Il primo rover su Marte

Era il 4 luglio di ormai molti anni fa. Per la precisione, correva l’anno 1997, quando il rover Sojourner si appoggiava finalmente sulla superficie di Marte, portato fin là dal Mars Pathfinder. L’immagine che vediamo è stata presa appena il giorno successivo.

La prima immagine del rover Sojourner, pioniere su Marte. Crediti: NASA/JPL

Per la precisione, questa immagine a colori è stata presa come “assicurazione” in caso di danneggiamenti della camera stessa, in concomitanza alla sua messa in funzione. Procedura che fu invece realizzata – grazie al cielo – con pieno successo.

Alquanto curioso, a ripensarci oggi, che questa immagine meramente di sicurezza contenga in realtà preziosissimi dati di alta qualità, perché realizzata con le lenti ancora in perfette condizioni e prive di polvere, nonché senza effettuare alcuna compressione dei dati. Questa prima storica foto (in realtà un mosaico di otto diverse inquadrature) venne scaricata a Terra alcune settimane dopo essere stata acquisita.

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Per Giove, una domanda umile

Questa immagine di Giove, che ci restituisce la sonda Juno, è veramente presa da vicino, almeno per lei. E si vede bene, si vede dal grado straordinario di dettaglio che la impreziosisce. Si può ammirare la curiosa conformazione delle nubi che potrebbe suggerire l’immagine di un delfino, anche.

Visto da Juno (Crediti: NASAJunoSwRIMSSSProcessing: G. Eichstädt & A. Solomon)

Certo, anche su altri pianeti – Terra inclusa – non è raro che le nubi in perenne movimento si possano sistemare in modo da suggerire forme conosciute, e dunque (scientificamente parlando) non è una cosa granché significativa. Però contribuisce ad arricchire di fascino e bellezza l’immagine, già sorprendente di suo.

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Questo nostro mondo…

Lo sappiamo, a volte il modo più efficace per non comprendere qualcosa, è esattamente quello di starci dentro. A volte è necessario un po’ di distacco, per poter ragionare in modo pacato e comprensivo, senza farsi catturare dai complessi meccanismi di azione e reazione, di possesso e non possesso, con i quali combattiamo ogni giorno. Soprattutto, per far sì che la ragione dialogica ceda il passo allo stupore, si faccia da parte consapevole che la ragione è uno strumento meraviglioso ma, come ci ricorda Kant, è semplicemente un’isola nell’oceano sconfinato. 

Quell’oceano sconfinato che esonda dal nostro pensare spicciolo, e si percepisce (e si inizia a godere) soltanto allargando lo sguardo.

Non è strano dunque, che anche la persona più propensa ad ammirare le meraviglie dello spazio profondo, a studiarle ed indagarle e magari a discorrerne, nel proprio quotidiano mestiere di vivere si dimentichi dell’ambiente incredibile che ha intorno a lui, si scordi del pianeta meraviglioso che abita, insieme a tanti altri esseri viventi. Si perda per strada una parte importante di stupore possibile.

Bei discorsi, mi direte. Magari, mi direte anche, buttarsi in mezzo al traffico, compressi in file a lento movimento dopo appena mezzo caffè e ancora una notte da metabolizzare bene, non aiuta. Comprendo.

Meglio allora stare a chi si sveglia con un panorama un po’ diverso (e vede le cose da un ambiente in cui il traffico non è ancora il problema)..

Crediti immagini: NASA

Questa è l’immagine che l’astronauta Annie McClain ha mandato su Twitter il 21 del mese di febbraio, accompagnata dalla frase (mia libera traduzione) “Buon giorno a tutto questo mondo stupendo, e a tutte le stupende persone che lo abitano, che lo chiamano casa” .

Niente. Perché a volte bisogna guardare le cose da lontano, per capire quanto sono preziose. Quanto sono uniche, in tutto l’Universo.

E quanto siamo unici, anche noi.

Opportunity, favolosi questi anni

La storia fantastica di Opportunity inizia nel 2004, quando dopo un viaggio di quasi cinquecento milioni di chilometri arriva a toccare la superficie di Marte, atterrando sano e salvo dentro il cratere Aquila.

Concepita come missione che sarebbe dovuta durare appena novanta giorni, Opportunity (che evidentemente aveva altri piani, ben più ambiziosi) ha viaggiato in lungo e in largo per il pianeta rosso, per una durata superiore a 5000 giorni marziani. Lo spazio percorso è stato di ben 45 chilometri (insomma, di poco superiore alla classica maratona olimpica, se ci pensate). Dunque un viaggio di tutto rispetto considerato l’ambiente decisamente “esotico” e le innumerevoli difficoltà inerenti una missione di questo tipo. Già dal 2010 la sonda detiene il record di permanenza sulla superficie di Marte, avendo battuto (alla grande, possiamo dire) il primato precedente che era detenuto dalla sonda Viking 1, con i suoi 2245 giorni marziani.

Opportunity nella Perseverance Valley 
Crediti: NASAJPL-CaltechKenneth Kremer, Marco Di Lorenzo

L’ultima meta del viaggio (per come lo conosciamo noi, almeno) è stata Perseverance Valley, raggiunta dalla intrepida sonda nel giugno dello scorso anno. Proprio nel giugno del 2018 la sonda mandava l’ultima immagine dal suo lungo viaggio di esplorazione, acquisita nel mentre si trovava immersa in una gigantesca tempesta di polvere, che avvolgeva tutto il pianeta. Ed è stato un po’ come un ultimo saluto che la sonda ci ha voluto consegnare: benché infatti la tempesta si sia da tempo placata, ogni tentativo di “recuperare il contatto” con Opportunity non ha sortito risultati. Così, dopo ben quindici anni di audace esplorazione di Marte, pochi giorni fa la NASA ha dovuto dichiarare terminata la missione di questa sonda.

Le informazioni scientifiche che Opportunity ha mandato a Terra in tutti questi anni non si contano: grazie a lei abbiamo una panoramica significativa dei tipi di rocce che si trovano su Marte, e una grande abbondanza di panorami marziani di grandissima importanza per la nostra conoscenza di questo pianeta, che per quanto appaia inospitale, mantiene comunque un alto grado di similarità con taluni ambienti terrestri.

Questa scienza paziente, pacifica, che lavora con serena costanza, con umile perseveranza (per citare il luogo che custodisce la sonda, e la custodirà nei millenni futuri), è senz’altro la scienza verso cui dobbiamo sempre più spostarci, che dobbiamo sempre più far nostra. Consapevoli che il reale è irresistibilmente complesso e… poeticamente irriducibile alla nostra misura, una umile sonda che si muove piano su Marte può regalarci molto, molto di più di tanto nostro ragionare sui massimi sistemi. 

Grazie Opportunity, per quello ci hai insegnato. Non sarai dimenticata.

InSight è su Marte

Certo non è una notizia nuova, non è una notizia freschissima, perché risale ormai a qualche giorno fa. La sonda Insight, acronimo di Interior Exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport (ma come le studiano, verrebbe da chiederci) è infatti “atterrata” su Marte il 26 novembre, ormai quattro giorni fa.

Ma a noi piace parlarne con la calma e la ponderatezza che si guadagna solo facendo riposare la notizia, facendo sedimentare l’evento. D’altronde, ormai questo sito non ha pretese di stare sulla frontiera delle cose (magari prima per un po’ ci abbiamo provato, perché sostanzialmente mancavano riferimenti autorevoli nel panorama italiano dell’informazione), ma di portare quel granello di riflessione – quando riesce – per il quale l’evento di cui si parla, la notizia che si tratta, acquista uno spessore, riceve una luce più familiare, dove forse meglio si comprende la sua rilevanza umana.

Una delle prime immagini acquisite da InSight è un selfie, che si è concessa una volta preso casa sul suolo marziano (Crediti: NASA).

Dunque la sonda della NASA ha affrontato un viaggio di diversi mesi per arrivare nei pressi del pianeta rosso, dove poi ha compiuto con successo la procedura di atterraggio. Lo scopo scientifico è quello di condurre uno studio approfondito sulla struttura interna di Marte; rilevante è la presenza di un sensore termico che verrà posto dalla sonda ad una profondità di ben cinque metri sotto la superficie del pianeta. InSight è in assoluto la prima sonda ad andare a vedere cosa accade “sotto il tappeto”, ad investigare davvero sotto lo strato sottile della superficie marziana. 

Ma quello che vorremmo accennare qui è l’aspetto più social che queste missino moderne sempre più vanno ad assumere. Non è una impresa di pochi, per pochi. Tanto per cominciare, su InSight c’è un microchip con i nomi di più di due milioni di persone di appassionati: la NASA ha chiesto al pubblico una sorta di partecipazione, e la risposta è stata forte e chiara

Perché, in barba al pensiero neocinico, che purtroppo affligge questa epoca, la gente non pensa solo a rinchiudersi nel proprio orticello. La gente ha bisogno di sognare, e sognare in grande. Ed anche, appoggiarsi a quel sogno condiviso, a quel sogno possibile, che prende le vesti dell’impresa scientifica. Portare un nome su Marte non è appena un giochino come ci verrebbe forse da pensare; è dire io ci sono, nell’impresa. Io contribuisco, non solo passivamente finanziando comunque l’impresa scientifica pubblica, ma interessandomi e lasciando il segno di questo interesse, appena ciò diviene possibile.

Non bisogna essere acuti psicologi o affermati sociologi per capire che l’impresa spaziale – e segnatamente l’esplorazione del Sistema Solare – assume ora il ruolo che un tempo aveva la navigazione dei mari, le partenze verso terre sconosciute. C’è un senso di avventura, di mistero e (anche) di rischio, che contribuisce a rendere attraente questa avventura, anche per il grande pubblico. Più profondamente, c’è la voglia di ritornare a raccontare questo Universo, ad avvertire gli echi familiari di una narrazione cosmica, che nelle epoche remote peraltro non è mai mancata.

Lo sappiamo. Ci sarà sempre qualche intellettuale che dai giornali ci avvisa che abbiamo ben altro di cui occuparci. Ci sarà, certo: e sarà autorevolmente smentito dall’allegria di queste persone che esultano (vedete bene il video), persone che non sono solo scienziati ma persone “normali” davanti ad un maxischermo, per un traguardo che è – senza alcuna retorica – il segno e simbolo della voglia umana di comprendere il mondo e di traversarlo recuperando quel senso di avventura, che ormai (nell’attesa di un pieno recupero a tutto campo) è appannaggio quasi solo della scienza. 

Ricaricate il video, ora. Guardate bene in faccia questi “compassati” tecnici e scienziati NASA. Guardate come esultano quando la sonda dice loro che è arrivata, e che va tutto bene. Guardate la tensione umanissima sui loro volti prima e l’entusiasmo – altrettanto umanissimo – sui loro volto, dopo. E ammirate l’esultanza della gente “comune” davanti ad uno schermo, per qualcosa che – secondo alcuni illuminati soloni – non dovrebbe interessar loro affatto.

Guardate e riflettete.

E non venite più a dirci che la scienza è noiosa, è inutile. Che non sia così, ce lo dimostrano mille e mille circostanze. Non ultima, quella di un “freddo” agglomerato di metallo e tecnologia, che ha appena iniziato una nuova avventura, su un pianeta a decine di milioni di chilometri da noi. 

E che vuole che noi questa avventura la pensiamo, la seguiamo. La viviamo, come fosse nostra, quasi fosse nostra. Perché forse è davvero nostra, forse è proprio totalmente nostra. Sì, non può essere che tutta nostra, come la nostra voglia di alzare lo sguardo al cielo e di capire. E di stupirci.