… la pittura, per Giove!

Davvero, sembra proprio un quadro post-impressionista! Sono le bande ed i vortici dell’atmosfera gioviana, ma ritratti in modo da catturare l’occhio, ben oltre il dettaglio scientifico, fino ad apprezzarne l’innegabile bellezza. 

Ancora una volta questa meraviglia ci viene da un sapiente mix di scienza e creatività. Open science, potremmo meglio dire. E’ infatti la scienza trasportata a Terra dalla sonda Juno, di cui più e più volte abbiamo parlato, che sta gironzolando intorno a Giove – il pianeta gigante – e mettendo il naso nella complessa e variegata atmosfera del pianeta, sede di fenomeni così complessi che ancora sono ben lungi dall’essere adeguatamente compresi.

Di fatto, il grado di dettaglio della nostra conoscenza dei corpi del Sistema Solare sta aumentando a livelli mai immaginati prima. E come sempre, per ogni cosa che si comprende, aumentano le domande, si aprono nuove incognite. Come la dinamica precisa dei moti atmosferici di Giove, appunto.

E la scienza diventa Open Science, perché i dati messi a disposizione di tutti, dal sito NASA, vengono “catturati” e rielaborati per scopi creativi, come ha fatto – in questo caso – Rick Lundh.

A dimostrare che il dato scientifico grezzo è in realtà appena più di una asettica registrazione di un fenomeno, è un campo aperto di possibilità. Sempre e comunque, tutte da esplorare.

Crediti immagine: NASAJPL-CaltechSwRIMSSSProcessingRick Lundh

Saturno, tra lune ed anelli…

Se decidete per un giro per i dintorni di Saturno, siete avvisati: state molto attenti a non perdervi l’occasione di osservare lo spettacolo che può sprigionarsi dalla combinazione di lune, anelli, ed ombre. La configurazione che potete ammirare qui sotto si è verificata nell’anno 2005, ed è stata sapientemente catturata dalla sonda Cassini.

Crediti: NASA, JPL-Caltech, Space Science Institute

Nell’immagine, si scorgono agevolmente le lune chiamate Teti e Mimas, ai bordi del sistema di anelli, che è incredibilmente sottile nella sua parte principale: poche decine di metri, in effetti. Laddove altre parti si possono estendere in larghezza anche per chilometri e chilometri.

La sonda Cassini ha compiuto un egregio lavoro intorno a Saturno, durato molti anni: arrivata in zona nel 2004, ha continuato ad inviarci dati (e stupende fotografie) dell’ambiente fino a settembre dello scorso anno, quando a conclusione della sua missione si è tuffata dentro la turbolenta atmosfera del pianeta, evitando di proposito di terminare la sua vita “contaminando” una delle diverse lune.

Tali lune infatti – come abbiamo visto più volte – sono risultate, proprio grazie alle indagini di Cassini, ambienti molto più interessanti per lo studio della vita rispetto al pianeta stesso:se pure non vi sono state rilevate tracce inequivocabili di vita, alcuni di questi ambienti appaiono decisamente come “prebiotici”. Dunque non era il caso di inquinarli, anche per non pregiudicare futuri studi di questi posti decisamente interessanti, anche sotto il profilo dell’esobiologia. Saggiamente la NASA ha deciso – prima di perdere il controllo della sonda – di farla sprofondare dentro Saturno, un ambiente decisamente inospitale.

Una fine che è stato il coronamento di una vita piena, vissuta fino all’ultimo momento possibile. Ed anche un segno di rispetto, per il cosmo: per questo nostro universo, che comprendiamo essere un mondo frizzante, incredibile ed  incantato. O meglio, incantato di nuovo.

Tutto il lato “rosa” di Giove…

Il pianeta Giove, visto finalmente da vicino (grazie alla sonda Juno) continua ad essere fonte di grande meraviglia. In particolare, per la complessità mirabolante dei fenomeni atmosferici che avvengono ad alta quota, e che ora si possono veder con un grado di dettaglio assolutamente sorprendente.

Crediti immagine: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Matt Brealey/Gustavo B C

Questa foto che vedete, decisamente suggestiva nella sua tonalità rosa, è stata acquisita da Juno il giorno un mese e mezzo fa, quando si trovava a trascorrere il suo undicesimo passaggio ravvicinato al pianeta gigante (e gassoso, come sappiamo). In quel momento la distanza dalle nubi era di poco più di dodicimila chilometri: un’inezia, in pratica, se consideriamo che la distanza media tra Giove e la Terra si aggira intorno ai 780 milioni di chilometri. 

Da lì arrivano i dati di Juno, che dunque traversano una distanza immensa, per essere poi raccolti a Terra ed elaborati secondo quanto è più opportuno per rivelare volta per volta la straordinaria complessità di questo peculiare ambiente planetario. L’immagine che vedete è stata elaborata dal citizen scientist Matt Brealey, usando creativamente i dati grezzi, messi a disposizione di tutti dalla NASA, nel sito apposito.

La sonda spaziale Juno è stata lanciata ad agosto del 2011, e continuerà la sua missione verso l’estate di quest’anno, al termine della sua dodicesima orbita in cui ha raccolto dati scientifici.

Per intanto, tutto fa pensare che i regali di Juno non siano affatto finiti.

Anzi.

Giove, con un po’ d’aiuto dagli amici…

“Da che punto guardi il mondo, tutto dipende”, cantava qualche anno fa Jarabe de Paolo. E questo è vero anche e sopratutto se pensiamo al mondo nella sua accezione più vasta, ovvero l’universo. 

Così anche l’aspetto di Giove, di cui ci siamo occupati più volte per l’eccellente lavoro di mappatura che sta facendo la sonda Juno, in realtà non è sempre lo stesso, ma dipende. Dipende da come lo guardiamo, effettivamente. Ecco dunque che in banda infrarossa è già un po’ diverso, differente da come siamo abituati a vederlo nelle mille foto che ci arrivano (quasi) quotidianamente dallo spazio, acquisite nello spettro di lunghezze d’onda naturali per i nostri occhi.

Crediti: NASA, ESA, Hubble; Data: Michael Wong (UC Berkeley) et al.; Processing & License: Judy Schmidt

Perché ne stiamo parlando? Ebbene, per comprendere meglio la dinamica globale del sistema di nubi del pianeta, ed aiutare Juno a mettere in un contesto più vasto le immagini molto dettagliate che ruba con la sua indagine, ecco che viene in aiuto il venerando Telescopio Spaziale Hubble, impegnato ad acquisire regolarmente immagini globali dell’intera superficie.

Ed appunto, le bande che vengono monitorate vanno ben oltre la capacità dell’occhio umano, e si allargano dunque alle zone infrarosse ed ultraviolette. In questa stupenda immagine del 2016, ad esempio, le bande infrarosse sono state rimappate opportunamente nel visibile, in modo da poter essere percepite dai nostri occhi. Dall’esame dell’immagine si comprende come Giove sia diverso in infrarosso, in parte perché è diversa – a queste lunghezze d’onda – la frazione di luce solare che viene riflessa, dando alle nubi, nel complesso, una conformazione un po’ differente.

Quel che interessa notare qui, è che l’approccio sinergico tra un “anziano” e glorioso telescopio spaziale ed una sonda decisamente più moderna, è quello che poi  permette di portare a casa i risultati migliori, ovvero quel che consente di conoscere meglio l’oggetto dell’indagine, in questo caso il pianeta gigante del Sistema Solare.

Per parte sua, Juno ha ormai completato dieci delle dodici orbite previste intorno a Giove, e continua a inviarci dati che aiuteranno l’umanità a comprendere non solo la meterologia gioviana, ma anche – cosa ben più importante – cosa si nasconde dietro lo spesso strato di nuvole che ricopre il pianeta.

Un’avventura cosmica che non mancherà certo di regalarci momenti forti, ne possiamo scommettere.

 

Cinque esopianeti scoperti… nel tempo libero!

Ormai ne siamo tutti consapevoli. Siamo decisamente in un’epoca liquida, di dissolvimento di diverse certezze, prima (forse troppo) granitiche. Questo non può che coinvolgere, felicemente, anche il modo e l’idea di come si fa scienza, e di chi la fa. Siamo ancora abituati a pensare che la scienza la facciano gli scienziati, e che il resto del mondo viva e lavori ed ami in un ambito del tutto impermeabile a questo (fatto salvo per alcune grandi scoperte, che guadagnano per un momento l’attenzione dei media).

Ebbene, tutto questo – da tempo – non è più vero. 

Nossignori. La scienza non la fanno (solo)  gli scienziati, ma è diventata una vera impresa comune. L’ultima evidenza di questo – se ci fosse ancora bisogno di evidenze – sono i cinque esopianeti appena scoperti. Individuati proprio grazie all’attività dei citizen scientist, ovvero di semplici appassionati che dedicano tempo libero e le loro risorse di calcolo “casalingo” ad un grande progetto. In questo caso è Exoplanet Explorer, parte della piattaforma online ZooUniverse (di cui spesso ci siamo occupati anche in “queste pagine“).

Una immagine artistica di K2-138, il primo sistema di pianeti scoperto “dal popolo”. Crediti: NASA/JPL-Caltech

E’ stato infatti appena scoperto un sistema di cinque esopianeti, “macinando” i dati della sonda Kepler in questo ambito “allargato” e a disposizione di tutti. E’ una cosa importante. E’ la prima scoperta di un sistema di esopianeti avvenuta tramite questo virtuoso crowdsourcing. Uno studio relativo a questo nuovo sistema planetario è già stato accettato dalla prestigiosa rivista The Astrophysical Journal.

Altri dati della sonda Kepler sono appena stati messi online, perché gli scienziati cittadini ci possano mettere il naso, e magari fare altre scoperte. La massa di informazioni provenienti dalle moderne missioni spaziali, come sappiamo,  è semplicemente troppo grande perché gli scienziati – da soli – possano esplorarla in tempi ragionevoli.

L’unione fa la forza, anche nell’esplorazione del cosmo. E le vecchie barriere, i vecchi muri (anche di conoscenza), stanno crollando uno dopo l’altro. Invece di farne dei nuovi, conviene respirare quest’aria, finalmente libera.

E chissà quante altre cose si potranno scoprire. Nessuno stupore, del resto. Lo sappiamo, abbattere i muri fa vedere più lontano.

A beneficio di tutti.