un affascinante ed affastellato coacervo di stelle. E’ una galassia nana irregolare, e come tale privilegia un allegro ed effervescente disordine interno alle strutture molto regolari  – e magari un po’ noiose – che sono le grandi galassie ellittiche, ad esempio.

Galassie come questa infatti sono – e certo non per caso – caotiche e assai diverse l’una dall’altra. Manca ogni apparenza di nucleo centrale e di braccia a spirale, tanto per dire. Dunque, molto differenti anche dalle galassie a spirale, come la nostra cara Via Lattea. Nel mare immenso di galassie, dunque, queste si ricavano decisamente un posto a sé.

Interessante il fatto che anche qui vi sia decisa evidenza di trasformazione. Ci dicono infatti gli scienziati che le irregolari possono essere state, un tempo, spirali o ellittiche. Ma che poi sono diventate così allegramente anarchiche per l’intervento delle forze gravitazionali sorte, forse, nell’incontro o nella fusione con altre galassie.

Insomma, niente di nuovo. Lo sappiamo bene: tanto spesso è un incontro a scompaginare le carte, a farci balzare fuori da un (finto) senso di ordine, a rimetterci in pista e a farci sentire tutto con un sapore nuovo. A volte ci vuole un incontro (anche con noi stessi, e dunque con tutto il resto) per rimetterci nel flusso cosmico, da dove ci eravamo staccati per cullare qualche malintesa idea di ordine e stabilità.

E anche a splendere. Come fa IC 4710, del resto.

Lo splendore cosmico di NGC 1398

E’ davvero una stupenda galassia a spirale quella che ci appare nella foto presa all’Osservatorio del Paranal, in Cile. NGC 1398 non solo ha dei bracci di spirale molto ben definiti, ma è visibile in essa una ampia “barra” di gas e polvere, che attraversa la zona del nucleo da parte a parte.

La galassia NGC 1398. Crediti: European Southern Observatory

In questa fantastica immagine, la galassia è risolta in un dettaglio veramente stupefacente (consiglio di allargarla a pieno schermo, io ho provato e letteralmente mi ci perdo dentro). NGC 1398 si trova a circa 65 milioni di anni luce da noi, il che vuol dire che la luce che ora vediamo è partita quando sulla Terra stava tramontando l’epoca dei dinosauri.

L’anello che potete scorgere nella zona più centrale, è con ogni probabilità una sorta di onda di formazione stellare in espansione, che potrebbe essere stata causata dall’incontro gravitazionale con un’altra galassia.

E’ noto ormai da tempo come il destino evolutivo delle galassie, anche quelle che ora vediamo apparentemente isolate, appare molto spesso segnato dalle interazioni e dagli incontri, che possono stravolgere assai profondamente fattori come il tasso di formazione di nuove stelle, ed influenzare profondamente la morfologia della galassia stessa.

C’è insomma una rete di connessione che lega tra loro gli oggetti celesti,  ad ogni scala. Una rete che solo adesso iniziamo a comprendere adeguatamente, e della quale è necessario tener conto per comprenderne le loro stesse caratteristiche. Come ci insegna la fisica moderna, del resto, non possiamo più studiare un oggetto “isolandolo” dal contesto, senza falsare profondamente la natura dell’indagine, e le sue conclusioni.

E perfino la bellezza di una galassia, è spesso il frutto dei suoi incontri, delle sue relazioni. E’ la traccia della sua vita, è questa a rifulgere di una simile magnificenza. Qualcosa, forse, su cui riflettere.

Vivere in periferia

E’ interessante comprendere come ogni epoca abbia dei propri paradigmi. Come vi siano degli schemi di percepire le cose, schemi che vengono spesso rinforzati dall’indagine del mondo reale: quell’indagine che si ritiene oggettiva, restituisce una visione del mondo organica e coerente con quella già raggiunta dal pensiero umano. Del resto, il mondo è di una intrinseca complessità e non linearità tale, da farsi capace di risuonare su una molteplicità di livelli, eccitare diverse serie di autovalori. In ultima analisi, di intonare la stessa risposta sulla peculiare modulazione della domanda.

Così, se abbiamo vissuto per lunghi secoli convinti di essere al centro dell’universo — convinzione peraltro rinforzata dall’indagine scientifica, per come poteva essere perseguita al tempo — ormai da tempo ci siamo spostati su un livello diverso di percezione, più matura ed articolata.

Dal centro alla periferia, potremmo dire, con movimento inarrestabile. E’ quella periferia che immediatamente non può che farci pensare — anche a prescindere dal fatto di essere, o sentirsi, più o meno cattolici — a tanti discorsi di papa Francesco. Quello che in questa sede più ci interessa è notare come questa nozione (o meglio questa percezione) informi di sé vasti campi del sapere umano, in uno scenario che appare condensarsi ordinatamente intorno ad un senso compiuto e coerente.

Basterà qui appena esplorare sommariamente quello che più riguarda l’astronomia, lasciando ad altri una esplorazione in altri campi del sapere, sicuramente molto produttiva. Peraltro, qui giochiamo facile, è subito evidente: tutti gli ultimi secoli possono essere facilmente letti esattamente come un progressivo e ostinato dislocamento dal centro verso la periferia.

Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio...
Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio…

Uno spostamento, esattamente. Perché per la percezione umana di questo si è trattato: di un ingente, immenso spostamento del nostro punto d’essere dentro l’universo. Uno spostamento totalizzante, epocale. Di cui ancora molto deve avvenire, nella nostra mente. E’ difficile ancora, molto difficile, in certe situazioni non esclamare, non pensare, non agire come se questo ci informasse totalmente, come se questa cosa già superata dalla scienza, ancora pervadesse interamente la nostra percezione interna: “io sono il centro”.

Dobbiamo ammettere che non di rado ci troviamo ad inseguire i nostri stessi risultati, anche scientifici. Non sarà fuori luogo richiamare appena la meccanica quantistica, o anche la relatività generale. Schemi concettuali ormai verificati e consolidati, che però ancora faticano ad entrare nella percezione comune: il nostro schema del mondo è ancora e per larga parte puramente e rigidamente cartesiano, bloccato in schemi fin troppo meccanici di causa-effetto.

Ma come accade sovente, il mondo stesso ci aiuta e ci prepara in questo spostamento, probabilmente troppo grande per le categorie umane. Ecco che la scienza stessa ci viene in aiuto, mostrando tra l’altro la sua decisiva importanza per la crescita e la maturazione umana. Per ciò stesso, importanza tutt’altro che limitata all’uso della tecnica, ma di portata culturale decisiva.

Ma torniamo al nostro ambito più prettamente astronomico, com’è giusto.

Cosa è accaduto in astronomia negli ultimi secoli? Semplificando enormemente, possiamo dire  questo, che la Terra si è mossa. E di parecchio, anche: è stata progressivamente spostata, da centro del tutto a pianeta orbitante attorno ad una stella (la rivoluzione copernicana, come sappiamo: e proprio di rivoluzione si tratta, perché è il primo passo concreto verso una costruzione di un modello di universo radicalmente altro). Guardate tuttavia come l’operazione di dislocamento, così salutare per la nostra percezione (e così fastidiosa per il nostro ego), non si fermi affatto qui. Assolutamente. Spostare la Terra da centro del tutto a pianeta orbitante intorno ad una stella, è stato solo il passo iniziale.

Dove si trova infatti il Sole? Al centro di qualcosa? In altri termini, possiamo appena sperare di “ricentrarci” su scala un po’ più estesa? No, questo non ci è possibile: sappiamo infatti ormai bene che il Sole si trova alla periferia esterna di una grande, smisurata Galassia (detta anche Via Lattea). Non siamo affatto al centro geometrico nemmeno del nostro sistema stellare, ne abitiamo anzi ben lontani.

Questo ragionamento potrebbe continuare, a scale più estese. Ed è anzi interessante osservare come questo di fatto continui, come se la moderna indagine sull’universo allargasse e propagasse questo paradigma del decentramento ad ogni scala che possiamo ancora esplorare. Tanto per non dimenticare il messaggio, questo viene reso invariante di scala.

Anche su scala galattica, infatti, siamo portati a decentrarci, a dimorare nella periferia. La nostra Via Lattea, come ben sappiamo, fa parte del Gruppo Locale (nome che dovrebbe pur dirvi qualcosa, visto che siete lettori di questo sito…), ove è sicuramente una grande galassia ma non certo l’unica. E non è al centro, nemmeno di questo.

A sua volta poi il Gruppo Locale si trova ai margini dell’ammasso di galassie della Vergine, un aggregato di galassie che al suo interno ne conta più di mille, a sua volta parte del Superammasso Locale, un insieme che raduna al suo interno diverse centinaia di gruppi di galassie.

E fino a pochi anni fa, ci saremmo fermati a questo livello, intimamente convinti che più di ciò non si potrebbe salire. Sono le evidenze più recenti che ci hanno fatto fare un altro salto nelle ampiezza cosmiche, in questo gioco inesausto di scatole cinesi: il Superammasso Locale, come sappiamo oggi, ci appare oggi come un lobo di una struttura cosmica ancora più estesa, un insieme di circa centomila grandi galassie che si estendono per una larghezza spropositata, pari a circa 400 milioni di anni luce.

Stiamo parlando di Laniakea (dalla lingua hawainana, incommensurabile paradiso), il superammasso di galassie in cui è compresa anche la Via Lattea: la struttura più grande di cui si abbia percezione al momento attuale. Interessante, nel particolare contesto che stiamo esplorando, l’indicazione del fatto che anche in questa struttura — guarda caso — il nostro Gruppo Locale risulti situato in una posizione del tutto periferica, ben lontano dal centro geometrico o gravitazionale di questo immenso sistema.

La scienza ci dice dunque che siamo decentrati, ad ogni livello possibile di indagine. Ci si può fermare certo alla mera ragistrazione del fatto, certo. Oppure si può leggere questo reiterata evidenza in molti modi, se lo si vuole. Se si cerca una intelligibilità profonda del reale, si può arrivare infatti a comprendere come niente appaia avvenire “per mera casualità”. A questo punto, la stessa ricerca scientifica può leggersi con profitto anche come una educazione permanente a sempre nuovi paradigmi, progressivamente più articolati e complessi dei precedenti.

Abbiamo appena visto – anche se per sommi capi –  come la nozione di “abitare la periferia”, si venga a comporre in uno scenario consistente ed omogeneo, dall’ambito teologico a quello astronomico (per non parlare delle evidenze che si potrebbero raccogliere altrove). Possiamo pensare che sia un caso, e abbandonare questa opportunità di lavorare una sintesi di pensiero, oppure possiamo scegliere di andare oltre. Ovviamente, procedendo non più con il metodo scientifico, ma rischiandosi in una visione più globale che metta insieme i dati fin qui raccolti.

Vorrei appunto tentare, notando appena come abitare la periferia implichi inevitabilmente il coraggio di decentrarsi, implichi cioè l’atto di massima umiltà consistente nel togliersi dal centro del mondo: e questa umiltà, praticata quotidianamente, può magari diventare un nuovo respiro, che regala poi molto di più di quanto sembra che abbia abbandonato.

E’ un paradigma che attende ancora compiutamente di essere esplorato, ad ogni livello conoscitivo ed esistenziale. Ci vuole tempo, e questo non deve scandalizzare: è troppo nuova la cosa, troppo nuova se non semplicemente declamata ma totalmente assorbita e fatta propria.

Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione, cantava acutamente Gaber. Pensiamo allora al tempo che ci è voluto per “digerire” l’idea di non essere al centro di tutto, pensiamo a quante volte agiamo e pensiamo come se non l’avessimo digerita affatto.

Quanto ci vorrà allora per svestirci davvero dell’idea di dover essere “dominanti” o “in posizione centrale” per capire che dalla periferia possiamo fare tanto, e godere (tutto sommato) della vista (e a volte della vita) migliore? Non so, se ci spostiamo un attimo dal centro del mondo, forse ci togliamo dalle spalle  anche un po’ il peso di doverlo reggere. Vediamo con piacere che il mondo può cavarsela bene da solo, che anzi ci è dato, ci è donato. Possiamo perfino prendere in considerazione l’ipotesi di rilassarci un pochino, nel merito. E ragionare sulla portata di questo spostamento. Cosa metteremo allora al centro vivo di tutto? Attorno a che cosa tutto ruoterà, nelle nostre vite e nella vita dell’Universo, se non siamo più noi stessi nel centro? E quanto tempo ci vorrà, per avvertirlo non più solo nel pensiero concettuale, ma nella nostra carne viva?

Tanto tempo, probabilmente tanto tempo. Eppure, chi scrive ha la forte sensazione che tutto il tempo che ci vuole, sarà comunque un tempo prezioso, un tempo ben speso.