La bellezza di NGC 5468

Lo sappiamo, di galassie è pieno il cielo. Davvero pieno. Di forme e dimensioni differenti, certo. Quello che a volte ci manca è la capacità di stupirci, per tanta bellezza. Come dire, ci fossimo in un certo modo abituati, ci avessimo fatto abitudine, ci avessimo fatto il callo. E sarebbe triste, alla fine, perché nel cielo queste meraviglie continuano a brillare, e certo tutta questa bellezza, ha bisogno, ha davvero bisogno, di qualcuno che la guardi.

Però alla fine, penso, non è tutto perso. Io per esempio mi sono accorto di meravigliarmi ancora, guardando una foto come questa, una volta messa a tutto schermo. Quando l’occhio può spaziare tra le varie intarsiate delicate regioni di questo arazzo cosmico (esteso circa per centodiecimila anni luce), in effetti, c’è da meravigliarsi. Eccome.

La galassia NGC 5468. Crediti: ESA/Hubble & NASA, W. Li et al.

Tecnicamente, il bello di questa galassia, rispetto a tante altre, è nella sua specifica orientazione, rispetto a noi che la guardiamo. Raramente si incontra una galassia così veramente vista di fronte, in modo che tutta l’imponenza dei suo bracci a spirale può arrivare al nostro occhio e nutrire la nostra meraviglia.

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Arp 273, ovvero la bellezza nella battaglia

A dispetto dell’innegabile bellezza di questa immagine, dovete sapere che qui c’è una immensa battaglia galattica in corso. Una battaglia che lascia ben poche speranze alla galassia più piccolina (in basso), ma che è destinata a durare ancora diverso tempo.

Crediti: NASA, ESA and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA)

Vediamo di capire qualcosa di più. La galassia più in alto, da sola prende il nome di UGC 1810 e, con la compagna (per la cronaca, si tratta di UGC 1813) , fanno parte del sistema chiamato Arp 273. Già la forma stessa di UGC 1810 ci dice qualcosa (ed in particolare il suo anello esterno, blu), ci racconta in particolare di una storia complessa di varie interazioni gravitazionali con altre galassie.

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Un magnetismo… galattico

Esistono vari livelli di bellezza “invisibile” nel nostro Universo, potremmo dire. Ci sono cioè segni di simmetrie, di complessità di variazioni, gradazioni, progressivi disvelamenti, armonie e consonanze, che non sono semplicemente, ordinariamente visibili. Che cioè avvengono totalmente fuori dalla portata dei nostri sensi (ma avvengono, avvengono).

L’astrofisica moderna, nel mentre che ci indica e ci descrive vari ambiti fuori dalla classica “astronomia ottica” – sempre più appena una tra le tante modalità di approccio alla complessità del cosmo – ci fornisce gli strumenti per poter iniziare anche a percepire segni di bellezza e simmetria fuori appunto dalle frequenze e pertinenze che potremmo registrare con i nostri sensi.

Per esempio, è indiscutibile la delicata bellezza di questa immagine.

Il “centro magnetico” della Via Lattea
Crediti: NASASOFIAHubble

Questo è il cuore magnetico della nostra Galassia. Come spieghiamo questa bellezza? Ebbene, dobbiamo pensare ad un flusso di particelle che, ruotando in concordanza con il campo magnetico galattico, emettono fiotti di luce polarizzata in banda infrarossa. Questo segnale ci viene restituito e deliziosamente rimappato nel visibile, dagli strumenti a bordo di SOFIA, che è attualmente l’osservatorio “aerotrasportato” più grande del mondo.

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Migranti… cosmici

Ci siamo un po’ tutti abituati, e dobbiamo sempre lottare per sgretolarla, questa abitudine. Ci siamo abituati a pensare noi stessi e il cosmo come stazionari, e a ben vedere una cosa rafforza l’altra. Nella nostra mente si deposita il pensiero pigro, quello dell’assenza di novità, della mancanza persistente di cambiamento. Combattere questo pensiero è ritornare ad una economia della mente e del cielo (guarda un po’, abbastanza collegate) più sana, ariosa, bella e spaziosa.

Meno male che ci aiutano gli esempi, meno male che ci sono loro, i fatti. Quei fatti così testardi che almeno un po’, almeno per un po’, possiamo riconsiderare l’abbandono del modello stazionario, assolutamente smentito dall’evoluzione del pensiero scientifico stesso.

Prendiamo in esame, per esempio, questa bellissima coppia di galassie.

Crediti: NASAESAHubbleProcessing & LicenseJudy Schmidt

Il sistema di galassie si chiama Arp 194 e l’immagine, questa bellissima immagine, è stata acquisita dal Telescopio Spaziale Hubble. E’ evidentissimo il ponte di stelle in formazione che unisce le due galassie: questo ponte, la cui esistenza – se non bastasse vederlo – è stata anche confermata da accurate simulazioni al computer, su cosa accade quando due galassie collidono.

Proprio le simulazioni ci dicono che le due galassie si sono attraversate, circa cento milioni di anni fa. Il risultato di tutto questo è appunto un “ponte di stelle” bellissimo e luminoso, che mantiene la connessione tra i due ambienti, ora di nuovo lontani (ma che sono destinati a fondersi in una singola galassia, nell’arco temporale di un miliardo di anni). Che poi, se guardate proprio bene, scoprirete che le galassie non son due, ma sono tre… a rendere il gioco ancora più vivo!

Le galassie dunque migrano, si intersecano, si attraversano e spesso proseguono per la propria strada. Oppure si accorpano, si fondono e diventano una sola galassia. Comunque vada, di solito l’incontro è tranquillo, non conflittuale: gli ampi spazi vuoti tra le stelle rendono il processo certamente meno terribile di quanto si potrebbe pensare.

E’ così, è proprio così. Le galassie si modificano, si muovono, si cercano (gravitazionalmente parlando), interagiscono tra loro. Niente è statico, nel cielo. Niente rimane uguale a sé stesso. Tutto cambia, giorno per giorno. Tutti cambiamo, ogni giorno.

Anche noi, se le previsioni sono esatte, incontreremo la galassia di Andromeda, tra circa quattro miliardi di anni. Ma potrebbe essere solo una testimonianza ulteriore del fatto che tutto evolve, nel cosmo.

E in noi, se lo lasciamo accadere. Se ci lasciamo evolvere, appena.

Una nuova galassia

La prima lezione, è quella lezione poi da imparare e reimparare sempre, quando si tratta di osservare il cielo (e non solo). L’unico rischio (da scongiurare sempre e di nuovo) è quello di pensare di sapere già. Perché allora le sorprese non arrivano: e se arrivano, in pratica tu non ti accorgi, passi avanti e non vedi, non vedi che quel che credi di sapere. E ti sembra allora che non ci sia niente di nuovo (quando invece, in un certo senso, è sempre tutto nuovo).

Anche in ambienti che pensavi ormai ben conosciuti, ben consolidati. Proprio lì, buttare uno sguardo con occhio attento, è una garanzia piuttosto solida di ricevere una sorpresa.

Crediti: NASA, ESA and L. Bedin (Astronomical Observatory of Padua, Italy)

Succede, appunto. Ed è appena successo, ancora. E’ successo a degli astronomi intenti a guardare l’ammasso globulare chiamato NGC 6752, con gli occhi potenti del Telescopio Spaziale Hubble. L’ammasso si trova ad appena 13000 anni luce da noi: non tanto, su scala cosmica. Poi sappiamo che di questi ammassi stellari la nostra Galassia è piena (centocinquanta, o già di lì): sono ambienti decisamente interessanti per studiare come nascono, evolvono e muoiono le stelle, e dunque spesso ci si va a guardare. Si impara sempre qualcosa, ve lo assicuro. Gli astrofisici stellari vanno ghiotti di questi ammassi, sempre ne sono stati affascinati.

Ma stavolta siamo andati oltre. La visione cristallina di Hubble – un vegliardo che ci vede ancora bene – ha messo in evidenza ciò che c’èera, ma era passato finora inosseravato: una “nuova” galassia, che si trova proprio dietro l’ammasso di stelle. Ben dietro, dovremmo dire: parliamo di distanze di circa 30 milioni di anni luce, più di duemila volte la distanza che c’è tra noi e questo agglomerato di stelle.

La galassia – dai primi dati – misura appena un trentesimo della Via Lattea, e di luce ne produce circa un decimillesimo. Ma è una galassia a tutti gli effetti (gli astronomi la classificano come nana). Per la sua veneranda età – circa tredici miliardi di anni – si pone come un fossile che ci parla dei primissimi momenti di vita del cosmo.

Una cosa che non avremmo mai trovato, se non avessimo provato a guardare veramente, un ambiente che pensavamo di conoscere già.

Cosa altro siamo pronti a scoprire, ora? Cosa ci vuole raccontare adesso, questo universo?