Cinque esopianeti scoperti… nel tempo libero!

Ormai ne siamo tutti consapevoli. Siamo decisamente in un’epoca liquida, di dissolvimento di diverse certezze, prima (forse troppo) granitiche. Questo non può che coinvolgere, felicemente, anche il modo e l’idea di come si fa scienza, e di chi la fa. Siamo ancora abituati a pensare che la scienza la facciano gli scienziati, e che il resto del mondo viva e lavori ed ami in un ambito del tutto impermeabile a questo (fatto salvo per alcune grandi scoperte, che guadagnano per un momento l’attenzione dei media).

Ebbene, tutto questo – da tempo – non è più vero. 

Nossignori. La scienza non la fanno (solo)  gli scienziati, ma è diventata una vera impresa comune. L’ultima evidenza di questo – se ci fosse ancora bisogno di evidenze – sono i cinque esopianeti appena scoperti. Individuati proprio grazie all’attività dei citizen scientist, ovvero di semplici appassionati che dedicano tempo libero e le loro risorse di calcolo “casalingo” ad un grande progetto. In questo caso è Exoplanet Explorer, parte della piattaforma online ZooUniverse (di cui spesso ci siamo occupati anche in “queste pagine“).

Una immagine artistica di K2-138, il primo sistema di pianeti scoperto “dal popolo”. Crediti: NASA/JPL-Caltech

E’ stato infatti appena scoperto un sistema di cinque esopianeti, “macinando” i dati della sonda Kepler in questo ambito “allargato” e a disposizione di tutti. E’ una cosa importante. E’ la prima scoperta di un sistema di esopianeti avvenuta tramite questo virtuoso crowdsourcing. Uno studio relativo a questo nuovo sistema planetario è già stato accettato dalla prestigiosa rivista The Astrophysical Journal.

Altri dati della sonda Kepler sono appena stati messi online, perché gli scienziati cittadini ci possano mettere il naso, e magari fare altre scoperte. La massa di informazioni provenienti dalle moderne missioni spaziali, come sappiamo,  è semplicemente troppo grande perché gli scienziati – da soli – possano esplorarla in tempi ragionevoli.

L’unione fa la forza, anche nell’esplorazione del cosmo. E le vecchie barriere, i vecchi muri (anche di conoscenza), stanno crollando uno dopo l’altro. Invece di farne dei nuovi, conviene respirare quest’aria, finalmente libera.

E chissà quante altre cose si potranno scoprire. Nessuno stupore, del resto. Lo sappiamo, abbattere i muri fa vedere più lontano.

A beneficio di tutti.

 

La macchia rossa, come la vedrebbe Monet

Nella scienza può accadere qualsiasi cosa (o quasi). Anche se quasi sempre non ci pensiamo, abbiamo sovente idee più stazionarie rispetto all’universo reale, che è in allegra espansione e in perpetua evoluzione.

Più volte abbiamo accennato al fatto che gran parte della scienza moderna è veramente di tutti, sia per le infinite possibilità offerte da Internet, sia per la illuminata politica di gestione dei dati – in molti casi ormai pienamente  consapevole del fatto che siano davvero un bene globale. Un bene non più da custodire gelosamente negli archivi dei centri di ricerca, ma da offrirediffondere alla più vasta comunità umana.

Può dunque accadere, in forza di tutto questo, che si aprano dei contatti, dei tunnel tra quelli che solitamente vediamo come universi distinti, quali possono essere – per esempio – la scienza e l’arte.

Può infatti essere che la celebre macchia rossa su Giove venga portata ai nostri occhi quasi come un quadro di Monet.

Crediti: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/David Englund

Quella che vedete è una elaborazione originale del citizen scientist David Englund, che ha “reinterpretato” assai creativamente i dati grezzi, messi a disposizione dalla sonda Juno nel sito appositamente predisposto dalla NASA. Le immagini della sonda sono riversate nel sito proprio perché chiunque sia interessato, possa processarle secondo il suo gusto personale: in questo modo, la scienza si fa decisamente più aperta, ed anche più creativa. 

Al di là dell’effetto pittorico, sicuramente emozionante, c’è  comunque un fatto di sostanza, sul quale vorremmo porre l’accento: la scienza moderna, con la grandissima mole di dati che produce, ci fa capire sempre più e sempre meglio che non c’è un solo modo di interpretare i dati, perché davvero, come  la bellezza delle cose esiste nella mente di chi le contempla” (David Hume), così ogni segnale, ogni dato, ogni architettura di universo, aspetta una mente ordinatrice che ne riveli la bellezza estetica e la rilevanza scientifica.

Potremmo ben dirlo: l’universo aspetta noi, per farsi guardare.

E per rifulgere.

 

Dalla turbolenza, alla quiete…

Cos’è mai questo esteso anello di ghiaccio, tutto intorno alla stella Fomalhaut? Questa stella piuttosto interessante, visibile con relativa facilità nel cielo notturno, si trova ad appena venticinque anni luce da noi. Sappiamo che gli orbita attorno almeno un pianeta, chiamato Dagon, e sappiamo anche che è circondata da diversi anelli di polvere. Ma la cosa più intrigante è sicuramente questo anello ancora più esterno, la cui scoperta risale a circa una ventina di anni fa, che mostra un bordo sorprendentemente ben definito.

Crediti: ALMA, M. MacGregor; NASA/ESA Hubble, P. Kalas; B. Saxton (NRAO/AUI/NSF)

Vogliamo subito sottolinearlo: anche questa splendida immagine è frutto di un approccio “collaborativo” all’indagine astronomica, del quale parlavamo proprio ieri. In questo caso non parliamo certo di onde gravitazionali, ma di una riuscitissima composizione dei dati di ALMA (Atacama Large Millimeter Array)  con una immagine di Hubble. Qui i dati di ALMA sono in rosa, quelli di Hubble in blu. Insieme fanno una immagine veramente suggestiva, ma ciò che conta è che ci restituiscono, insieme, un quadro più completo e variegato di quello che succede intorno a questa stella così vicina e così particolare.

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L’ultimo ritratto di Saturno

Quale potrebbe essere il modo migliore per dare l’ultimo saluto alla sonda Cassini, ora che è scomparsa dentro l’atmosfera di Saturno? Beh, sicuramente questa immagine che riproduciamo oggi, potrebbe essere qualcosa da ricordare, per un bel po’ di tempo.

L’ultimo maestoso ritratto di Saturno, dalla sonda Cassini (Crediti:NASAJPL-CaltechSpace Science InstituteMindaugas Macijauskas)

Ci sono diversi motivi per trattenere questa meravigliosa immagine – proprio questa, tra le tantissime che ci ha regalato – come quella di commiato della sonda.

Intanto è una immagine composta, perché deriva dal collage di ben 36 diverse immagini, che sono state acquisite da Cassini circa tre giorni prima che si tuffasse nel lato illuminato del pianeta. Poi è stata realizzata non tanto da uno scienziato NASA, ma da un citizen scientist, un appassionato che ha scaricato i dati grezzi e li ha messi insieme, con perizia e pazienza. Dunque è una opera comune, se vogliamo, non il frutto asettico di un laboratorio specializzato. E anche questo è bello.

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Eta Beta, astrofisici a confronto

E’ stata una ottima esperienza quella di ieri mattina. Soprattutto, direi, una esperienza umana. Perché magari c’è questo, che vai con l’idea appena di prendere parte ad una trasmissione – per la cronaca, Eta Beta, condotta da Massimo Cerofolini su Radio Uno – e scopri quasi senza volerlo, che succede ben di più. 

In sala per la trasmissione, con Massimo Cerofolini

Perché essere lì, comunque, è ritrovarsi in mezzo ad una trama di umanità che non ti molla. Che ti avvolge dal primo momento in cui arrivi a Saxa Rubra, ancora un po’ timoroso perché sai che non puoi sapere esattamente cosa accadrà, come si svilupperà il discorso. E poi sarai in diretta nazionale, dopotutto.

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