Eta Beta, astrofisici a confronto

E’ stata una ottima esperienza quella di ieri mattina. Soprattutto, direi, una esperienza umana. Perché magari c’è questo, che vai con l’idea appena di prendere parte ad una trasmissione – per la cronaca, Eta Beta, condotta da Massimo Cerofolini su Radio Uno – e scopri quasi senza volerlo, che succede ben di più. 

In sala per la trasmissione, con Massimo Cerofolini

Perché essere lì, comunque, è ritrovarsi in mezzo ad una trama di umanità che non ti molla. Che ti avvolge dal primo momento in cui arrivi a Saxa Rubra, ancora un po’ timoroso perché sai che non puoi sapere esattamente cosa accadrà, come si svilupperà il discorso. E poi sarai in diretta nazionale, dopotutto.

Leggi tutto “Eta Beta, astrofisici a confronto”

Vivere, per raccontarli

Il bello di avere un archivio abbastanza esteso (siamo online da quindici anni, giorno più giorno meno…) è che a volte, navigando nei vecchi post, trovi delle correlazioni interessanti, spunti che rendono anche più significativa l’analisi del momento presente. Come dire, danno uno spessore nuovo anche al dato di attualità più stringente.

Esempio. Mi sono imbattuto proprio ieri in un articolo sull’account Twitter della missione Cassini (ormai ai suoi epigoni, come sappiamo): l’articolo risale al 17 luglio del 2008 (poco meno di nove anni fa) e narra dell’attivazione di CassiniSaturn su Twitter. Quello che mi ha colpito – e credo può essere interessante notare – è che all’epoca di scrittura dell’articolo, l’account di Cassini aveva “ben” (sic!) 1163 iscritti.

Anzi, se posso permettermi una autocitazione, per quanto non sia elegante…

…il suo account CassiniSaturn al momento registra appena 15 aggiornamenti, ma già la bellezza di 1163 iscritti (tra cui lo scrivente). Cifre che fanno riflettere sia sulla diffusione del web2.0 e dei suoi servizi, sia più significativamente sul desiderio di conoscenza che la gente ordinaria mantiene sulle più importanti missioni spaziali.

Quello che colpisce, effettivamente, è come cambiano i paradigmi informatici. Intendo, come cambiano velocemente. Ora una cifra di questo genere per un account ufficiale di una missione spaziale, è veramente irrisorio. Certo, è vero che era stato creato da poco – giugno 2008 – ma fosse successo adesso, avrebbe raccolto followers assai più rapidamente.

Ma siamo nove anni più avanti. E anche Twitter lo è.

Il team che lavora alla missione Cassini, in una foto recente. Quanta spettacolare umanità si porta addosso un “pezzo di metallo”! Crediti: NASA

Sono andato a vedere come se la cava adesso l’account CassiniSaturn, e con mia sorpresa in questo momento può vantare 1,35 milioni di followers. E non c’è da dubitare che man mano che ci avviciniamo al Gran Finale, la cifra lieviterà sempre di più.

A tutto vantaggio, come si può capire, della comunicazione diretta e veloce della scienza, una cosa che fino a pochi anni fa era totalmente inimmaginabile. E che ora è davvero una bella realtà, di cui possiamo approfittare tutti. Insomma, il cielo è esplorabile – lo è sempre stato – ma da tempo lo si può fare anche dal computer. E spesso, con risultati spettacolari.

In fondo, anche noi siamo qui per questo. Per raccontarveli.

Nuovi esopianeti, nuovo Universo

Sono ben 219 i nuovi candidati ad esopianeti scovati dalla missione Kepler. Dieci dei quali, addirittura, risultano non solo di grandezza simile a quella della Terra, ma orbitano anche nella cosiddetta zona abitabile, ovvero quella fascia in cui per le condizioni climatiche, l’acqua liquida potrebbe lambire la superficie del pianeta roccioso.

Rendendo l’uscita di questo nuovo catalogo, come capite, particolarmente interessante.

Questo accurata compilazione, non è cosa da poco. Con la sua uscita, i candidati ad esopianeti trovati dalla sonda arrivano al rispettabile numero di 4034. Di questi, già più di 2300 sono stati confermati come veri pianeti. Per giunta, di più di cinquanta scovati con caratteristiche adatte alla vita, già una trentina sono stati confermati.

Niente male, per un campo di indagine assolutamente nuovo, potremmo dire (prima del 1995 l’esistenza di esopianeti, in assoluto, era solo oggetto di speculazione).

La sonda Kepler ha scoperto ben 219 “nuovi” esopianeti. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Nel complesso, stiamo scoprendo un universo molto più ospitale di quanto pensavamo un tempo. Già questo è un segnale importante, è una possibile modifica percettiva che potrebbe avere grande influenza anche a livello culturale, direi anche filosofico.

Se poi c’è vita o no, è assolutamente prematuro per dirlo. Ma fermiamoci qui, per ora. Fermiamoci a comprendere quanto già si modifica la nostra percezione di universo considerando quante regioni abitabili stiamo scoprendo appena intorno a noi.

E’ una sorta di ritorno, potremmo dire.

Se ci fate caso, siamo passati infatti, in un tempo relativamente breve, dalla quasi certezza che già su Marte ci fosse vita (almeno nell’immaginario popolare, tanto da pensare di aver trovato nuovi mercati…), all’idea di un universo inospitale, freddo e “distante” (in ogni senso) dal nostro comune sentire.

Marte è popolato… e vogliono il sapone Kirk! Così recita questo manifesto pubblicitario del 1893, La pubblicità gioca sull. La pubblicità gioca sull’apertura in quell’anno presso l’osservatorio di Yerkes del più grandte telescopio rifrattore al mondo per quell’epoca (1 metro di diametro)

E ora, finalmente direi, ritorniamo a considerare l’universo, in maniera meno ingenua, ma più ragionata, come potenzialmente capace di ospitare vita in una serie veramente enorme di ambienti e di situazioni.

In altri termini, ci (ri)avviciniamo timidamente ad un Universo meno alieno, più a nostra misura.

Cambiamo dunque assetto cosmologico di nuovo, ed ogni assetto porta pensieri e percezioni nuove. Ogni cosmologia ci fa sentire in un certo specifico modo dentro il cosmo — e già questo, prima ancora di sapere se c’è altra vita, è qualcosa di importante, di veramente vitale.

Sette mondi per Trappist-1

Ad appena 40 anni luce di distanza, ci sono sette nuovi mondi che orbitano attorno alla stella nana TRAPPIST-1: questa è stata la notizia che da ieri sera, appena uscita dall’embargo, ha girato il web creando una esaltazione che ha trovato debita sponda – come avrete visto –  anche nei telegiornali della sera. Che non è niente male, per una notizia di carattere astronomico. E che è stata subito onorata da Google che ha rapidissimamente predisposto una sua versione dei fatti, davvero notevole per il tratto di dolcezza e simpatia che lo caratterizza.

Quello che trovate su Google oggi… 😉

La cosa indubbiamente eccitante, della scoperta divulgata ieri, è che i pianeti sembrano tutti compatibili con la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie.  E sono proprio di tipo terrestre, a quanto pare.

Ma andiamo con ordine.

In realtà, già nel maggio dello scorso anno, gli astronomi al lavoro con il Transiting Planets and Planetesimals Small Telescope (TRAPPIST, per gli amici) avevano annunciato la scoperta di ben tre pianeti attorno al sistema TRAPPIST-1. Da qui, tramite una attenta sinergia di indagine, sono stati il Telescopio Spaziale Spitzer insieme con altri telescopi dell’ESO con base a Terra, a portare il numero dei pianeti del sistema fino al rispettabilissimo numero di sette.

Ricostruzione artistica dei sette “nuovi” mondi, orbitanti intorno a TRAPPIST-1. Crediti: NASA, JPL-Caltech, Spitzer Space Telescope, Robert Hurt (Spitzer, Caltech)

Qual è il vero punto per cui siamo ad una scoperta di grande impatto? In fondo di esopianeti se ne conoscono abbastanza, ormai. Per la precisione, abbiamo cataloghi di qualche migliaio di pianeti extrasolari in una grande varietà di sistemi planetari differenti, scovati con le tecniche più diverse.  Potremmo pensare, niente di nuovo. Solo altri sette che si aggiungono alla lista.

E invece sbaglieremmo drammaticamente.

Sì, perché questi pianeti – a differenza della grande maggioranza di quelli conosciuti – sono probabilmente tutti rocciosi ed anzi simili alle dimensioni della nostra Terra. Stiamo parlando senz’altro del più grande numero di pianeti di tipo terrestri rilevato attorno ad una sola stella.

Stella che, rispetto al nostro Sole, appare piuttosto debole, essendo una stella nana rossa, di suo piuttosto freddina. Ma è anche vero che questi pianeti orbitano sorprendentemente vicino al loro astro, per cui – altra caratteristica decisamente straordinaria – dovrebbero comunque (guarda un po’) presentare temperature superficiali nell’intervallo adeguato per la presenza di acqua liquida sulla superficie.

E soprattutto, non sono così lontani da essere fuori dalla nostra portata conoscitiva.  Anzi. Diventano di fatto i primi candidati per future esplorazioni mirate, che dovranno a questo punto caratterizzare l’atmosfera stessa di questi pianeti potenzialmente abitabili. 

Dovremo arrivare a capire se c’è acqua – o perfino qualche traccia indiretta della presenza di vita – attraverso lo studio dell’atmosfera. E’ un obiettivo eccitante, e per di piu comincia ad essere alla nostra portata: aspettiamo per questo delicato compito la ormai prossima entrata in funzione del successore di Hubble, il James Webb Space Telescope, e l’E-ELT dell’ente spaziale europeo (ESO).

Insomma, l’Universo ci sta regalando continuamente nuove sorprese, sia riguardo la sua natura più intima, profondamente innestata nella struttura dello spazio-tempo (onde gravitazionali) sia riguardo la sua estrema varietà di ambienti e di sistemi planetari (da Proxima b al sistema TRAPPIST-1). Sono evidenze che sempre di più esorbitano dalla sfera degli addetti ai lavori e – grazie alla Grande Rete – innervano velocemente il patrimonio del sapere comune, modificando irreversibilmente il nostro modo di guardare e pensare il mondo, di cercare anche il senso, in esso (a proposito di cercare non è un caso che Google abbia reagito così prontamente, è un segnale di questa rinnovata attenzione per questo prezioso senso di scoperta e di avventura, che ci viene dallo studio del cielo).

Come sempre, alzare lo sguardo implica la possibilità, dolcemente ripetuta e rinnovata, in ogni epoca, di rimanere semplicemente stupiti. E di imparare, parafrasando Shakespeare, che certamente ci sono più cose in cielo e in Terra di quante ne sogni la nostra filosofia. 

Che poi, dite pure quel che volete, ma rimarrà sempre il motivo più stringente e decisivo, per studiare il cosmo.

Terre gemelle, pensieri nuovi…

Non è una notizia da poco, non è una notizia “come tante”. Sono stati autorevolmente confermati i rumors che giravano già da un po’ di tempo per Internet: sì, è stata scoperta una “Terra gemella”, un pianeta roccioso che orbita attorno ad una stella, con caratteristiche simili a quelle della nostra Terra.

Direi che è una di quelle notizie che contribuiscono a dare dei salutari scossoni al nostro modo di pensare l’Universo stesso. Dopo quella delle onde gravitazionali, che ci ha dimostrato (perdonate la drastica semplificazione) come lo spazio tempo sia una struttura morbida esattamente come lo descriveva la Teoria della relatività generale, disponibile a farsi piegare dal proprio contenuto. Come diceva Einstein un secolo fa, certo, ma come ancora non lo recepiva il nostro cervello, una roba strutturalmente cartesiana quando si parli della sua percezione del mondo, cartesiana fino nei suoi più reconditi interstizi.

Un pianeta simile al nostro, così vicino?
Un pianeta simile al nostro, così vicino? E quanto simile? E che dire della vita? E come cambia il pensiero sul cosmo?

Provate a negarlo: per noi il mondo è una roba a tre dimensioni (altezza, larghezza, profondità), dove scorre un tempo che segue e marca il succedersi degli eventi. Un tempo che è radicalmente altra cosa rispetto allo spazio. Ebbene,  nulla di più falso. Dimostrato dalla scienza: niente di più falso. Quello che esiste è una struttura quadridimensionale in cui tempo e spazio sono intrecciati. Vai a capirlo, davvero.

D’altronde, non c’è nulla fa fare: ci vuole (ancora) tempo. Anche per noi, anche per star dietro alle cose.

A pensarci, è ormai luogo comune dire che non stiamo dietro alle conquiste della tecnica, ed è una verità lapalissiana: facci caso, non appena hai finalmente compreso come funziona il tuo smartphone, un po’ al di là della superficie, delle cose minimali, ecco che non si sa come, è diventato improvvisamente vecchio ed è diventato improvvisamente necessario sostituirlo.

E’ invece più difficilmente percepito di come anche la scienza fisica (e soprattutto astrofisica) ci stia forzando a cambiare mentalità, ad adottare un nuovo modo di pensare. Ad abbandonare i vecchi schemi, che non interpretano più il reale, non lo interpretano più in maniera soddisfacente. Ad adottare schemi più elastici, più morbidi, meno “bianco o nero”, più ricchi di sfumature, meno intrappolati nel “vero o falso”, meno rigidi nella limitazione logica del principio di non contraddizione (che è falso, anzi è vero).

La luce è onda. Anzi, è particella. Anzi dipende. Sarà che bisogna iniziare a pensare in modo diverso? Altrimenti rimaniamo presi in queste apparenti contraddizioni…

Ecco dunque che la rivelazione delle onde gravitazionali, da un lato, e la scoperta di un pianeta simile alla Terra che orbita attorno alla stella a noi più vicina, rivoluzionano il nostro pensare “stanco” e statico all’Universo, e lo rivoluzionano da una prospettiva ampia, che abbraccia idealmente le zone più recondite e lontane e quelle a noi più prossime.

Più prossime, sì. Perché la cosa straordinaria è questa, in fondo: che il pianeta così simile al nostro, si sia trovato – tra tutti i posti dove si poteva trovare – nel posto più vicino possibile. Dietro casa, praticamente. In altri termini: tanto vicino che più vicino non si può. Davvero.

Di Proxima b, così vicina e così simile a noi, ce ne dovremo occupare per un bel pezzo. Così come delle onde gravitazionali, che davvero hanno aperto una nuova finestra sul cosmo.

E’ ben presto per dire se c’è vita, sul pianeta. I dati che abbiamo sono pochi e l’indagine è appena cominciata. Rimane di prezioso questo senso di eccitazione, rimane di prezioso – già da ora-  questa consapevolezza del fatto che l’Universo continua a regalarci nuove sorprese. Che la cosa più falsa che possiamo pensare, è che sia tutto conosciuto, tutto già detto, già pensato.

O tutto troppo difficile per essere capito. No, l’Universo si indaga e si può spiegare. Ed è giusto che in questa avventura, in queste nuove scoperte, siano esse pallide increspature dello spazio-tempo o siano invece segnali indiretti ma preziosi della presenza di un pianeta che fa un po’ il verso alla Terra, si partecipi tutti.

Si possa partecipare, tutti.

Noi cerchiamo nel nostro piccolo, di farvi venire a bordo, di aprire la cupola – non solo dell’osservatorio ma anche e soprattutto della nostra testa, spesso così stranamente blindata – per mostrare che sopra di noi c’è questo, c’è uno spettacolo continuo, mirabolante. E che non serve biglietto, per assistere. Ma appena un po’ di curiosità, e di voglia di stupirsi ancora.

Perché lo stupore per la meraviglia del cosmo, c’entra anche in questi tempi così faticosi, così segnati da eventi tragici. Perché ha qualcosa a che vedere con la bellezza, e la bellezza è tanto più necessaria, lo sappiamo, quanto più i tempi sono difficili.

 

Related Posts with Thumbnails