Scoperto un nuovo asteroide a Campo Imperatore!

Il 3 settembre 2002, un nuovo asteroide chiamato 2002RQ25, e’ stato scoperto da Campo Imperatore.

Questo oggetto, del diametro di 200 – 300 metri, e’ stato osservato per la prima volta mentre si muoveva a 40’000’000 chilometri dalla Terra su un’orbita compresa tra quelle di Venere e Marte.





La sequenza di immagini e’ stata ottenuta dal telescopio Schmidt: in basso a sinistra e’ anche visibile un’altro oggetto appartenente alla Cintura Principale come puo’ essere dedotto dalla direzione del suo moto e dalla velocita’.

Ulteriori particolari alla pagina di Campo Imperatore dell’Osservatorio Astronomico di Roma


Concluso il secondo convegno di archeoastronomia…

Nella sede di Monteporzio dell’Osservatorio Astronomico di Roma, si e’ tenuto nei giorni di venerdi’ e sabato scorsi il Secondo Convegno di Archeoastronomia…

Organizzato dalla Societa’ Italiana di Archeoastronomia, il convegno, nonostante la durata limitata a due giornate, ha presentato, attraverso le esposizioni dei vari relatori, una notevole varieta’ di temi (come si puo’ vedere dal programma) e diverse relazioni di deciso interesse, per una disciplina che ha attratto storici e scienziati con uguale interesse, e che si propone di comprendere e dettagliare le forme con cui si e’ sempre manifestato l’interesse dell’uomo per la volta celeste, e attraverso di esso giungere ad uno studio accurato delle varie culture succedutesi nella storia.



Il logo della Societa’ Italiana di Archeoastronomia



Essendo putroppo impossibile in questa sede riportare i dettagli dei vari interventi, anche di grande interesse, focalizzati sulla percezione dei fenomeni celesti da popoli di diverse culture (dagli antichi egizi agli europei dei secoli scorsi), ci limitiamo a riferire alcune considerazioni di carattere generale, sul ruolo dell’archeoastronomia tratte dalla relazione del Prof. Vittorio Castellani.

Qual e’ l’importanza di tale disciplina? Essa puo’ fornire il primo chiaro sguardo alla mente che stava dietro alle mani dell’uomo preistorico (Murray 1998). Difatti, e’ ben noto come fin dai tempi piu’ antichi, l’uomo ha guardato con grande attenzione al cielo. L’archeoastronomia deve diventare allora un efficace strumento per scandagliare le antiche culture, e comprenderne l’evoluzione. Se invece tale disciplina si limitasse a raccogliere orientamenti e metterli in relazione con i corpi celesti, avrebbe il “fiato corto”, guadagnandosi un posto di non eccezionale prestigio nel campo delle scienze archeologiche.

Dalla semplice constatazione che il cielo fosse (quasi) eguale per tutti gli uomini, di ogni tempo e cultura di appartenenza, si trae infatti che il compito ambizioso dell’archeoastronomia e’ di contribuire a ricostruire su varie scale (regionale, mondiale…) il sorgere ed il divenire delle culture: questo proprio analizzando il loro porsi di fronte ai fenomeni della volta celeste, quasi come un “campo di prova” capace di svelare le caratteristiche delle diverse culture…

Verso questo obiettivo ambizioso, tuttavia, molto resta da fare. Difatti, le nostre conoscienze sono ancora largamente frammentarie, ed europocentriche. Solo recentemente si stanno allargando all’Est, per esempio. Tuttavia, in molti settori ed ambito (primo tra tutti, l’Africa) mancano ancora importanti tasselli.

Tuttavia questo non deve far scemare l’interesse in tale disciplina: forse non riusciremo mai a sapere con esattezza cosi sia stata la pratica astronomica nelle antiche societa’, ma e’ possibile usare le testimonianze archeologiche e le relative associazioni contestuali per farsi una qualche idea di cosa possano aver rappresentato tali pratiche.

Le prime cose necessarie per il progresso dell’archeoastronomia appaiono dunque:

  • Disponibilita’ di dati affidabili e ben documentati;

  • facile accesso ai dati da parte dell’intera comunita’ degli studiosi;

  • chiara separazione tra i momenti di documentazione e la fase interpretativa

In conclusione, l’archeoastronomia non e’ semplicemente saper valutare la posizione degli astri e verificare eventuali allineamenti: e’ utilizzare tali evidenze per partire alla scoperta di una porzione tuttora largamente inesplorata della storia dell’uomo e del suo pensiero.

Per approfondire: le trasparenze usate nella relazione del Prof. V. Castellani sono anche disponibili su web

Dello stesso autore, sono anche disponibili Tre lezioni di astronomia per archeologi



La Nebulosa del Granchio protagonista.. di un film!

Osservazioni compiute negli ultimi mesi da parte di Hubble e Chandra hanno reso possibile la “produzione” di tale peculiare pellicola…

La Nebulosa del Granchio e’ una stella di neutroni in rapida rotazione. Grazie ad osservazioni multiple condotte da HST e Chandra negli ultimi mesi, e’ stato costruito un filmato in cui si puo’ vedere lo spettacolo dei getti di materia ed antimateria, spinti quasi alla velocita’ della luce dalla stella di neutroni.





Immagine della Nebulosa del Granchio
(Credits: Chandra website)

Comprendendo meglio il meccanismo di funzionamento della Nebulosa del Granchio – del resto, uno degli oggetti piu’ studiati nel cielo – gli astronomi confidano di poter comprendere meglio il complesso meccanismo che governa l’emissione dei getti dalle stelle di neutroni, residuo di esplosioni di supernovae avvenute anche migliaia di anni fa.

Il film, in vari formati, e’ disponibile sul sito di Chandra

Credits: Alfonso Mantero, Marco Castellani

Trovati buchi neri “di piccola taglia” …!

Hubble ha trovato, finalmente i buchi neri di mezza taglia, ma ha dovuto cercare al centro di due ammassi globulari (ammassi di stelle piuttosto vecchie) per trovare due buchi neri, migliaia di volte piu’ massicci del Sole.

Gli ammassi globulari in questione, M15 e G1, sono formati da centinaia di migliaia di stelle. Da recenti indagini, pare che oltre alle stelle, essi ospitino, all’interno del loro nucleo denso di oggetti stellari, anche una classe di buchi neri di “taglia intermedia”. Tramite spettroscopia, gli astronomi hanno scoperto infatti che le stelle che orbitano intorno ai nuclei di questi ammassi globulari presentano velocita’ orbitali peculiarmente elevate, il che suggerisce la presenza al centro degli ammassi, di buchi neri massicci.



Immagine artistica di un buco nero in un ammasso globulare (Credits: NASA)

Dall’analisi delle velocita’ stellari, la massa del buco nero in M15 dovrebbe essere circa 4000 volte quella del Sole, mentre per il buco nero in G1, ammasso globulare assai piu’ grande, si avrebbero valori di massa di circa 20000 volte superiori a quella solare.

Riguardo gli ammassi in questione, va detto che mentre M15 e’ uno dei circa 150 ammassi globulari che si trovano nell’alone della nostra galassia, ed e’ localizzato a circa 32000 anni luce dalla Terra, G1 appartiene invece alla nostra vicina Andromeda, e dista da noi poco piu’ di due milioni di anni luce.

Tale scoperta e’ importante perche’ dovrebbe portare ad una migliore comprensione delle modalita’ di formazione delle galassie e degli ammassi globulari stessi, ambienti contenenti le stelle piu’ vecchie nell’universo: se questi ammassi presentano infatti buchi neri al presente, tanto piu’i buchi neri saranno stati presenti all’epoca della loro formazione, circa 10 miliardi di anni fa. Cio’ contribuisce senza dubbio a chiarire il quadro per molti versi complesso, della formazione ed evoluzione delle galassie e degli ammassi globulari in esse contenuti.

Per approfondimenti:



Press release HST

Credits: Alfonso Mantero, Marco Castellani