Eta Beta, astrofisici a confronto

E’ stata una ottima esperienza quella di ieri mattina. Soprattutto, direi, una esperienza umana. Perché magari c’è questo, che vai con l’idea appena di prendere parte ad una trasmissione – per la cronaca, Eta Beta, condotta da Massimo Cerofolini su Radio Uno – e scopri quasi senza volerlo, che succede ben di più. 

In sala per la trasmissione, con Massimo Cerofolini

Perché essere lì, comunque, è ritrovarsi in mezzo ad una trama di umanità che non ti molla. Che ti avvolge dal primo momento in cui arrivi a Saxa Rubra, ancora un po’ timoroso perché sai che non puoi sapere esattamente cosa accadrà, come si svilupperà il discorso. E poi sarai in diretta nazionale, dopotutto.

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A che serve l’astrofisica?

Essere astrofisico vuol dire per forza confrontarsi con domande come questa. Inutile far finta di nulla, la domanda esiste e non si può eludere con sufficienza. Nemmeno atteggiarsi sdegnosamente a chi “conosce” e lascia gli altri nella loro ignoranza, è saggio e salutare.

Sarebbe un errore, perché la domanda è sensata. Con tutto quello che accade nel mondo, con tutte le emergenze che ben sappiamo, ha senso spendere soldi e tempo per andare a vedere cosa succede lassù? Non sarebbe meglio stare con i piedi per terra, dedicarci alle cose più urgenti?

Sonde costosissime, telescopi giganteschi… hanno davvero senso, in questa epoca che da tempo chiamiamo di crisi? Dalla quale, ancora, non ci siamo tirati completamente fuori?

Il successore di Hubble, il James Webb Telescope, è quasi pronto. I costi si aggirano su diversi miliardi di dollari. Vale la pena?

La domanda è dunque legittima. Anzi, di più: è doverosa.

Quello che non è forse legittimo è saltare direttamente alle conclusioni, derubricare l’astrofisica tra le cose che non danno da mangiare e perciò vanno messe da parte, almeno in attesa di tempi migliori.

Non è legittimo, no.

Non perché io voglia fare, adesso, una difesa d’ufficio (o almeno, non solo). Piuttosto, perché non contempla la totalità dei fattori in gioco: c’è qualcosa che ci potrebbe sorprendere, ci sono connessioni tra lassù e quaggiù che forse non consideriamo, e che potrebbero portarci a vedere le cose in una prospettiva nuova. Più larga, e forse più equilibrata.

Qualcosa, di che tipo? Preferisco non dirlo, adesso. Lasciarvi pensare, se vi va. E semmai vi invito, piuttosto, a prendervi una ventina di minuti per ascoltare la puntata di Fisicast dedicata all’argomento.

E’ tempo ben speso, vi assicuro.

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Tutto l’universo, in una mano

Non c’è che dire: viviamo in una epoca assolutamente privilegiata, per la diffusione delle notizie scientifiche. Anzi, per la partecipazione viva alla ricerca, una partecipazione che trova sempre nuovi modi e nuove strategie, inediti canali comunicativi, per allargarsi ad intercettare la curiosità viva di tante persone, delle più diverse estrazioni sociali, delle più varie culture.

L’abbiamo detto più volte, lo studio del cielo e dei suoi misteri, è la naturale prosecuzione di quella esplorazione del nostro pianeta, che è sempre stata connaturata al progresso dell’uomo. Quella esplorazione totale (che coinvolge tutto, anche la percezione di noi stessi nel cosmo) che da tempo tentiamo di riportare qui, per come possiamo.  Ed inoltre è un fattore potenzialmente pacificante, una istanza virtuosa che ci porta a guardare tutti nella stessa direzione. Ad alzare gli occhi alle meraviglie celesti, dimenticando per un po’ le nostre piccole contese. O meglio, mettendole sotto una nuova luce, una luce che forse permette un pochino di rivedere alcune nostre posizioni, di stemperare alcune rigidità che inevitabilmente ci affliggono.

fondo cosmico a microonde
Una immagine delle anisotropie iniziali dell’universo. Da qui, da queste piccole differenze di temperatura (evidenziate da differenze in colore) ha avuto origine tutto, le galassie, le stelle: il mondo che conosciamo. Crediti: NASA

L’epoca attuale è senza dubbio privilegiata, perché è sicuramente il primo momento ove la diffusione dei risultati della ricerca avviene in un contesto tecnologico estremamente favorevole: sia per tutti i canali informativi esistenti su Internet e sugli altri media, sia per le possibilità finora totalmente inedite per toccare con mano la ricerca, fin nei suoi più attuali risultati.

Ora, per esempio, è possibile toccare con mano perfino lo stato dell’universo primordiale.  Sì sì, è possibile scaricare le istruzioni per costruire una versione tridimensionale della mappa del fondo cosmico a microonde, la “versione iniziale” dell’Universo, prima ancora che venisse popolato da stelle e galassie, come (un po’) ora lo conosciamo. Questa “scultura cosmica” è utile per provare la concretezza di quanto ormai sappiamo della struttura profonda del cosmo, per sentire la ricerca e non solo apprenderla o immaginarla. Per merito di un lavoro dell’Imperial College di Londra, è possibile stamparsi in casa una mappa verosimile dell’universo bambino.  Basta scaricare i files e darli in pasto ad una stampante 3D, e il gioco è fatto!

Sì, il gioco: perché l’aspetto di gioco è tutt’altro che marginale nell’avventura della scienza, e sopratutto nell’esplorazione del cosmo. Perché siamo come bambini che giocano, con quei mattoncini di un Lego che sono gli esperimenti scientifici.

Quel gioco iniziato con Galileo, che ci piace troppo, e dal quale non ci staccheremo mai. Sopratutto da adulti.

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Una notte “made in science”

Possiamo dirlo, il  “made in Italy” è grazie al cielo ancora un segno di grande qualità, per il resto del mondo: quel segno che ci siamo abbondantemente meritati, per l’eccellenza dei nostri prodotti più tipici. Sulla scorta di questo slogan si basa la felice decisione di denominare made in science il tema della Notte dei Ricercatori, una interessante iniziativa organizzata da Frascati Scienza, che perviene quest’anno alla sua undicesima edizione. Il marchio Made in Scienze accompagnerà e distinguerà tanto l’edizione del 2016 quanto quella del prossimo anno.

La notte – che è poi è quella del 30 settembre 2016 (segnatevi la data!) – ripropone un evento che ha lo scopo di avvicinare chi fa scienza a chi ne fruisce, direttamente o indirettamente, facendo – almeno per una notte, appunto – felicemente “saltare” ogni steccato, sempre più artificioso del resto, tra i due ambiti. Facendo, in altri termini, felicemente collidere i due universi, in una visione più ampia che mostra in modo trasparente come siamo esattamente tutti coinvolti. E come la scienza sia prima di ogni altra cosa, un’avventura culturale e un’avventura del pensiero, dalla quale è bello poter essere abbracciati, poter essere condotti, a qualsiasi livello questo possa avvenire.

manifesto WEB

La Notte Europea dei Ricercatori 2016 ha il suo fulcro nell’Area Tuscolana, ma coinvolge ormai un esteso numero di città italiane: Roma, Firenze, Milano, Trieste, Genova, Modena, Ferrara, Napoli, Palermo, Bari, Cagliari, Catania, Lecce, Parma, Pavia, Reggio Emilia, Sassari, Frascati, Carbonia, Cassino, Gorga, Grottaferrata, Monte Porzio Catone. Questo a conferma dell’efficienza di un circolo virtuoso che allarga la sana curiosità scientifica a gran parte del territorio nazionale, con potenziale beneficio di tutti.

In un anno denso come pochi altri di scoperte scientifiche di largo impatto e di vasta eco nell’opinione pubblica – ricordiamo appena la rilevazione delle onde gravitazionali ad un secolo esatto dalla loro teorizzazione, nonché la recentissima scoperta di un pianeta simile alla Terra orbitante intorno a Proxima Centauri, la stella a noi più vicina – ogni iniziativa volta a disseminare la scienza sul territorio è ovviamente meritoria. Di più, una come questa, che si propone, in ultima analisi, come un incontro di umanità: l’umanità di chi fa ricerca di mestiere, con l’umanità di chi segue con interesse e speso con passione non inferiore a chi se ne occupa per professione.

Sono infatti scoperte che vanno ben al di là della semplice aggiunta di dati e numeri nei taccuini degli esperti (o negli hard disk, magari), che travalicano ogni ambito meramente professionale, e che che chiamano insistentemente ad un nuovo modo di guardare e pensare il cosmo stesso, e l’avventura scientifica nel suo insieme.

La Notte Europea dei Ricercatori è un progetto promosso e finanziato dalla Commissione Europea, in una rete di iniziative che coinvolge diversi paesi. Nel più squisito anelito della scienza. che è sempre stata intrinsecamente transnazionale.

Se ne avete la possibilità, accogliete questo invito ad una notte un po’ diversa dalle altre. Direi che ne vale proprio la pena.

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Onde gravitazionali, segno di una cosa grande

“Anche i segnali così deboli possono portare il segno di una cosa grande. ” E questa cosa grande è proprio il dialogo con un tu, con la natura, un dialogo che si riallaccia e si incentiva, con rinnovata fiducia. E’ il punto di partenza dell’astrofisico Marco Bersanelli nell’introdurre il bell’incontro sulle onde gravitazionali, che si è tenuto in occasione del sedicesimo Meeting di Rimini, da poco concluso, che quest’anno aveva a tema la frase “Tu sei un bene per me“. 

E mi viene da pensare a questo tu, che in questo caso può essere l’universo stesso, che ci invia segnali debolissimi ma preziosi. Preziosi, tali che per noi è un bene, è indiscutibilmente un bene, riuscirli finalmente a rilevare, ad interpretare, a comprendere.

A capire quello che ci stanno dicendo, ad intendere dove ci vogliono portare.

L’abbiamo detto, l’abbiamo capito. La rilevazione delle onde gravitazionali avvenuta nel febbraio di quest’anno è un evento scientifico di enorme portata. Sia perché ci conferma nella sostanza la robustezza del nostro modello di evoluzione del mondo e dell’universo (a grandi linee, la relatività generale) sia perché apre davvero – come ben dice lo stesso titolo dell’intervento di Rimini – una nuova finestra sul cosmo, una inedita modalità di investigazione del mondo. Nasce oggi l’astrofisica gravitazionale: nasce ora, e promette di condurci ad una comprensione del tutto senz’altro più profonda ed articolata. Come dire, da adesso abbiamo nuovi occhi per vedere, nuovi strumenti per sondare un campo prima totalmente inaccessibile.

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Sono loro, segnali debolissimi che arrivano dalle regioni a noi più distanti, parlando un linguaggio nuovo…

L’universo infatti ci parla anche attraverso queste elusive onde, generate dal movimento della materia, dalle pieghe stesse dello spazio tempo. Ci parla un nuovo linguaggio, e noi possiamo iniziare a comprenderlo.

Dove ci porterà il discorso, il dialogo, è ancora presto per dirlo. Come ogni dialogo, non può essere frettolosametne anticipato. Va vissuto nella sua interessa, perché sia occasione di crescita, nella comprensione di sé e del mondo.

E’ certo, infatti, che una scoperta così decisiva non possiamo confinarla esclusivamente nell’ambito della conoscenza scientifica intesa nel senso più tecnico e ristretto, ma è – coma sempre avviene – una acquisizione che ci spinge probabilmente a maturare un nuovo modo di vivere il cosmo, a tutto campo.

Di tutto questo c’è traccia nell’incontro di Rimini, che ha riunito personalità scientifiche indiscusse: oltre Marco Bersanelli, Roberto Battiston, Presidente A.S.I. (Agenzia Spaziale Italiana) e Laura Cadonati, Professore Associato presso la Scuola di Fisica del Georgian Institute of Technology, USA.

Vi dico, ho avuto il privilegio e la fortuna di poter assistere di persona all’incontro, e l’ho trovato veramente di grande interesse. Sopra ogni cosa, per l’atteggiamento di apertura e disponibilità che ha mosso gli scienziati sul palco, che si sono adoperati in modo amichevole ed intelligente per spiegare ad un pubblico di non specialisti tanto il nucleo essenziale della scoperta, quanto il motivo per cui questa viene considerata così importante.

Mi piacciono le cose oneste, soprattutto in ambito di comunicazione della scienza. E a Rimini mi sono potuto rallegrare, perché è stata condotta una operazione onesta di divulgazione ampia e coraggiosa, senza traccia di banalizzazione (un pericolo sempre presente, ma qui abilmente scongiurato).

Ascoltatelo, se ne avete la possibilità. Sono scienziati di frontiera, che parlano di una scoperta decisiva per la scienza e del loro diretto coinvolgimento, anche emotivo, in quello che è accaduto. Ne vale la pena: perché a volte non c’è niente di più interessante che ascoltare un diretto testimone di un dato evento, ascoltarlo e comprendere dalle sue stesse parole la risonanza tra ciò che indaga e ciò che ama, ciò che desidera, ciò che spera, per sé e per gli altri.

Da un incontro così si esce arricchiti, sia di scienza che di umanità. Che poi, alla fine, come sappiamo, sono esattamente la stessa cosa.

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