Tutto quello che si vede… ed oltre!

Non è troppo diverso da quel che si pensava un tempo, alla fine. Ovvero, è sempre possibile mettersi al centro di tutto, e non è necessariamente un danno. L’importante – vorrei dire – è esattamente nel come lo si fa. Se è un passo che compiamo  con tracotanza ed arroganza, oppure con tremore e timore. Cambia tutto, anche se il centro è lo stesso, il punto focale rimane invariato. Geometricamente la stessa cosa. Esistenzialmente, un ribaltamento completo di prospettiva.

Per questo non mi disturba pensare la Terra – oggi, nel 2018 – al centro dell’universo, perché in un certo senso è davvero il centro. E’ il centro dell’universo osservabile, quello cioè di cui noi possiamo avere esperienza.

L’universo osservabile. Crediti & Licenza: Wikipedia, Pablo Carlos Budassi

Nell’illustrazione artistica, ripresa da APOD, si spazia con andamento logaritmico dall’universo vicino (quello prossimo al centro, con i pianeti del Sistema Solare) alle regioni più lontane, disseminate di galassie delle forme più disparate. Fino poi alle regioni estreme con cui possiamo venire a contatto, che sono quelle dalle quali, passati i filamenti di materia primordiale, ci giunge solo la radiazione di fondo cosmico, ovvero l’eco del Big Bang, quel grande scoppio da cui il nostro cosmo si è originato.

E questo è tutto. Oppure no?

Vediamo. I cosmologi ritengono che l’universo osservabile sia parte di qualcosa di ben più grande, un “universo” che contiene delle parti (anche abbastanza estese) con le quali non possiamo assolutamente venire a contatto, perché – sostanzialmente –  oramai troppo lontane a causa dell’espansione accelerata, tanto che nessun segnale può giungere fino a noi. E’ una zona a noi completamente preclusa, ci piaccia o no.

E questo è proprio tutto, stavolta. Oppure…

Vediamo. C’è chi argomenta che anche il nostro universo potrebbe essere “semplicemente” un esemplare di una specie di costellazione di universi (che ordinariamente sono isolati uno dall’altro), dove magari vigono anche leggi fisiche differenti. Per dirla tutta, ci sono anche delle teorie per le quali in ogni istante l’universo si divide in una miriade di altri universi. 

Mi sto riferendo alla cosiddetta interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica. Certo non la sola ad ipotizzare una collezione di universi, oltre al nostro. Ma sicuramente una delle più pazzesche, solo che ci si pensi un momento.

C’è da dire che queste idee, seppur indubbiamente suggestive (e percolate, significativamente, nella percezione comune), non sembrano avere – almeno al momento – alcuna possibilità di verifica nel senso scientifico, o comunque di falsificazione nel senso popperiano: per farla breve, non c’è modo di dire se sono giuste o sbagliate. Possiamo pensarne quel che vogliamo, tanto non c’è da fare esperimenti o misure (almeno, per ora) per decidere.

Semplicemente, perché di altri universi – per definizione – non possiamo avere alcuna conoscenza (altrimenti sarebbero comunque parte del nostro, anche in senso filosofico). Per noi dunque c’è un mondo, semplicemente uno.

E non è poco, vista l’estensione e l’abbondanza che lo contraddistingue. E tenuto anche conto che ancora, di questo universo, dobbiamo – davvero – comprendere quasi tutto.

Anche, oserei dire, come viverci nel modo migliore, più bello

Tutto in un minuto…

La storia di tutto quanto, potremmo dire: raccontata in appena un minuto. A questo ci conduce la visione del video qui di seguito. Nonostante il tempo ridotto, niente – potremmo dire-  viene lasciato fuori. Si parte infatti dal vero inizio, da quel Big Bang che riteniamo abbia dato il via a questo universo, e si prosegue poi con un viaggio velocissimo attraverso il cosmo primordiale, dove “presto” si arriva alla formazione della Terra e della Luna.

Video Credit & Copyright: MelodySheepSymphony of Science, John Boswell; Music Credit: Our Story

L’avventura prosegue poi con l’emergere della vita multicellulare, e si giunge all’epoca dei  rettili e dei dinosauri. A questo punto, come sappiamo, c’è il punto di rottura (e ripartenza) dato dall’impatto devastante con un gigantesco meteorite. La ripartenza seguita all’estinzione di massa, è data proprio dall’avvento sulla scena del mondo dei mammiferi.  Siamo dunque alla comparsa dei primi uomini, e finalmente – sempre andando avanti veloce – allo sviluppo della moderna civiltà, così come la conosciamo.

Il video termina con una bellissima immagine di un uomo in cima ad una montagna, quasi segno tangibile ed evocativo di una rinnovata unione tra un uomo – finalmente  consapevole di quanto è stato necessario per la sua comparsa nell’economia del cosmo – e la natura immensa che lo circonda.

Per tutto questo, vale la pena prendersi un minuto. Indubbiamente.

Eta Beta, astrofisici a confronto

E’ stata una ottima esperienza quella di ieri mattina. Soprattutto, direi, una esperienza umana. Perché magari c’è questo, che vai con l’idea appena di prendere parte ad una trasmissione – per la cronaca, Eta Beta, condotta da Massimo Cerofolini su Radio Uno – e scopri quasi senza volerlo, che succede ben di più. 

In sala per la trasmissione, con Massimo Cerofolini

Perché essere lì, comunque, è ritrovarsi in mezzo ad una trama di umanità che non ti molla. Che ti avvolge dal primo momento in cui arrivi a Saxa Rubra, ancora un po’ timoroso perché sai che non puoi sapere esattamente cosa accadrà, come si svilupperà il discorso. E poi sarai in diretta nazionale, dopotutto.

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L’universo poetico

Vi sono parole intorno alle quali si possono dire cose sempre diverse, atteggiamenti e attitudini fondamentali, opzioni essenziali dello spettro delle possibilità umane. Parole cardine, intorno alle quali si possono far risplendere colori in maniera continuamente cangiante. Le parole sono importanti, ci avvertiva un saggio Nanni Moretti già diversi anni fa. Ne scelgo una, apparentemente lontana dal tema che ho scelto, che invece si dimostrerà — spero — essere la via più diretta per entrare davvero in argomento.

Prendiamo la parola umiltà. La si può approcciare in innumerevoli modi. Uno di questi, la cui evidenza mi colpisce continuamente, è che oggi, lo studio dell’uomo e insieme del cosmo, suggerisce proprio un atteggiamento di umiltà, derivante essenzialmente dal riconoscimento — forse mai stato così chiaro — di quante cose non sappiamo.

 

Quanta parte ignota nella conoscenza del cosmo!
Mai il socratico so di non sapere, a pensarci bene, è stato così manifesto, solo che lo si voglia guardare. Bisogna però, appunto, saperlo guardare. Vedere il quadro generale. Ad esempio, davanti al mare di notizie astronomiche che ci arrivano continuamente dai vari media (cosa certamente ottima), di fronte a scoperte così eclatanti come quella recentissima del sistema Trappist-1 con sette pianeti forse abitabili, chi pensa mai al fatto che in realtà più del 95% di tutto l’Universo è composto — secondo le teorie più accreditate — da qualcosa di cui non conosciamo la natura?

 

Energia oscura e materia oscura insieme, nel quadro teorico attuale, rendono conto di quasi tutto l’Universo. Tutto, praticamente tutto. Tranne un misero 4,9%. Che poi è quello che compone la materia che conosciamo, ed è praticamente tutto ciò che sappiamo (in realtà ne sappiamo ancora meno, perché anche di quel 4.9% le cose ancora da capire non sono affatto poche…).

 

Comprendete cosa stiamo scoprendo? Consideriamo che quel piccolissimo 4,9% “visibile” è ciò che costituisce la Terra, il Sole, le stelle, i pianeti vicini e lontani, il nostro corpo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo… Quel che, nella vita ordinaria, ci sembra tutto, ed è appena, invece una piccola piccola parte, di un qualcosa di immensamente più esteso, ed invisibile agli occhi. La scienza ci viene a dire che la gran parte di quello che esiste, è qualcosa della quale non possiamo avere esperienza diretta: è in un certo senso fuori dal nostro mondo.

Credo allora che il primo messaggio da trattenere sia questo: quasi tutto quello che esiste, non si vede.

L’armonia nascosta è più potente dell’armonia manifesta, diceva Eraclito, già 2500 anni fa. E sembra proprio che i dati della ricerca cosmologica più recente, non facciano altro che confermare, anche dal punto di vista strettamente scientifico, l’asserzione del noto filosofo.

Tutto ciò che vediamo, ammiriamo… sembra appena una piccolissima parte di ciò che esiste.
Cosa possiamo dire oggi, dal punto di vista astronomico, di questo quasi tutto che è comunque inaccessibile ai nostri sensi? Cosa sappiamo davvero, di energia oscura e materia oscura?

Ebbene, l’energia oscura è un’ipotetica forma di energia non direttamente rilevabile, diffusa omogeneamente nello spazio. Si stima appunto che rappresenti circa il 68% della massa energia dell’universo (parliamo di “massa energia” perché sappiamo che massa ed energia sono in fondo completamente equivalenti, come ci ha insegnato Einstein). L’energia oscura è anche il modo più diffuso fra i cosmologi per spiegare l’espansione accelerata dell’universo, ovvero il fatto che i corpi celesti si allontanano l’uno dall’altro con velocità crescente (grossa sorpresa anche questa, scoperta solo in tempi recenti). Essa costituisce pertanto un’importante componente del cosiddetto “modello standard” della cosmologia basato sul Big Bang. A sua volta il Big Bang è la “storia” scientificamente più accreditata di formazione dell’universo di cui al momento disponiamo. Quella accettata dalla quasi totalità dei ricercatori, come ipotesi più realistica di formazione dell’universo, e quella che spiega meglio di ogni altra, i dati di cui disponiamo. Il nostro universo, secondo questo quadro, è nato circa 13,7 miliardi di anni fa, da un “grande scoppio”, e da allora è in continua fase di espansione.

Questo per quanto riguarda appunto l’energia oscura, così intimamente connessa alle dinamiche di inesausta espansione del nostro universo.

Con materia oscura si definisce invece un’ipotetica componente di materia che non è direttamente osservabile, in quanto, diversamente dalla materia conosciuta, non emette luce e si manifesta unicamente attraverso i suoi effetti gravitazionali. In base a diverse indagini sperimentali e ad una serie di evidenze indirette, si ritiene che la materia oscura costituisca una grande parte, quasi il 27%, della massa energia presente in totale nell’universo.

Ovvero, tirando le somme in maniera un po’ spiccia, ma sostanzialmente corretta: tra energia oscura e materia oscura, se il modello di universo tiene (e molti indizi ci dicono che tiene…), vuol dire una cosa molto importante: vuol dire che è quasi tutto invisibile, per noi.

Qui uno potrebbe pensare, va bene, lo studio del cosmo è peculiare e complicato. D’accordo. Ma che dire dell’uomo? Dell’uomo ormai sappiamo tutto.

E invece non è affatto così.

E la cosa curiosa è che anche qui andiamo a sbattere in percentuali molto simili, anche se meno rigorosamente definite. Leggo infatti dai trattati di psicologia come circa il 95% della nostra mente sia costituita dall’inconscio. Ovvero quel luogo dove avvengono processi psichici inaccessibili al cosiddetto pensiero cosciente, che esorbitano, in altre parole, dal pensiero razionale.

Dunque anche qui la nostra razionalità si deve fermare, si deve arrendere, davanti ad una sostanziale ignoranza. Possiamo certo scandagliare l’inconscio, possiamo speculare sui suoi effetti, ma è un po’ come lanciare una sonda nello spazio: portiamo a casa dei dati preziosi, ma intorno rimane comunque il mistero più profondo. Siamo davanti all’evidenza di una zona non investigabile direttamente, ma che ha effetti decisivi sulla parte conosciuta. E vale, come vedete, tanto per lo “spazio al di fuori” (l’universo) quanto per lo “spazio al di dentro” (la psiche).

Questa straordinaria concordanza si è maturata solo in epoca recentissima, ed è certo significativa dei “tempi estremi” che stiamo vivendo.

Non so voi, ma personalmente questo alone così esteso di ‘non conosciuto’ non mi inquieta per niente, anzi lo trovo quasi rassicurante. Prendere atto di questo stato di cose, lungi dall’essere scoraggiante, implica invece che io non possa mai dire, né come uomo né come ricercatore, la terribile frase è tutto qui? Implica, dunque, la consapevolezza di avere davanti un cammino, un cammino che ci potrà riservare ancora molte sorprese. Un cammino che, io credo, potrà davvero svolgersi soltanto rinnovando la nostra mente, per adeguarci a comprendere ciò che ancora ci è oscuro.

Ed è qui che vorrei innestare una personale considerazione, che riguarda specificamente il modo di guardare a questo nostro limite, a questo nostro gigantesco non sapere. A mio avviso infatti un universo così ampiamente misterioso è intrinsecamente un universo poetico. E’ cioè un universo al quale possiamo approcciarci in maniera soddisfacente, a livello umano, solo se non ci limitiamo ai parametri conoscitivi della scienza, ma ci apriamo ad un ambito più vasto. La scienza, lo abbiamo visto, ci circoscrive a quel piccolo 4.9%. Ed è una informazione straordinaria, precisa, limpida come non mai. D’accordo. Ma come riempire il resto? Di cosa riempirlo?

Non riempirlo, non è una scelta. Non è una opzione. Perché comunque la natura aborre il vuoto, e dunque verrebbe in ogni caso riempito. Da chiacchiere, pensieri, preoccupazioni, se non altro (come spesso avviene). Il nostro cielo è sempre composto, completo. Allora è necessario forse un atto di volontà, di focalizzazione. Decidiamo noi come riempire il cielo, creiamo il cielo da riempire. La scienza si fa da parte, ci lascia campo. Ed è un universo da riempire innanzitutto di senso, e dunque di poesia. La poesia è infatti, potremmo dire, il lavoro di dare un senso ultimo e corroborante all’insieme delle cose, di ricercarlo in modalità intuitiva, non razionalistica. E questo universo chiama ad un atto poetico, perché vuole farsi conoscere più intimamente che soltanto con l’indagine razionale.

E nello stesso tempo, la poesia stessa chiama l’universo, lo vuole a sé. Si stanno cercando, vedete. E’ un rapporto di desiderio, di mutuo desiderio.

Se non ci credete, ascoltate cosa dice Ungaretti, in una della sue “Poesie Sparse”

I Giorni e le Notti suonano / in questi miei nervi d’arpa // Vivo / di questa gioia malata / d’universo / e soffro / per non saperla accendere / nelle mie parole

La gioia del poeta è malata di universo perché vuole la totalità, non si accontenta di niente di meno del tutto. L’universo. Viene a riempire il vuoto che lascia la scienza, e non certo usurpando o calpestando il suo lavoro. Piuttosto, viene a saldarsi alla costruzione scientifica per restituire un sapere più globale all’uomo. Non si tratta infatti di andare contro la scienza, si tratta di ritornare ad un’idea di uomo più completa, che integri il sapere scientifico all’interno della più vasta conoscenza umana.

Ecco allora cos’è l’universo poetico: è lo spazio di conoscenza, in prospettiva, di un uomo che torna completo. Che integra dentro di sé i diversi saperi, ben sapendo che in ultima analisi non sono diversi affatto.

Cosciente della infinita sproporzione tra me ed Ungaretti (poeta che ammiro visceralmente) così provo anche io a dire nella poesia “Multiversi”, della raccolta “In pieno volo”:

Guardo intanto / la poesia più nostra // La modulazione flebile / di onde elastiche tese / rese trasparenti dal sole / e l’ombra. // Che si succedono intime / negli immensi spazi interni. // Dove aspetti me / è dove io ti aspetto / a balbettare l’idea pazza di compimento / di là di ogni ombra, ogni male. // Così le campane suonano — adesso — che impudica inarchi / la pazienza non detta / portata a pelle come diadema. / L’unico ornamento del resto // più bello ed essenziale / di te, nuda. // L’unico profumo più soave / del tuo stesso odore. // Ed ogni tuo piegarsi / è mostrare, invitare: / creare tempo e spazio. // Perciò lo vedo / Tra chi non si mischia di poesia e chi si imbratta invece / — camminando a filo tra ridicolo e sublime — / piovono grappoli di orizzonti, miriadi di universi. // Come tra un “no” e un “così sia” / tale è distanza / che l’infinito stesso è poca cosa.

Perché so che sono appena all’inizio del viaggio di scoperta (del cosmo e di me stesso), ogni atteggiamento più o meno arrogante sarebbe decisamente fuori luogo. Come sarebbe fuori luogo ogni tentazione di razionalismo che limitasse il reale al razionalmente conoscibile (“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie — oracolo del Signore”, Is. 55,8). Molto meglio sarebbe arrendersi, ammettere che vi sono realtà che superano infinitamente la mia comprensione.

E la attitudine più giusta tornerebbe dunque ad essere l’umiltà, la coscienza tenera e liberante delle proprie capacità e dei propri limiti.

(Testo del mio intervento su invito presso l’associazione Frascati Poesia, svolto in data 6 marzo 2017, ripubblicato dal blog AltraScienza.it)

Vivere in periferia

E’ interessante comprendere come ogni epoca abbia dei propri paradigmi. Come vi siano degli schemi di percepire le cose, schemi che vengono spesso rinforzati dall’indagine del mondo reale: quell’indagine che si ritiene oggettiva, restituisce una visione del mondo organica e coerente con quella già raggiunta dal pensiero umano. Del resto, il mondo è di una intrinseca complessità e non linearità tale, da farsi capace di risuonare su una molteplicità di livelli, eccitare diverse serie di autovalori. In ultima analisi, di intonare la stessa risposta sulla peculiare modulazione della domanda.

Così, se abbiamo vissuto per lunghi secoli convinti di essere al centro dell’universo — convinzione peraltro rinforzata dall’indagine scientifica, per come poteva essere perseguita al tempo — ormai da tempo ci siamo spostati su un livello diverso di percezione, più matura ed articolata.

Dal centro alla periferia, potremmo dire, con movimento inarrestabile. E’ quella periferia che immediatamente non può che farci pensare — anche a prescindere dal fatto di essere, o sentirsi, più o meno cattolici — a tanti discorsi di papa Francesco. Quello che in questa sede più ci interessa è notare come questa nozione (o meglio questa percezione) informi di sé vasti campi del sapere umano, in uno scenario che appare condensarsi ordinatamente intorno ad un senso compiuto e coerente.

Basterà qui appena esplorare sommariamente quello che più riguarda l’astronomia, lasciando ad altri una esplorazione in altri campi del sapere, sicuramente molto produttiva. Peraltro, qui giochiamo facile, è subito evidente: tutti gli ultimi secoli possono essere facilmente letti esattamente come un progressivo e ostinato dislocamento dal centro verso la periferia.

Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio...
Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio…

Uno spostamento, esattamente. Perché per la percezione umana di questo si è trattato: di un ingente, immenso spostamento del nostro punto d’essere dentro l’universo. Uno spostamento totalizzante, epocale. Di cui ancora molto deve avvenire, nella nostra mente. E’ difficile ancora, molto difficile, in certe situazioni non esclamare, non pensare, non agire come se questo ci informasse totalmente, come se questa cosa già superata dalla scienza, ancora pervadesse interamente la nostra percezione interna: “io sono il centro”.

Dobbiamo ammettere che non di rado ci troviamo ad inseguire i nostri stessi risultati, anche scientifici. Non sarà fuori luogo richiamare appena la meccanica quantistica, o anche la relatività generale. Schemi concettuali ormai verificati e consolidati, che però ancora faticano ad entrare nella percezione comune: il nostro schema del mondo è ancora e per larga parte puramente e rigidamente cartesiano, bloccato in schemi fin troppo meccanici di causa-effetto.

Ma come accade sovente, il mondo stesso ci aiuta e ci prepara in questo spostamento, probabilmente troppo grande per le categorie umane. Ecco che la scienza stessa ci viene in aiuto, mostrando tra l’altro la sua decisiva importanza per la crescita e la maturazione umana. Per ciò stesso, importanza tutt’altro che limitata all’uso della tecnica, ma di portata culturale decisiva.

Ma torniamo al nostro ambito più prettamente astronomico, com’è giusto.

Cosa è accaduto in astronomia negli ultimi secoli? Semplificando enormemente, possiamo dire  questo, che la Terra si è mossa. E di parecchio, anche: è stata progressivamente spostata, da centro del tutto a pianeta orbitante attorno ad una stella (la rivoluzione copernicana, come sappiamo: e proprio di rivoluzione si tratta, perché è il primo passo concreto verso una costruzione di un modello di universo radicalmente altro). Guardate tuttavia come l’operazione di dislocamento, così salutare per la nostra percezione (e così fastidiosa per il nostro ego), non si fermi affatto qui. Assolutamente. Spostare la Terra da centro del tutto a pianeta orbitante intorno ad una stella, è stato solo il passo iniziale.

Dove si trova infatti il Sole? Al centro di qualcosa? In altri termini, possiamo appena sperare di “ricentrarci” su scala un po’ più estesa? No, questo non ci è possibile: sappiamo infatti ormai bene che il Sole si trova alla periferia esterna di una grande, smisurata Galassia (detta anche Via Lattea). Non siamo affatto al centro geometrico nemmeno del nostro sistema stellare, ne abitiamo anzi ben lontani.

Questo ragionamento potrebbe continuare, a scale più estese. Ed è anzi interessante osservare come questo di fatto continui, come se la moderna indagine sull’universo allargasse e propagasse questo paradigma del decentramento ad ogni scala che possiamo ancora esplorare. Tanto per non dimenticare il messaggio, questo viene reso invariante di scala.

Anche su scala galattica, infatti, siamo portati a decentrarci, a dimorare nella periferia. La nostra Via Lattea, come ben sappiamo, fa parte del Gruppo Locale (nome che dovrebbe pur dirvi qualcosa, visto che siete lettori di questo sito…), ove è sicuramente una grande galassia ma non certo l’unica. E non è al centro, nemmeno di questo.

A sua volta poi il Gruppo Locale si trova ai margini dell’ammasso di galassie della Vergine, un aggregato di galassie che al suo interno ne conta più di mille, a sua volta parte del Superammasso Locale, un insieme che raduna al suo interno diverse centinaia di gruppi di galassie.

E fino a pochi anni fa, ci saremmo fermati a questo livello, intimamente convinti che più di ciò non si potrebbe salire. Sono le evidenze più recenti che ci hanno fatto fare un altro salto nelle ampiezza cosmiche, in questo gioco inesausto di scatole cinesi: il Superammasso Locale, come sappiamo oggi, ci appare oggi come un lobo di una struttura cosmica ancora più estesa, un insieme di circa centomila grandi galassie che si estendono per una larghezza spropositata, pari a circa 400 milioni di anni luce.

Stiamo parlando di Laniakea (dalla lingua hawainana, incommensurabile paradiso), il superammasso di galassie in cui è compresa anche la Via Lattea: la struttura più grande di cui si abbia percezione al momento attuale. Interessante, nel particolare contesto che stiamo esplorando, l’indicazione del fatto che anche in questa struttura — guarda caso — il nostro Gruppo Locale risulti situato in una posizione del tutto periferica, ben lontano dal centro geometrico o gravitazionale di questo immenso sistema.

La scienza ci dice dunque che siamo decentrati, ad ogni livello possibile di indagine. Ci si può fermare certo alla mera ragistrazione del fatto, certo. Oppure si può leggere questo reiterata evidenza in molti modi, se lo si vuole. Se si cerca una intelligibilità profonda del reale, si può arrivare infatti a comprendere come niente appaia avvenire “per mera casualità”. A questo punto, la stessa ricerca scientifica può leggersi con profitto anche come una educazione permanente a sempre nuovi paradigmi, progressivamente più articolati e complessi dei precedenti.

Abbiamo appena visto – anche se per sommi capi –  come la nozione di “abitare la periferia”, si venga a comporre in uno scenario consistente ed omogeneo, dall’ambito teologico a quello astronomico (per non parlare delle evidenze che si potrebbero raccogliere altrove). Possiamo pensare che sia un caso, e abbandonare questa opportunità di lavorare una sintesi di pensiero, oppure possiamo scegliere di andare oltre. Ovviamente, procedendo non più con il metodo scientifico, ma rischiandosi in una visione più globale che metta insieme i dati fin qui raccolti.

Vorrei appunto tentare, notando appena come abitare la periferia implichi inevitabilmente il coraggio di decentrarsi, implichi cioè l’atto di massima umiltà consistente nel togliersi dal centro del mondo: e questa umiltà, praticata quotidianamente, può magari diventare un nuovo respiro, che regala poi molto di più di quanto sembra che abbia abbandonato.

E’ un paradigma che attende ancora compiutamente di essere esplorato, ad ogni livello conoscitivo ed esistenziale. Ci vuole tempo, e questo non deve scandalizzare: è troppo nuova la cosa, troppo nuova se non semplicemente declamata ma totalmente assorbita e fatta propria.

Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione, cantava acutamente Gaber. Pensiamo allora al tempo che ci è voluto per “digerire” l’idea di non essere al centro di tutto, pensiamo a quante volte agiamo e pensiamo come se non l’avessimo digerita affatto.

Quanto ci vorrà allora per svestirci davvero dell’idea di dover essere “dominanti” o “in posizione centrale” per capire che dalla periferia possiamo fare tanto, e godere (tutto sommato) della vista (e a volte della vita) migliore? Non so, se ci spostiamo un attimo dal centro del mondo, forse ci togliamo dalle spalle  anche un po’ il peso di doverlo reggere. Vediamo con piacere che il mondo può cavarsela bene da solo, che anzi ci è dato, ci è donato. Possiamo perfino prendere in considerazione l’ipotesi di rilassarci un pochino, nel merito. E ragionare sulla portata di questo spostamento. Cosa metteremo allora al centro vivo di tutto? Attorno a che cosa tutto ruoterà, nelle nostre vite e nella vita dell’Universo, se non siamo più noi stessi nel centro? E quanto tempo ci vorrà, per avvertirlo non più solo nel pensiero concettuale, ma nella nostra carne viva?

Tanto tempo, probabilmente tanto tempo. Eppure, chi scrive ha la forte sensazione che tutto il tempo che ci vuole, sarà comunque un tempo prezioso, un tempo ben speso.