La periferia, che arriva

Questa meravigliosa immagine, dopotutto, è il frutto di un viaggio. Di un lungo, lungo viaggio. Il lancio della sonda New Horizon, infatti , risale al lontano (si può ben dire) anno 2006, mentre l’arrivo nei dintorni di Plutone è avvenuto nell’anno 2015. Dunque, un viaggio di quasi dieci anni. Un cammino paziente, per arrivare a vedere, finalmente, a fotografare (e dunque ad immaginare ancor meglio), quello che per secoli è stato appena un puntino, è stato appena territorio della fantasia.

Ed ora invece lo vediamo, lo vediamo bene. Plutone, questo pianeta nano che dista da noi più di quattro miliardi di chilometri (quando va bene, spesso anche di più), ora lo vediamo, finalmente. In termini più ampi, ci parla di una periferia che stiamo imparando a conoscere. A vivere, in un certo senso. Sì perché quello che arriva alla nostra percezione, entra di fatto nel nostro mondo, nel nostro modo di pensarci e di pensare l’Universo.

Ed ecco che entra Plutone, per tanto tempo rimasto così elusivo. Perché ora, soltanto ora, riusciamo a porre lo sguardo sulla periferia del nostro Sistema Solare. Una periferia che finalmente arriva alla nostra attenzione.

Crediti: NASAJohns Hopkins Univ./APLSouthwest Research Institute

Già da questa immagine, è possibile ricavare una notevole dose di informazioni riguardo l’atmosfera del pianeta nano. In generale si può fare molta scienza, dai dati della New Horizons. Dieci anni di viaggio sono stati un prezzo da pagare certamente congruo, per questi dati preziosissimi (e che rimarranno unici, per chissà quanto tempo).

Quello che ci preme però, in questo contesto, è capire come la percezione umana del cosmo sta mutando, sta mutando velocemente. E’ un’epoca particolare, la nostra. Decisamente particolare. E’ un’epoca in cui dobbiamo per forza rinegoziare il nostro sentirci nel cosmo, e farlo probabilmente in forma più amichevole e morbida rispetto al passato.

I dati delle infinite sonde sparse nel nostro cielo, ci parlano di un cosmo raccontabile, un cosmo che dismette i suoi veli di mistero e timore e ci parla invece di meraviglie, di avventure, di cose da scoprire, di cose di cui poter finalmente parlare, cose che entrano nell’ultimo orizzonte della nostra percezione, e ci fanno sentire un poco più a casa, in questo Universo.

Grandissimo, sconfinato: certo. Ma esplorabile.

Centodiciotto anni più tardi…

Oggi è così, ma non è sempre stato così. Oggi certo, siamo abituati a catturare immagini facilmente, di qualsiasi cosa. Abbiamo sempre con noi uno smartphone che dispone ormai di un apparato fotografico di soddisfacente qualità, in modo che non ci stupisce più il fatto di andare in giro catturando immagini di mondo, di quel mondo che i nostri nonni si accontentavano – quasi sempre – di vedere con gli occhi, e basta.

Tra l’altro, è ben noto che i telefoni cellulari – e le moderne macchine fotografiche – siano equipaggiate con quelle CCD (nome che sta per Charge Coupled Device, ovvero Dispositivo ad accoppiamento di carica) che sono state ideate e sviluppate proprio in ambito astronomico.

Tutto questo, lo sappiamo, è storia di oggi. Ed appunto, non è sempre stato così. E non parlo della preistoria tecnologica, tutt’altro. Quando il sottoscritto iniziava a muovere i primi suo passi nel mondo dell’astronomia, per dire, le immagini dal cielo venivano ordinariamente registrate su lastre fotografiche. Con tutti i problemi di linearità, saturazione, rumore, che ogni buon astrofilo potrebbe spiegarvi (e spiegarci, anzi).

E’ utile allora tornare un attimo indietro, fare storia, capire la strada fatta, ed anche le meraviglie che già si potevano realizzare tanti anni fa, attrezzati di entusiasmo e dedizione.

Eccone certamente una, di autentica meraviglia.

Crediti: George Ritchey, Yerkes Observatory – Digitization Project: W. Cerny, 
R. Kron, Y. Liang, J. Lin, M. Martinez, E. Medina, B. Moss, B. Ogonor, M. Ransom, J. Sanchez (Univ. of Chicago)

E’ una fotografia della Nebulosa di Orione, realizzata appunto sopra una lastra fotografica. Eravamo all’alba del secolo che si è concluso, nel 1901. Sono passati ben centodiciotto anni, due guerre mondiali e tante altre cose (anche meno drammatiche, grazie al cielo), ma l’immagine conserva tutta la sua carica di meraviglia. Per la cronaca, l’autore fu un certo George Ritchey, astronomo e costruttore di telescopi.

Il bello, è che abbiamo ancora tantissimo materiale in lastre fotografiche (spesso a largo campo) che risultano molto utili per le ricerche attuali: esse naturalmente vengono digitalizzate con grande cura per poi poter esplorarne il contenuto informativo – a volte preziosissimo.

Perché in fondo, ogni vero futuro inizia così: con i piedi ben piantanti nel passato.

Plutone psichedelico

Il mondo, in fondo, è come lo si guarda. L’esperienza che abbiamo di questo universo, è fortemente dettata dai nostri stessi sensi, e da come li usiamo. E’ il modo di guardare tutto, che fa la differenza.

Ce lo dice anche un pianeta nano come Plutone. Siamo abituati a pensarlo in tanti modi, più o meno tutti grigi. Non siamo certo abituati a pensarlo… così.

Crediti immagine: NASA/JHUAPL/SwRI

Eppure è lui, è Plutone. Tutto vero. Certo, è un Plutone decisamente psichedelico, potremmo dire. Gli scienziati della sonda New Horizons – alla quale dobbiamo le migliori immagini di questo corpo celeste, da qui sicuramente a moltissimi anni – hanno applicato una tecnica detta di analisi delle componenti principali (una faccenda matematica che, detto di passaggio, usiamo anche noi per lavorare sui dati del satellite Gaia), al fine di generare una mappa di colori capace di porre in risalto, per l’occhio umano, anche i più piccoli particolari, enfatizzando la diversità di ambienti che si trova anche e perfino in questo quasi-pianeta, sicuramente molto più ampia di quanto ci saremmo mai aspettati.

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Migranti… cosmici

Ci siamo un po’ tutti abituati, e dobbiamo sempre lottare per sgretolarla, questa abitudine. Ci siamo abituati a pensare noi stessi e il cosmo come stazionari, e a ben vedere una cosa rafforza l’altra. Nella nostra mente si deposita il pensiero pigro, quello dell’assenza di novità, della mancanza persistente di cambiamento. Combattere questo pensiero è ritornare ad una economia della mente e del cielo (guarda un po’, abbastanza collegate) più sana, ariosa, bella e spaziosa.

Meno male che ci aiutano gli esempi, meno male che ci sono loro, i fatti. Quei fatti così testardi che almeno un po’, almeno per un po’, possiamo riconsiderare l’abbandono del modello stazionario, assolutamente smentito dall’evoluzione del pensiero scientifico stesso.

Prendiamo in esame, per esempio, questa bellissima coppia di galassie.

Crediti: NASAESAHubbleProcessing & LicenseJudy Schmidt

Il sistema di galassie si chiama Arp 194 e l’immagine, questa bellissima immagine, è stata acquisita dal Telescopio Spaziale Hubble. E’ evidentissimo il ponte di stelle in formazione che unisce le due galassie: questo ponte, la cui esistenza – se non bastasse vederlo – è stata anche confermata da accurate simulazioni al computer, su cosa accade quando due galassie collidono.

Proprio le simulazioni ci dicono che le due galassie si sono attraversate, circa cento milioni di anni fa. Il risultato di tutto questo è appunto un “ponte di stelle” bellissimo e luminoso, che mantiene la connessione tra i due ambienti, ora di nuovo lontani (ma che sono destinati a fondersi in una singola galassia, nell’arco temporale di un miliardo di anni). Che poi, se guardate proprio bene, scoprirete che le galassie non son due, ma sono tre… a rendere il gioco ancora più vivo!

Le galassie dunque migrano, si intersecano, si attraversano e spesso proseguono per la propria strada. Oppure si accorpano, si fondono e diventano una sola galassia. Comunque vada, di solito l’incontro è tranquillo, non conflittuale: gli ampi spazi vuoti tra le stelle rendono il processo certamente meno terribile di quanto si potrebbe pensare.

E’ così, è proprio così. Le galassie si modificano, si muovono, si cercano (gravitazionalmente parlando), interagiscono tra loro. Niente è statico, nel cielo. Niente rimane uguale a sé stesso. Tutto cambia, giorno per giorno. Tutti cambiamo, ogni giorno.

Anche noi, se le previsioni sono esatte, incontreremo la galassia di Andromeda, tra circa quattro miliardi di anni. Ma potrebbe essere solo una testimonianza ulteriore del fatto che tutto evolve, nel cosmo.

E in noi, se lo lasciamo accadere. Se ci lasciamo evolvere, appena.

Notte dei ricercatori 2018

Siamo ormai alle soglie della Notte Europea dei Ricercatori 2018, la manifestazione promossa dalla Commissione Europea, coordinata in Italia, tra varie organizzazioni, da Frascati Scienza.  Tale associazione infatti si è aggiudicata anche questa volta il bando della Commissione Europea Horizon 2020 nell’ambito delle azioni Marie SkłodowskaCurie.

E siamo quest’anno alla tredicesima edizione di questa interessante iniziativa. Avevamo già sottolineato come questa sia una occasione preziosa per riconciliarci con la pratica scientifica, scoprire l’umanità di chi fa ricerca e comprendere che le domande dello scienziato di professione sono esattamente le nostre, perché l’universo sollecita ogni uomo, potremmo dire, verso questa indagine, a tutto campo.

E proprio l’universalità di questa chiamata si riverbera assai bene nel titolo scelto per la manifestazione di quest’anno, quell’attraente Be a Citizen Scientist che davvero invita ognuno di noi a confrontarsi con l’impresa scientifica, la quale da tempo ha travalicato l’ambito del laboratorio specializzato (con tutta la sua carica esoterica che lo avvolge nell’immaginario collettivo) e – soprattutto grazie ad Internet – è arrivato a bussare alle porte delle nostre case, in cerca di chi abbia curiosità e passione per partecipare a questa impresa.

Ormai la scienza è di tutti, perché veramente tutti possono partecipare a qualche progetto e regalare un po’ di tempo per fare vera scienza, qualunque sia la propria preparazione: è il senso ancora tutto da esplorare del cittadino scienziato, una vera rivoluzione dei tempi moderni. Progetti come ZooUniverse, di cui ci siamo occupati diverse volte, sono appena la punta di diamante di un settore in progressiva, direi irreversibile espansione. 

La Notte dei Ricercatori, ed in realtà tutta la settimana che la comprende, è un’occasione ulteriore e ancor più diretta per entrare in contatto con la scienza dal vivo, declinata in una ampia rosa di possibilità di incontri. Il programma della manifestazione è appena stato pubblicato, vale la pena consultarlo perché nella sua ricchezza troveremo sicuramente il punto in cui la traiettoria scientifica incontra il nostro gusto personale, la nostra voglia di scoperta. 

E le occasioni non mancano, sicuramente! Sapevate ad esempio che la cucina è un eccellente lavoratorio scientifico? La scienza è in tavola si occupa proprio di questo (Frascati, 24 e 25 settembre). O se si vuole nutrire la propria passione storica, Le Mura Aureliane a Porta Latina: storia e restauri costituisce un ottimo science trips per cui dedicare il pomeriggio di lunedì 24 settembre. Oppure, perché no, potremmo trovarci impegnati in “Scacco al bullo”, una partita di scacchi viventi, a Villa Torlonia (Frascati), in quel di domenica 23 settembre!

Signori, qui si fa scienza! 😉 

Ma sono solo alcuni esempi, scelti per significare l’ampiezza del ventaglio delle offerte della settimana: il rimando al programma, come dicevamo, è obbligato, per assaporare il gusto di una scienza articolata in moltissimi modi e intrecciata a tante simpatiche iniziative.  

Perché la scienza è di tutti, è un bene comune davvero. E non conta tanto dirlo, ma (potremmo dire, in linea esatta con il metodo proprio della scienza), dimostrarlo. E questa è un’occasione preziosa, per impararlo. Preziosa, e divertente. 

La scienza infatti è anche gioco, gioco dell’uomo che impara dalla Natura, uno dei giochi più belli che ci siano. Venite dunque a giocare con noi?