Ciò che le stelle possono ancora dirci

di Luca Cimichella

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo innanzi a me e le associo immediatamente con la coscienza della mia esistenza.»

Da quando Kant così magnificamente concluse la sua Critica della ragion pratica, da «L’amor che move il sole e l’altre stelle» di Dante, o dai commoventi dialoghi leopardiani col cielo notturno, moltissime più cose di quanto questi maestri avrebbero mai creduto sono cambiate nella conoscenza del cielo, e tuttavia le loro parole continuano a risonare in noi con quella specie di vibrazione di bellezza, che per noi ha subito anche il sapore di una qualche “celata” verità…

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Dopo materia ed energia oscura, dopo le teorie sui multiversi, sui tunnel spazio-temporali, dopo la mappatura dell’universo osservabile e la scoperta che per noi visibile è appena il 5% del cosmo reale; cosa può ancora dirci, a noi umani, quel medesimo cosmo che da millenni stregoni, veggenti, sacerdoti, astronomi e artisti interrogano in cerca del divino? … Quali risposte, e soprattutto con quali domande, a quali scopi è ancora degno di essere interrogato, questo universo? –

Il poeta recanatese parla con un cielo bellissimo, misterioso, ma anche terribilmente indifferente al dolore umano: un cosmo lontano, un’immensità che sovrasta e rimpiccolisce l’uomo, lo manifesta per quella povera piccola formica che è, smontandogli all’istante ogni “superba fola”.

Ma non solo poetica è la disperazione, spesso cieca, con cui l’uomo vive – soprattutto oggi – questa consapevolezza di vuoto, questo smarrimento, questa vertigine in cui tutto il Novecento nuota e precipita, e urla (Munch) e si uccide dopo che lo spazio innanzi a lui si contorce (Van Gogh).

A partire dal crollo definitivo della millenaria concezione geocentrica dell’universo, assistiamo parallelamente ad un isolarsi e rimpicciolirsi incessante del nostro pianeta, così come ad un’atomizzazione progressiva dell’uomo nella società: una ricerca di libertà interpretata spesso come individualismo, privatizzazione, frammentazione in tanti in-dividui in naturale competizione tra loro, per sopravvivenza e prevalenza sugli altri. Non possiamo nasconderci infatti che il modo in cui l’uomo pensa se stesso e i suoi rapporti sociali è, anche involontariamente, molto influenzato dalla concezione che abbiamo del cosmo, cioè del contesto spaziale e temporale in cui abita il nostro pianeta. Il pianeta è una configurazione più alta e complessa dello stesso Io umano, che si rapporta con il suo contesto in base a come lo percepisce.

Dunque in gran parte l’uomo occidentale ha vissuto sino ad ora questo decentramento dell’io e del pianeta come una privazione, una diminuzione di importanza, un indebolimento. Paradossalmente, proprio il renderci sempre più conto dell’infinità inconcepibile del nostro universo ha comportato una perdita di speranza nell’infinito stesso, e un nostro sprofondamento rassegnato nella finitezza.

Oggi non possiamo più ignorare le domande esistenziali che inevitabilmente ci si pongono in un cosmo in espansione accelerata, con spazi vuoti di diversi milioni di anni luce che vanificano qualsiasi aggregazione di massa, e ci consegnano ad un destino quasi certo di eterno gelo, buchi neri e vuoto cosmico (Big Freeze). Come può l’uomo sopportare di sentirsi una tale nullità, cioè ancor meno di quanto aveva tragicamente cantato Leopardi? … Un ammasso momentaneo di atomi destinati a tornare nella massa cosmica, a sua volta destinata a questo eterno vuoto di ghiaccio, cancellatore totale di qualsiasi bellezza, di qualsiasi senso e umanità (come disse lo scienziato Russell). –

E cosa accadrebbe, al contrario, se capissimo un giorno che possiamo – se vogliamo – cambiare la nostra percezione di questa conoscenza, sperimentare in modo totalmente diverso l’universo e quindi i rapporti umani e sociali? Cosa accadrebbe se capovolgessimo radicalmente il nostro modo di vivere questa stessa condizione? Dopo la “morte di Dio”, quale legge suprema ci vieta ancora di mutare in un nuovo senso, in una nuova direzione la nostra coscienza, il nostro stesso Io e il modo nostro di stare nel cosmo? …È proprio questo che il grandissimo Kant tentava di dirci con la memorabile chiusa della sua opera, pur non raggiungendo ancora la radicalità con la quale noi ora siamo chiamati a riscoprire il significato profondo delle sue intuizioni. Come possiamo imparare a percepire in modo inedito il rapporto tra cielo e terra? Come possiamo cioè, nietzschianamente, sentirci parte dell’infinito che abbiamo scoperto senza farcene travolgere? …

Forse è arrivato il momento per l’umanità di rinunciare alla sola ricerca negli infiniti spazi del cosmo; forse è il tempo per l’uomo di portare a compimento quel lungo e ben più grave viaggio nell’anima, già iniziato negli ultimi secoli, così da cambiare la lente stessa dei nostri telescopi, cioè la mente dell’uomo: quella stessa mente attraverso cui filtra qualsiasi fenomeno del mondo esterno, dalla mollica alla galassia. Nel profondo, l’immortale messaggio kantiano è quello di cambiare la nostra mente, per cambiare il mondo fuori di noi, specchio del modo in cui abitiamo dentro di noi.

Ormai la fisica quantistica, cioè la scienza del microcosmo, se unita alle più avanzate ricerche della psicologia e delle neuroscienze, può seriamente aprirci la strada a un nuovo mondo, molto più grande di quello scoperto da Colombo: un modo veramente nuovo di abitare l’infinità dell’universo!

Sento che il nostro futuro più auspicabile sia il reale comprendere che tutto l’infinito che l’uomo ha sempre cercato sta nella potenzialità autentica di tutte le cose: infinita è cioè la potenzialità delle cose che chiamiamo “finite”, e l’unico vero problema sta nel trarre questo infinito da ciò che abbiamo di finito. Come sfondare il con-fine, il limite, le barriere che demarcano e de-finiscono tutto ciò che siamo e viviamo? … Non è forse la cultura frammentata in tanti specialismi giunta all’esaurimento più totale? Non è forse l’uomo individuato e scisso dall’altro e dal mondo arrivato a una condizione di nevrosi e patimento insostenibile, nelle nostre metropoli sterminate, soffocato da scarichi e fretta, alienato dalle macchine e dal mercato? … Se l’uomo capisse davvero che la trasformazione del mondo presuppone quella di se stessi, cioè del soggetto agente; ogni oppressione, ogni gabbia sarebbe subito infranta, e la nostra vera potenza riscoperta, e la bellezza con essa, insieme a speranza e vittoria. Ma purtroppo la condizione umana è notoriamente testarda, e ogni evoluzione pare raggiunta solo a carissimo prezzo di dolore e autolesionismo, tanto che nulla nel futuro sembra così facile e immediato. La difficilissima missione sta proprio nel trovare oggi un nuovo grandissimo senso in quel vastissimo cielo che conosciamo e che abita anche in noi, proprio come un tempo vi trovavamo gli dei.

L’immortale teatro tragico ancora ci sa illuminare, giacché mostrava a tutta l’umanità, seduta nella cavea, che sotto il cielo infinito è possibile mettere in scena il dramma terribile dell’esistenza umana e tuttavia restare integri, sperimentare il divino e la nobiltà apparentemente infranta. I misteri iniziatici, di cui è frutto lo stesso teatro antico, ci insegnano che la bellezza e l’infinità del cosmo sono anche la bellezza e l’infinità dell’uomo (…).

Basta con la presunzione di sapienza!

Guardiamo finalmente coi nostri nuovi occhi il mistero che siamo, riflesso nelle galassie innumerabili, in questo ordine caotico dell’universo, unito al volto dell’uomo sino ai suoi ultimi giorni di vita sul pianeta!

Articolo apparso originariamente sul sito del movimento Darsi Pace; ripubblicato qui (con piccoli interventi e aggiunta di link) con il consenso dellì’Autore.

Osservate per la prima volta le onde gravitazionali con LIGO

A_long_time_agodi Umberto Genovese e Sabrina Masiero

… c’era una coppia di buchi neri, uno di circa 36 volte la massa del Sole mentre l’altro era un po’ più piccolo, di sole 29 masse solari. Questi due pesantissimi oggetti, attratti l’uno dall’altro in una mortale danza a spirale hanno finito per fondersi insieme, come una coppia di ballerini sul ghiaccio che si abbraccia in un vorticoso balletto. Il risultato però è un po’ diverso: qui ne è uscito un oggetto un po’ più piccolo della semplice somma algebrica delle masse: 62 masse solari soltanto.

Il resto è energia dispersa, non molta per la verità date le masse in gioco, pressappoco come quanta energia potrebbe emettere il Sole nell’arco di tutta la sua esistenza. Solo che questa è stata rilasciata in un singolo istante come “onde gravitazionali“.

Ma cos’è un’onda gravitazionale?

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La visione dello spazio che da sempre conosciamo è composta da tre uniche dimensioni, larghezza, altezza e profondità; x, y e z, se preferite. Il tempo, un fenomeno comunque misterioso, fino agli inizi del XX secolo era considerato a sé. Una visione – poi confermata dagli esperimenti di ogni tipo – fornitaci dalla Relatività Generale è che il tempo è in realtà una  dimensione anch’essa del tessuto dello spazio; una quarta dimensione. insieme alle altre tre [1].

Fino alla Relatività Generale di Einstein si era convinti che una medesima forza, la gravità, fosse responsabile sia della caduta della celebre mela apocrifa di Newton, che quella di costringere la Luna nella sua orbita attorno alla Terra e i pianeti nelle loro orbite attorno al Sole. Nella nuova interpretazione relativistica questa forza è invece vista come una manifestazione della deformazione di  uno spazio a quattro dimensioni, lo spazio-tempo, causata dalla massa degli oggetti. Così quando la mela cade, nella Meccanica Classica (essa è comunque ancora valida, cambia solo l’interpretazione dei fenomeni) la gravità esercitata dalla Terra attrae la mela verso di essa mentre allo stesso modo – e praticamente impercettibile – la Terra si muove verso la mela, nella Meccanica Relativistica è la mela che cade verso il centro di massa del pianeta esattamente come una bilia che rotola lungo un pendio e la Terra cade verso il centro di massa della mela nella stessa misura prevista dai calcoli newtoniani.

La conseguenza più diretta di questa nuova visione dello spazio-tempo unificato, è che esso è, per usare una metafora comune alla nostra esperienza, elastico; ossia si può deformare, stirare e comprimere. E un qualsiasi oggetto dotato di massa, se accelerato, può increspare lo spazio-tempo. Una piccola difficoltà: queste increspature dello spazio-tempo, o onde gravitazionali, sono molto piccole e deboli – la gravità è di gran lunga la più debole tra le forze fondamentali della natura –  tant’è che finora la sensibilità strumentale era troppo bassa per rivelarle.

Se volessimo cercare un’analogia con l’esperienza comune, potremmo immaginare lo spazio quadrimensionale come la superficie di un laghetto a due dimensioni, mentre la quarta dimensione, il tempo, è dato dall’altezza in cui si muovono le increspature dell’acqua. Qualora buttassimo un sassolino l’altezza della increspatura sarebbe piccola, ma man mano se scagliassimo pietre con maggior forza e sempre più grosse, le creste sarebbero sempre più alte. Però vedremmo anche che a distanze sempre più crescenti dall’impatto, queste onde scemerebbero di altezza e di energia, disperse dall’inerzia delle molecole d’acqua [2]; alcune potrebbero perdersi nel giro di pochi centimetri dall’evento che le ha  provocate, altre qualche metro e così via. Alcune, poche,  potrebbero giungere alla riva ed essere viste come una variazione di ampiezza nell’altezza del livello dell’acqua del laghetto e sarebbero quelle generate dagli eventi più potenti che avevamo prodotto in precedenza. Queste nello spazio quadrimensionale sono le onde gravitazionali e esse, siccome non coinvolgono mezzi dotati di una massa propria per trasmettersi come ad esempio il suono che è solo un movimento meccanico di onde trasmesse attraverso un mezzo materiale,  possono muoversi alla velocità più alta consentita dalla fisica relativistica c, detta anche velocità della luce nel vuoto.

Il grande protagonista: LIGO

E’ stato LIGO-Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (in italiano, Osservatorio Interferometro laser per onde gravitazionali) il protagonista di questa straordinaria scoperta: uno strumento formato da due strumenti gemelli, uno a Livingston (Louisiana) e l’altro a Hanford (Washington), a 3000 chilometri di distanza dal primo.

Sono due gli interferometri, perché i dati possono venir confrontati e confermati: se entrambi gli strumenti rilevano lo stesso disturbo, allora è improbabile che sia legato ad un terremoto oppure a dei rumori di attività umana. Il primo segnale che conferma l’esistenza delle onde gravitazionali è stato rilevato dallo strumento americano Ligo il 14 settembre 2015 alle 10, 50 minuti 45 secondi (ora italiana), all’interno di una finestra di appena 10 millisecondi.

David Reitze del progetto LIGO ha annunciato al mondo la scoperta delle onde gravitazionali: “We have detected gravitational waves. We did it!”. Crediti: LIGO

Ed eccole qui, in questo diagramma: l’onda azzurra, captata da LIGO di Livingston e l’onda arancio, captata da LIGO di Hanford. Sono sovrapponibili, il che ci dice che sono la stessa onda captata dai due strumenti gemelli. E’ la firma della fusione dei due buchi neri supermassicci con la conseguente produzione di onde gravitazionali. In altre parole, questa è la firma del nuovo buco nero che si è formato dai due precedenti e, come è accennato anche più sopra, le tre masse solari che mancano dalla somma delle due masse che si sono fuse assieme dando vita al nuovo buco nero di 62 masse solari si sono convertite in onde gravitazionali.

Volete udire il suono di un’onda gravitazionale? Sì, certo che è possibile…. E’ straordinario pensare che queste onde rappresentano la fusione di due buchi neri in uno nuovo e proviene da distanze incredibilmente grandi, in un’epoca altrettanto remota: un miliardo e mezzo di anni  fa.

Le prove indirette

Il decadimento orbitale delle due stelle di neutroni PSR J0737-3039 (qui evidenziato dalle croci rosse) corrisponde esattamente con la previsione matematica sulla produzione di onde gravitazionali.
Il decadimento orbitale delle due stelle di neutroni PSR J0737-3039 (qui evidenziato dalle croci rosse) corrisponde esattamente con la previsione matematica sulla produzione di onde gravitazionali.

La prima prova indiretta dell’esistenza delle onde gravitazionali si ebbe però nel 1974. In quell’estate, usando il radio telescopio di Arecibo, Portorico, Russel Hulse e Joseph Taylor scoprirono una pulsar che generava un segnale periodico di 59 ms, denominata PSR 1913+16. In realtà, la periodicità non era stabile e il sistema manifestava cambiamenti [3] dell’ordine di 80 microsecondi al giorno, a volte dell’ordine di 8 microsecondi in 5 minuti.

Questi cambiamenti furono interpretati come dovuti al moto orbitale della pulsar [4] attorno ad una stella compagna, come previsto dalla Teoria della Relatività Generale. Di conseguenza, due pulsar, in rotazione reciproca una attorno all’altra, emettono onde gravitazionali, in perfetta linea con la Relatività Generale. Per questi calcoli e considerazioni, Hulse e Taylor ricevettero nel 1993 il Premio Nobel per la fisica.

La presenza di una qualsivoglia stella compagna introduce delle variazioni periodiche facilmente rivelabili nel segnale pulsato della stella che i radioastronomi sono in grado di misurare con precisione inferiore ai 100 microsecondi. Giusto per farsi un’idea, immaginiamo di prendere il Sole e di farlo diventare una pulsar. Dal suo segnale pulsato, gli astronomi sarebbero in grado di rilevare la presenza di tutti i pianeti che orbitano attorno a questo Sole-pulsar, grazie al fatto che ogni pianeta causa uno spostamento del centro di massa del Sole di un certo valore espresso in microsecondi. La Terra per esempio, che si muove lungo la sua orbita ellittica, produce uno spostamento del centro di massa del Sole di ben 1500 microsecondi! [5]


Per saperne di più:

La prima pulsar doppia” articolo di Andrea Possenti dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Cagliari, pubblicato sul numero di Le Stelle, marzo 2004.

La notizia, pubblicata sul Physical Review Letters, porta i nomi di B. P. Abbott e della collaborazione scientifica di LIGO e VIRGO

Note 

[1]  In realtà le cose sono un attimino più complicate, la quarta dimensione si può percorrere solo in una sola direzione (freccia del tempo) rispetto alle altre tre. Mentre nella Meccanica Quantistica è perfettamente lecito che una particella possa muoversi a ritroso nel tempo (Principio di Invarianza t.

[2] Anche qui occorre sottolineare che la posizione reciproca delle molecole non cambia al passaggio di un’onda, esse si muovono tutte assieme; per provare basta immergere due galleggianti e vedere come essi si comportano al passaggio di un’onda.

[3] [1. In un 1 microsecondo (µs) la luce percorre esattamente 299,792458 metri nel vuoto (questo numero è usato per la definizione del metro).

[4] Una pulsar è una stella dotata di campo magnetico estremamente elevato, circa 2 x 1011 volte il campo magnetico della Terra, una stella formata di neutroni con un raggio di 10-20 chilometri e una massa dell’ordine delle 1,4 masse solari (un po’ come pensare di prendere il nostro Sole e comprimerlo fino a farlo diventare di 20 chilometri di diametro). Il suo asse di rotazione non coincide con l’asse del campo magnetico, e le particelle relativistiche cariche presenti nella magnetosfera emettono radiazione elettromagnetica di sincrotrone focalizzata in uno stretto cono lungo i poli magnetici. Questo segnale elettromagnetico, proveniente da grande distanza e modulato dalla radiazione della stella, viene ricevuto a Terra sotto forma di impulsi elettromagnetici che hanno una ben precisa periodicità. Il sistema si comporta come un gigantesco e compatto volano. Alcune pulsar emettono con una regolarità ben definita da essere utilizzate come orologio di riferimento.

[5] Una lettura interessante su questa prima scoperta la potete trovare sul sito dell’INAF-IAFS di Milano.

L’amore ai tempi del Big Bang…

Certo è un interrogativo che ricorre spesso. Cosa c’era prima. Cosa c’era prima che ci fosse tutto. Ed è curioso come la scienza abbia permeato l’immaginario collettivo in maniera significativa, ormai. Tanto che non ci chiediamo cosa c’era prima che ci fosse l’universo ma cosa c’era prima del Big Bang. Così quello che è un modello scientifico, capisco che ha acquistato una popolarità enorme e inusuale. Di tanti altri modelli scientifici, pensateci, non sappiamo proprio un bel niente. E nemmeno ci interessano, più di tanto.

Ma questo sì. Il Big Bang  è appena un modello cosmologico, ma si presta benissimo ad essere ospitato nelle menti di sapienti e di meno sapienti, come intelaiatura fondamentale, schema essenziale di risposta alla domanda che non può che essere di tutti, sempre: come è nato quello che esiste, quello che vedo? Ben altra difficoltà riscontrano modelli differenti, come per esempio la dualità onda-particella, oppure il concetto di particelle indistinguibili. 

Ma sì. Perché per la loro intima complessità, sfuggono alla nostra mente. Mentre il Big Bang – quel grande scoppio  – si presta invece ad una rappresentazione mentale in maniera piuttosto diretta. E noi abbiamo bisogno di una struttura di risposta, di comprensibilità – scientifica o mitica – di come l’universo sia nato. L’uomo non può esimersi dal guardare il cosmo e lavorare come ad estendere su tutto una architettura di senso, non può non affacciarsi sul mistero con una ipotesi di lavoro di intelligibilità totale. 

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Photo Credit: laboratorio_recreativo via Compfight cc

In fondo la scienza è solo questo: un lavoro lento e progressivo di decrittazione del codice sorgente con il quale lavora il cosmo, come un pazientissimo reverse engineering di tutto quanto abbiamo intorno. Dai fenomeni, arrivare alla radice. Alle leggi unificanti. Alla profonda comprensione di come le cose funzionano. 

Come funzionano, appunto. Il perché funzionino così, non è compito della scienza dirlo.

Ma il Big Bang è preciso, dichiarativo, assertivo. E’ una teoria scientifica. Un modello. Tutto l’universo si comporta come se fosse partito da un punto. E uno potrebbe dire – ma prima? La ragione umana non si ferma, deve spaziare. 

Non ci sono domande troppo grandi, per la curiosità dell’uomo.

Cambiamo scena. Interno domestico. Sera. Luci calde, finestre illuminate. Fuori, il freddo sereno dell’autunno che inizia a stagliare i contorni delle cose, a rimarcare una più netta differenza dentro/fuori, tale per cui stare al riparo torna ad essere dolce, desiderabile. Anche lo scienziato che si occupa del Big Bang, anche l’uomo della strada (brutta dizione, ma rende l’idea), torna a casa e magari pensa con piacere ai volti cari da rivedere. In fondo, nonostante tutti i possibili problemi, tutti i tragici episodi di cronaca, c’è questo. Che – fino a prova contraria – ci si mette ad abitare insieme, si mette su casa, per amore. 

Così che l’amore viene spesso visto come un sentimento umano importante (anche socialmente), bello, bellissimo, ma ultimamente fragile. Che può l’amore, anche l’amore caldo che si respira magari in una casa, contro il freddo sconfinato del cosmo? Così magari  – azzardo – non ci accorgiamo di essere vittime delle nostre stesse proiezioni. Il cosmo può certo apparire certo freddo, ma anche un luogo mirabile, teatro di incredibili meraviglie. Dipende da come si guarda, ovvio. Dipende con quale cuore si guarda.

Però, questo è il mio punto, è come se l’amore non c’entrasse niente, in un certo senso. E qual è il problema, allora? Solo questo: che così, in fin dei conti, non siamo proprio contenti. E’ per questo che una ipotesi diversa, se ci può far più contenti, potrebbe anche essere presa in considerazione. Potrebbe insomma valere la pena esplorarla.

Mi viene da pensare alla recente frase di papa Francesco, pronunciata nella sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze: “L’inizio del mondo non è opera del caos che deve a un altro la sua origine, ma deriva direttamente da un Principio supremo che crea per amore.”  

Ora quando uno nomina il papa, fuori da un contesto ecclesiale, si creano inevitabilmente degli schieramenti. Chi se ne va smettendo di leggere, chi esclama ecco la pensa come me! insomma si creano come delle fazioni. Non è questo il mio obiettivo, vorrei condurre un discorso che per quanto possibile unisca e non divida. Perché la portata di quanto dice il papa secondo me è veramente stratosferica, e ci unisce tutti. Come dice Marco Bersanelli, sono parole limpide e liberanti.

Un Principio supremo che crea per amore

Ditemi voi se non è la cosa più bellissima del mondo, che si possa pensare. Ma noi la disinneschiamo quasi sempre, portiamo il pensiero su tutte le nostre riserve, le nostre eccezioni: non c’è verso di nominare il papa senza che qualcuno se ne esca con frasi tipo ma la chiesa in tema di sessualità però… oppure ma nel  medioevo, la caccia alle streghe … e via di questo passo (mediamente a questo punto viene tirato dentro anche il povero Giordano Bruno) 

Non che tutte queste cose non vadano dibattute, per carità. Ma metterle qui ora, sapete che produce? Che ci si mette a parlare di altro, appunto. Che si rimane aggrappati a schemi difensivo-bellici dove ci si definisce innanzitutto per contrapposizione. E si perde la possibilità di valutare la portata di una frase di questo tipo

… che crea per amore.

Non sono necessarie precondizioni o appartenenze per fermarsi a pensare che – stiano le cose come stanno – è una ipotesi di lavoro bellissima, calda, confortante, capace di mettere speranza. Di riformulare la nostra idea del mondo, la nostra cosmologia personale. Vale la pena fermarcisi su. Ora non discutiamo della natura del Principio ma stiamo guardando appena gli effetti, se volete, il comportamento.

Che crea per amore.

Prendiamolo alla lettera. Così’, appena come esercizio mentale: non è senza conseguenze. Vi dico cosa appare a me. L’amore, viene rimesso al primo posto (addirittura prima del Big Bang). Non al termine di una catena infinita di contingenze meccaniche e fredde: l’universo viene creato, o comunque spunta fuori, si evolve, si fanno le stelle, i pianeti, le forme di vita, l’uomo… che poi si “inventa” anche l’amore (o lo gode, o lo subisce). No, affatto. In questo quadro, è come se l’ultimo termine venisse prelevato dalla catena e rimesso inaspettatamente al primo posto.

Il che – permettetemi – regala un gusto diverso a tutta la medesima catena. 

E non c’è bisogno di essere cattolici (o buddisti, o induisti) per considerare questa possibilità. Basta non essere dogmaticamente materialisti, per dire. Ammettere che esista qualcosa oltre ciò che possiamo toccare, o misurare. 

Ma per questo, basta rientrare a casa (o a volte, uscirne, andare a trovare qualcuno) in una di queste serate autunnali. 

Dove poi, alzati gli occhi al cielo, può capitare ancora di stupirsi perché ci accorgiamo che siamo tutti sotto un cielo  pieno di stelle…