Duemiladuecento articoli, una sola storia

Con questo, siamo appunto a duemiladuecento articoli pubblicati su questo sito. 

Non è poi male, a pensarci bene. Senza indulgere in tentazioni autocelebrative, devo dire che non è affatto male. Più che altro, questo database abbastanza ingente è una cosa preziosa anche per me che in gran parte l’ho formato. Sì, devo ammettere che ripercorrere questi articoli mi fa ripassare alla mente tante cose che magari ho ormai obliato: del resto, sono capace di leggere un mio articolo di qualche anno fa avendo “dimenticato” a tal punto la cosa, che potrebbe averlo scritto un altro. Il che non è poi così male, perché mi regala un certo effetto sorpresa.

Me ne sto accorgendo adesso, che ho inserito un box che permette di far apparire degli articoli a caso, dagli archivi (in fondo a destra, ma non è il bagno, attenzione…). Quel che mi sorprende che… mi sorprendo pure io, a leggere cose di tanto tempi fa!

newspaper-154444_1280

Il sito nella forma di un blog, è attivo da maggio del 2002, e questo ci regala una forchetta temporale abbastanza ampia. Ricordo che al tempo, non vi erano molti canali divulgativi in lingua italiana (mentre gli americani erano percettibilmente più avanti, bisogna dire). Dunque gli interventi più “antichi” erano spesso semplici resoconti di notizie magari apparsi in lingua inglese, su siti di divulgazione. Era uno spazio che si poteva riempire, al tempo: non c’era MEDIA INAF, per dire. In generale, non c’era tanto di quello che ora – grazie al cielo – c’è.

Ad un certo punto qui a GruppoLocale si comprese che era inutile inseguire le notizie, altri avevano iniziato a farlo in modo professionale, e questo ci consentiva di spostarci in un’altra zona di universo. Quella zona più personale che cerchiamo di occupare ora. Dove la riflessione su certi temi trova lo spazio che magari altri non possono concederle, insieme con il registro più personale che un blog non istituzionale può permettersi.

Quel che è più bello è che nessun cambio di registro può nascondere che la scoperta dell’universo e la scoperta di sé stessi, sia una sola storia, in realtà. Una storia che è bello seguire perché contiene tracce di meraviglia, quella meraviglia che quando affiora si rende efficace antidoto al cinismo in cui a volte rischiamo di cadere un po’ tutti.

Una storia che vale la pena percorrere, che vale la pena camminare, perché è ben lungi dall’essere esaurita. Sia che si guardi verso l’esterno che verso l’interno, c’è ancora molto da scoprire. Basta voler guardare, voler camminare. E dopo che  ci si ritrova fermi, voler ripartire.

Seguire le stelle, seguire questo desiderio: in realtà, è tutto quel che serve. E’ tutto qua.

Le stelle stanno a guardare…

… ma noi non aspettiamo tempo, per cercare di raggiungerle. O perlomeno, di catturare quanto queste elusive e brillanti signore del cosmo ci possono voler dire, momento per momento, per catturare qualche altro brano del libro dei misteri dei cielo, sempre più affascinante, mano a mano che si procede nella sua lettura. 

Come evidenzia un breve ma interessante articolo di Media INAF, anche per l’anno che viene vi sono un bel po’ di progetti interessanti e di domante in attesa di risoluzione, che potrebbero segnare traguardi importanti e forse  – osiamo dirlo – epici. 

Westerlund 2 — Hubble’s 25th anniversary image
Una suggestiva immagine dell’ammasso stellare Westerlund., realizzata con il Telescopio Spaziale Hubble. Crediti: NASA, ESA,the Hubble Heritage Team (STScI/AURA), A. Nota (ESA/STScI) and the Westerlund 2 Science Team.

 

L’indagine del cosmo è stata sempre uno specchio dell’indagine dell’uomo su se stesso. In passato, le geometrie perfette delle orbite dei pianeti hanno riflesso e confortato il nostro desiderio di chiarezza e perfezione formale. Più di recente, il bizzarro e incredibile percorso delle geometrie dell’universo a larga scala, dell’eventualità di strutture articolate di multiversi, hanno specchiato efficacemente la complessità di pensiero dell’uomo contemporaneo.

Concetti che ora passo così, davvero al volo, ma che sarà bello indagare ed investigare in maggior dettaglio nell’anno che viene. Questo blog vuole infatti essere sempre più focalizzato sull’indagine dell’universo condotta con un occhio attento all’avventura dell’uomo, all’intera avventura umana, mostrando per quanto è a noi possibile, l’intima ed ineludibile connessione tra scienzacammino umano nella sua più ampia ed integrale accezione.

Messa così, la scienza interessa davvero a tutti, propria perché parla di cose necessarie a tutti: un quadro del mondo fisico, comprensibile nelle sue grandi linee (almeno) e sopratutto integrabile nei modelli culturali, perfino nei miti, che ogni età ha e anzi deve avere, per essere sana anche dal punto di vista del pensiero, dal punto di vista culturale ma anche psichico.

In ogni epoca l’uomo ha avuto un modello di universo al quale riferirsi, entro il quale inserire idealmente il suo percorso umano, nel quale incastonare anche pensieri, desideri, speranze. Con tutto ciò, la scienza non ha mai preteso di esaurire la possibilità conoscitiva dell’uomo, come ancora in quest’epoca a volte sembra porsi, da parte di poco avveduti suoi sostenitori. Eppure la scienza vive bene se non è totale, come ci insegna bene Hillman,

I miti cosmogonici ci situano nel mondo, ci coivolgono nel mondo. Le cosmogonie moderne (big bang e buchi neri, antimateria e spazio curvo in continua espansione senza meta) ci lasciano nel terrore e nella incomprensibilità priva di senso. Solo eventi casuali, niente davvero necessario. Le cosmogonie della scienza non parlano dell’anima e dunque non parlano all’anima, non le dicono niente sulle ragioni della sua esistenza (…) Affidare alle scienze fisiche la spiegazione delle origini e delle ragioni ultime della nostra esistenza potrebbe non essere la strada giusta.

J. Hillman, Il codice dell’anima

Dunque la scienza, l’astronomia, vivono bene se non vengono stravolti a compito che non sono loro propri. Se ritrovano la propria vocazione di filosofie naturali, possono dare un contributo forse ancora inedito e certo determinante all’intera avventura umana.

Ci lavoriamo, ci lavoreremo. Vedremo insieme come l’indagine del cielo e l’indagine sull’uomo sono state  – e sempre saranno – intimamente coniugate. Ecco perché stare con il naso in sù (e con i piedi per terra) è importante, è confortante, è sano.

Non per meno di questo, vogliamo fare astronomia.

Un augurio di felice (anzi stellare) 2016 a tutti i nostri lettori!

Tre domande a… LICIA TROISI

Licia Troisi non ha bisogno di molte presentazioni, e non è certo un modo di dire. Scrittrice fantasy in assoluto tra le più note in Italia (e diffusa anche all’estero), autrice della saga del Mondo Emerso, di Pandora, e molti altri libri che sono diventati autentici best seller, e che contano ampissime schiere di appassionati lettori. Non potete gironzolare in una libreria italiana senza incontrare i suoi volumi, riconoscibili fin dalla grafica  – sempre molto curata  – delle copertine. Arriva adesso in libreria il suo primo libro divulgativo, Dove va a finire il cielo.

LiciaTroisiEcco: forse non proprio tutti sanno che Licia Troisi è anche e prima di tutto una scienziata. Il percorso scientifico è stata infatti la sua prima attività, tanto che si è definita qualche anno fa una astrofisica che scrive fantasy: così titolava un post per il Carnevale della Fisica #27 ospitato proprio su questo sito.  Un percorso di tutto rispetto, peraltro. Si è laureata in Fisica con specializzazione in Astrofisica nel 2004 all’Università di Tor Vergata, con una tesi sulle Galassie Nane (quante cose in comune, cara Licia…)  e ha lavorato tra l’altro presso l’Osservatorio Astronomico di Roma. Domani sera (venerdì 11) sarà proprio in Osservatorio per presentare il suo ultimo libro, Dove va a finire il cielo (e altri misteri dell’universo). Un libro diverso dalla sua produzione “tradizionale”, dove Licia attraversa la sua passione per l’astronomia, facendone – se possiamo dire così – un racconto.

La figura stessa di un astrofisico che sia a pieno titolo nella produzione letteraria, è per noi e per il tipo di approccio alla ricerca che promuoviamo (come un sapere amico e in continuo e produttivo interscambio con gli altri modi di fare cultura) una persona di grande interesse, perché lavora – direi quasi inevitabilmente – a colmare questo divario ancora esistente tra due modi di fare cultura, residuo di uno schematismo talvolta ancora propagato nei media e nel sentire comune, ma ormai (grazie al cielo!) senza più alcuna vera ragion d’essere.

DoveVaCieloAbbiamo dunque approfittato della gentile disponibilità di Licia, per porle tre domande, sui temi che più ci stanno a cuore. Qui di seguito potete leggere la piccola intervista: piccola credo nell’estensione, ma di grande interesse. Proprio per quello che arriva a dire su letteratura e scienza, l’Autrice di Dove va a finire il cielo.

La nostra prima domanda, per un libro sul cielo, è abbastanza.. terra terra: puoi dirci quando hai maturato l’idea di scrivere un libro divulgativo? Soprattutto, ci piacerebbe sapere se è – diciamo – la realizzazione di un antico desiderio o se solo di recente hai definito i contorni specifici di questa impresa, e che fattori (interni o esterni) abbiamo giocato nella decisione.

Era una cosa che volevo fare da un po’ di tempo, almeno cinque o sei anni come idea più concreta, ma forse anche da prima. In effetti con la divulgazione scritta mi sono un po’ cimentata sul mio blog, sul quale per qualche tempo ho tenuto una rubrica, Astronomica, in cui rispondevo a domande o commentavo le notizie astronomiche del giorno. Poi ho lavorato per tre anni come divulgatrice all’Osservatorio Astronomico di Roma, quindi è un vizio di vecchia data. Non sono riuscita a farlo prima perché i ritmi della mia scrittura sono piuttosto sostenuti, e trovare il momento buono per tentare una cosa nuova come questa non è stato facile. Quest’estate ci è sembrato quello giusto perché la mia ultima saga di più ampio respiro, I Regni di Nashira, si era appena conclusa, e quella nuova, Pandora, era appena avviata. Così mi sono buttata.”

Da appassionati artigiani della divulgazione, vorremmo ora entrare (in punta di piedi per non disturbare…) nel tuo laboratorio. Cosa puoi dirci della modalità di stesura di questo saggio? Sappiamo bene che hai scritto molti libri di narrativa di grande diffusione, e dunque siamo certi tu abbia una tua collaudata modalità di lavoro, in questo ambito. Siamo curiosi però di sapere quanto la diversa materia di questo libro abbia influenzato la modalità di approccio all’opera. Puoi dirci qualcosa, su questo?

“Diciamo che la parte più complessa è stata trovare una voce; di libri di divulgazione ce ne sono tanti e moltissimi ottimi, per cui occorreva trovare una chiave per declinare la materia in modo personale. Finora mi ero sempre misurata con la narrativa, e non avevo provato la saggistica di ampio respiro. Ho dovuto fare un paio di prove prima di capire che la soluzione era sfruttare proprio la mia vena narrativa, e raccontare la scienza come fosse un contenitore di storie: la mia, in primis, di studentessa e ricercatrice, e quella di tutte le persone che il cielo hanno ammirato e studiato. Trovato questo, la stesura è andata abbastanza liscia; ho avuto un paio di difficoltà su alcuni argomenti un po’ più ostici (l’inflazione su tutti), e ho penato non poco per ritrovare le fonti di tutti i dati e le citazioni che ricordavo solo a spanne. Ho avuto però anche un ottimo editor scientifico in Luigi Pulone, ricercatore dell’Osservatorio di Roma, che mi ha dato molti spunti interessanti.”

A tuo avviso, in che senso e in che misura la divulgazione della moderna indagine del cielo può assumere i tratti specifici di un “racconto”? Quanto spazio c’è per la fantasia nello studioso che descrive il cielo, o che appena lo indaga? Letteratura e scienza sono veramente campi così diversi, o forse (azzardo) lo sono stati e ora pian piano si apre – anche con iniziative come il tuo libro – una stagione nuova? 

“Credo siano cose diverse, ma assolutamente non contrapposte, e che soprattutto si possono ibridare spesso. Quella del racconto io credo sia un modo per veicolare un contenuto, uno dei più efficaci, nella mia esperienza. Ci sarà del resto una ragione se il racconto di storie sia una costante dell’avventura umana, dalla preistoria a oggi. In questo senso è possibile “raccontare” la scienza come fosse una storia, perché ogni scoperta, ogni teoria, si tira dietro appunto molte storie: quelle degli scopritori, quella della teoria, a volte anche i miti di culture lontane. L’evoluzione stellare, che è il mio campo, ad esempio, è una storia: la storia dell’eterna lotta tra la pressione di radiazione delle reazioni termonucleari e la forza di gravità. Ripeto, è una questione di come si vuole veicolare un certo contenuto. In questo senso, non c’è grande differenza con la narrativa. 

D’altronde, la mia esperienza è che la fantasia sia un fattore importantissimo nell’indagine scientifica. Qui in genere mi piace citare Carlo Rovelli, che nelle sue Sette Brevi Lezioni di Fisica dice appunto che la scienza è prima di tutto una questione di visione e immaginazione. E mi torna sempre in mente il giovane Einstein che immagina di trovarsi con una torcia a cavallo di un raggio di luce. La fantasia è necessaria per produrre idee nuove che riescano a spiegare fenomeni nuovi. Senza capacità di immaginare non c’è progresso. 

Io spero che in futuro non si debba più assistere a questa divisione in compartimenti stagni che vediamo oggi nella cultura italiana: scienza di qua, figlia di un dio minore, e letteratura nell’empireo, una cosa che fa male tanto alla prima che alla seconda. In parte ho scritto questo libro anche per dire che la scienza, come tutti i prodotti dell’intelletto umano, è cultura, e di altissimo livello.”

Un flirt cosmico

Aurora fotografata da Warren Justice, Whirlpool Lake, Riding Mountain National Park, Manitoba, Canada. Strumentazione: Canon 5D 24 mm lenti fl.4.. Fonte Space Weather.com
Aurora fotografata da Warren Justice, Whirlpool Lake, Riding Mountain National Park, Manitoba, Canada.
Strumentazione: Canon 5D 24 mm lenti fl.4.. Fonte Space Weather.com

Quante volte abbiamo osservato le splendide immagini di aurora polari? Qualcuno di noi e’ stato pure fortunato a vederle e a fotografarle.

Non avvengono solo sulla Terra. Anche su altri pianeti si formano le aurore. Su Giove, per esempio.

Hubble Space Telescope cattura questa aurora nel marzo 2007 sul'emisfero nord di Giove. Crediti: NASA/JPL/HST
Hubble Space Telescope cattura questa aurora nel marzo 2007 sul’emisfero nord di Giove. Crediti: NASA/JPL/HST

Tra il 17 e il 21 marzo 2007 l’Hubble Space Telescope ne ha catturata una di grandiosa mentre stava seguendo il fly by della sonda New Horizons (avvenuto il 28 febbraio), quella sonda che quest’anno raggiungerà la sua meta finale, il sistema Plutone-Caronte. L’aurora, catturata dalla camera ultravioletta a bordo di HST denominata Advanced Camera for Survey, aveva un’estensione di centinaia di chilometri e si trovava a circa 250 chilometri al di sopra di quella che possiamo definire “superficie” del pianeta (anche se non esiste una vera e propria linea di demarcazione tra il gas dell’atmosfera e la superficie, trattandosi di un pianeta gassoso). L’aurora viene prodotta da particelle elettricamente cariche emesse da Sole vengono catturate dal campo magnetico del pianeta e interagiscono con gli atomi dell’alta atmosfera gioviana attraverso un processo del tutto simile a quello che si osserva nelle aurore terrestri, tranne per il fatto che il campo magnetico gioviano e’ di parecchi ordini di grandezza più intenso di quello terrestre.

L'aurora nell'emisfero sud del pianeta Giove in luce ultravioletta catturata dalla Advanced Camera for Survey a bordo di HST. Crediti: NASA/JPL/HST
L’aurora nell’emisfero sud del pianeta Giove in luce ultravioletta catturata dalla Advanced Camera for Survey a bordo di HST. Crediti: NASA/JPL/HST

Ma quanto più intenso?

Questa interazione tra le particelle emesse dal Sole e quelle dell’atmosfera gioviana producono delle emissioni estremamente intense. Le immagini nell’ultravioletto permettono di osservarle (ricordiamo che e’ una banda invisibile ad occhio umano). Tipicamente, raggiungono una luminosità 10-100 volte maggiore di quella registrata nelle regioni polari terrestri.

Oltre a Giove, anche su Urano sono state osservate delle aurore. Facciamo un ulteriore balzo, e andiamo a vedere che cosa succede li’.

Il primo tentativo da molto vicino per osservare le aurore su Urano si ebbe durante il flyby della sonda Voyager 2, nel 1986. Urano e’ estremamente lontano, oltre 4 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra. Dal 1986 al 2011 Urano venne un pochino dimenticato, o meglio, non si ebbe piu’ loccasione di studiarne la sua magnetosfera con telescopi da terra e dallo spazio. Fino a quando, appunto, HST punto’ il suo potente occhio.

Si tratta di un mondo lontano ma estremamente peculiare per quanto riguarda l’orientazione del suo asse di rotazione. Mentre gli altri pianeti sono più o meno simili a delle trottole in rotazione attorno al Sole, Urano si può pensare a una trottola che e’ stata colpita su un fianco ma che mantiene ancora la sua rotazione.

Che aurore ci sono su Urano? Un pochino peculiari, come lo e’ il pianeta. Sono di breve durata, circa due minuti, e sottoforma di deboli puntini luminosi. Sulla Terra le aurore cambiano posizione e fanno cambiare di colore il nostro cielo, dal verde al viola per molte ore, a seconda della quantità di energia rilasciata durante le interrazioni tra le particelle.

Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.
Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.

Si fa l’ipotesi che l’aspetto delle aurore su Urano sia legato alla singolarità nella rotazione del pianeta e alle caratteristiche del suo asse magnetico. L’asse del campo magnetico e’ non solo spostato dal centro del pianeta, ma anche inclinato di 60 gradi dall’asse di rotazione, un’inclinazione estrema se confrontata con gli 11 gradi di differenza nel caso terrestre. Probabilmente, il campo magnetico di Urano e’ generato da un oceano salato al suo interno. Non si spiegherebbe altrimenti l’asse magnetico fuori centro.

Non solo. Le aurore catturate nel 2011 sono differenti da quelle osservate dal Voyager 2.Quando la sonda spaziale compì il suo flyby col pianeta, Urano era vicino al suo solstizio e il suo asse di rotazione era perciò puntato verso il Sole. In tale configurazione, l’asse magnetico formava un angolo molto grande con la direzione del flusso del vento solare, dando vita a una magnetosfera simile a quella della Terra, sebbene molto più dinamica. Grazie a questa configurazione legata al solstizio, le aurore su Urano durarono molto di più rispetto a quelle osservate da HST, e vennero osservate principalmente nella parte buia, o notturna, del pianeta, proprio come avviene sulla Terra.

Ora, pero’, torniamo sulla Terra. Vorrei raccontare qui una storia legata all’aurora. Non e’ proprio vero. Non saro’ io a raccontarla. E’ una storia che dura tre minuti. Ed e’ una storia che ha del romantico in se’. L’incontro tra Sole e Terra.

Ve la racconta Alessandra Zaino (che attualmente collabora per l’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera) e che nei giorni scorsi ha partecipato a FameLab a Bologna. Il racconto inizia al minuto 7.40. La storia si intitola Flirt Cosmico.

E’ un incontro magico, fatto di luci, fatto di emozioni. Un po’ come l’eclissi del 20 marzo che ha richiamato 500 persone a Milano, 300 persone a Bologna, altrettante a Padova. Tutti con gli occhi a guardare un incontro che suscita fascino da millenni. Anche quello delle aurore ha un fascino tutto speciale.

Fonti – Hubble Site – Hubble Monitors Jupiter in Supporto f the New Horizons Flyby 

Altre informazioni su – Space REF – NASA’s Hubble Space Telescope Follows Jupiter’s Aurorae During New Horizons Flyby 

AGU – American Geophysical Union – Uranus Auroras Glimpsed from Earth

Un ringraziamento speciale ad Alessandra Zaino.

Sabrina

La macchia… pastello

Potrebbe essere un delizioso quadro di colori pastello, una fantasia suggestiva di un ispirato pittore. Invece è un’immagine reale della macchia rossa di Giove, acquisita nell’ormai lontano 1979 dalla sonda Voyager 1, quando era praticamente all’inizio della sua insospettatamente lunghissima missione. Le sfumature, soprattutto quelle sul lato sinistro in alto, sembrano costituire davvero un tocco artistico d’eccezione, per una elaborazione astratta di innegabile fascino.

Macchia rossa Giove
Crediti: NASA, JPL; Digital processing: Björn Jónsson (IAAA)

Invece è Giove, appunto. Notate lo splendido dettaglio che la sonda – con tecnologia anni ’70 – era già in grado di restituire ai nostri occhi.

La sonda Voyager 1 è attualmente il manufatto umano più lontano che ci sia, con i suoi più che rispettabili diciannove miliardi di chilometri da casa. Trovo sorprendente, assolutamente sorprendente, il fatto stesso che – a questa distanza e dopo tutto questo tempo – il collegamento con la sonda sia ancora attivo. Potete vedere l’immagine (di cui ho fatto un ritaglio, secondo il mio gusto artistico) come riportata dal sito APOD pochi giorni fa.

Era appunto il mese di gennaio 1979, quando la sonda Voyager 1 iniziava ad acquisire fotografie del pianeta Giove, e ben presto la qualità delle immagine fornite dalla sonda superava quelle migliori disponibili da Terra. La Voyager 1 completava il suo incontro con Giove all’inizio di Aprile, dopo aver acquisito circa 19.000 immagini, insieme a molte misure scientifiche. Pochi giorni dopo era la Voyager 2 a riprendere l’incarico di mappare Giove, fino al mese di Agosto.

Insieme le sonde inviarono a Terra più di 33.000 immagini di Giove e dei suoi cinque satelliti maggiori. Un gran lavoro, che evidentemente non esauriva l’entusiasmo e la spinta propulsiva delle due sonde, che – dopo decenni, giunte al margine del Sistema Solare – continuano ad inviare dati.