Oumuamua, l’asteroide interstellare

Ha certamente una particolarità, oltre naturalmente alla forma particolarmente elongata: è il primo asteroide interstellare  che abbiamo mai scoperto. Anche se c’è da giurare che presto – grazie ai recenti progressi delle tecnologie osservative – altri corpi simili, fuori dal Sistema Solare, verranno individuati.  Il nome è praticamente  impronunciabile, Oumuamua, e nonostante questo sta catturando in questo periodo l’attenzione di un bel po’ di telescopi a Terra, giustamente desiderosi di scoprire qualcosa di più di questo ospite, che viene da molto lontano.

Un’immagine di fantasia del visitatore interstellare (Crediti: ESO, M. Kornmesser)

L’asteroide – beninteso – è appena di passaggio nel nostro Sistema Solare. Da quanto ora riusciamo a comprendere delle sue caratteristiche, la traiettoria, il colore, la velocità, e la stessa probabilità di essere visto, si armonizzano assai bene con l’ipotesi che si sia formato naturalmente attorno ad una stella del tutto normale, diversi milioni di anni fa.

L’evento che ha cacciato Oumuamua fuori dal suo ambiente, è stato con ogni probabilità, un incontro gravitazionale con un pianeta, per il quale poi è stato espulso dall’orbita che aveva intorno alla sua stella. Così, ora vaga libero per la nostra smisurata Galassia, avendo del tutto smarrito il contatto con casa. 

E l’insieme dei delicati equilibri gravitazionali, ha voluto che si spingesse fino dalle nostre parti. A testimoniare, silenzioso ma imponente, quasi come una nave spaziale di qualche aliena civiltà, come i segni di un nuovo universo stanno premendo sempre di più alle nostre porte. Il cosmo ci viene a trovare, ora a noi mantenere gli occhi aperti: le sorprese non mancheranno di certo.

E ora dove atterriamo…

Ok, ragazzi, e ora dove vogliamo atterrare? Questo è ciò che si staranno certamente chiedendo ad ESA, riguardo al modulo Philae. E’ la decisione principale da prendere, intanto che la sonda Rosetta continua a gironzolare intorno alla Cometa 67P. Una decisione alla fine deve essere presa, perché alla fine di novembre si prevede che Philae scenda a “terra” per fare i suoi esperimenti (aiutato da un paio di “rampini” per evitare di scappare via).

In un certo senso, c’è già da essere più che soddisfatti. Aver raggiunto la cometa, all’inizio di questo mese, è stata sicuramente una grande impresa. Il termine di un viaggio che durava da dieci anni. Un viaggio che ha reso necessaria l’ibernazione degli strumenti scientifici, poi risvegliati con pieno successo a metà del mese di maggio, in preparazione dell’arrivo alla cometa.

Insomma, una impresa emozionante. Anche per chi non è – diciamo – addetto ai lavori.

Ora che siamo arrivati, però, le immagini che ci manda la sonda (straordinarie, di per sé, considerando il grado di dettaglio), non sembrano poter tranquillizzare troppo gli scienziati. Guardate l’immagine ravvicinata della cometa, così come ce la può presentare adesso Rosetta con i suoi occhi. Eh beh. Non sembrano esserci molti posti dove il terreno si presenti sufficientemente liscio. 

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L’immagine compare su APOD del 19 agosto, Crediti: ESA / Rosetta / MPS for OSIRIS Team; MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

Guardando bene, però, forse un posto si trova.

E’ proprio a metà dell’immagine, in quella specie di incavo, un po’ butterato ma comunque abbastanza omogeneo, se confrontato con il resto. Potrebbe essere il luogo più idoneo per l’atterraggio di Philae. Dopotutto, non possiamo aspettarci grandi piste di atterraggio, se consideriamo che stiamo ragionando  di un gigantesco “sasso” di circa 3,5 x 4 chilometri di estensione (anche se del peso di più di tremila miliardi di chili…).

 Il viaggio di Rosetta ci ha già regalato diverse emozioni: nel 2008 ha sorvolato l’asteroide 2867 Steins, nel 2010 ha poi incontrato 21 Lutetia, che è l’asteroide più grande di cui si siano potute avere osservazioni ravvicinate. Dopodiché, come dicevamo, è stato messo “a nanna” in modo da garantire la sopravvivenza degli strumenti anche a distanze molto elevate dal Sole (con temperature non proprio miti…). Ora è ben sveglio e ci regala immagini fantastiche della 67P.

E Rosetta promette di tenerci ancora con il fiato sospeso: almeno fino a novembre, per la procedura di atterraggio di Philiae. Una cosa di una certa complessità, considerando che si tratta di agganciarsi a questo grosso sasso lontano “appena” 405 milioni di chilometri. Insomma, tenetevi liberi, sarà una cosa che varrà la pena seguire! 

Il primo sistema di anelli attorno ad un asteroide

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L’asteroide Chariklo in una rappresentazione artistica con due anelli. Crediti: ESO/L. Calçada/M. Kornmesser/Nick Risinger. Fonte ESO: http://www.eso.org/public/italy/images/eso1410c/

La grande scoperta è arrivata dall’ESO: il remoto asteroide Chariklo è circondato da due densi e stretti anelli.

Telescopi in ben sette luoghi differenti nel Sud Ameria, tra cui il telescopio danese di 1,54 metri e il telescopio TRAPPIST all’Osservatorio di La Silla dell’ESO in Cile sono stati utilizzati per fare questa sorprendente scoperta ai confini del nostro Sistema Solare interno, ossia oltre l’orbita di Nettuno.

Questo risultato suscita grande interesse e dibattito dato che Chariklo rappresenta il più piccolo oggetto, oltre che estremamente lontano, all’interno del nostro Sistema Solare ad avere un sistema di anelli. E’ il primo asteroide ad avere questa caratteristica a parte i quattro pianeti giganti gassosi: Giove, Saturno, Urano e Nettuno.

La scoperta è avvenuta durante un transito sul disco della stella UCAC4 248-108672 il 3 giugno 2013, visibile dall’America meridionale. La stella è svanita per pochi secondi quando l’asteroide è transitato davanti, una vera e propria occultazione. Lo stesso metodo che usa il Telescopio Spaziale Kepler della NASA per osservare pianeti extrasolari.
In questo caso i cali di luce sono stati due. Grazie alle osservazioni in punto differenti è stato possibile calcolare la forma, la larghezza e le altre caratteristiche degli anelli appena scoperti.

Si fa l’ipotesi che tale sistema di anelli si sia formato dai detriti lasciati da una collisione. Ma ora ci si aspetta che Chariklo abbia almeno una piccola luna che gli ruoti attorno.
I responsabili del progetto hanno provvisoriamente chiamato questi anelli con i nomi di Oiapoque e Chuí, due fiumi alle estremità Nord e Sud del Brasile.

Ulteriori informazioni su ESO-http://www.eso.org/public/italy/news/eso1410/ in italiano.

Fonte ESO: First Ring System Around Asteroid – http://www.eso.org/public/news/eso1410/
ESO Cast – episodio 64 First Ring System Around an Asteroid – http://www.eso.org/public/announcements/ann14022/

Sabrina

Osservato 2012DA14 da Campo Imperatore!

Il 16 febbraio alle 03:00 UTC, dalla Stazione di Campo Imperatore, il team che presiede al controllo della stazione (una delle sedi dell’Osservatorio Astronomico di Roma) è stato in grado di osservare il “famoso” asteroide 2012DA14 con il telescopio AZT-24 e la sua camera IR.

A causa della copertura nuvolosa non si è riusciti ad effettuare l’osservazione in prossimità del momento di maggiore avvicinamento alla Terra dell’asteroide 2012DA14, che invece era avvenuto circa 7 ore prima.Tuttavia si è riusciti sia ad osservare il passaggio dell’oggetto attraverso il campo di vista della camera (prima delle animazioni) mentre il telescopio inseguiva la volta celeste (procedura relativamente facile) e sia ad effettuare il puntamento e l’inseguimento direttamente sull’oggetto (seconda delle animazioni) in cui l’asteroide rimane fermo e le stelle gli sfilano attorno (tecnicamente, piuttosto difficile da realizzare).

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Il fatto di aver utilizzato la camera SWIRCAM, da un lato ha permesso di osservare un oggetto piu’ brillante di quanto possibile nell’ottico (in linea teorica oltre una magnitudine in meno, ma questa non ha costituito un vantaggio pratico in imaging vista la luminosita’ comunque grande dell’oggetto) e dall’altro ha creato notevoli difficolta’ di puntamento per il ridotto campo di vista. Va detto infatti che SWIRCAM ha un campo di soli 4.4×4.4 arcmin al cielo e dunque centrare ed inseguire l’oggetto che si muoveva molto velocemente ha rappresentato una sfida non da poco dal punto di vista tecnologico. Tutte le esposizioni sono state effettuate in banda J con un tempo di posa di 10 secondi.

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Visto il successo delle esposizioni guidate sull’asteroide si è poi tentato con successo di ottenerne anche uno spettro. Qui ovviamente il problema del puntamento e centraggio si e’ complicato ulteriormente per la presenza della fenditura da 3 arcsec utilizzata e per l’imminenza del crepuscolo (4:30 UTC). I 60sec di esposizione non sono molti ma la luminosità dell’oggetto ha comunque permesso di ottenere un buon risultato. Nell’immagine mostrata qui sotto la fenditura è orizzontale, lo spettro dell’asteroide e’ la colonna luminosa sulla destra e le righe sono prodotte dall’emissione del cielo. Il nuovo sistema di puntamento del telescopio ha dimostrato la sua efficacia e consentirà nei prossimi mesi di ottenere nuovi risultati nell’osservazione e nel follow-up di NEO e Space Debris.

spettro

Andrea Di Paola, Alessio Giunta ed il Team di Campo Imperatore desiderano inviare un ringraziamento particolare a tutti quelli che hanno reso possibile questo ottimo risultato ed in particolare ai colleghi dell’amministrazione e dell’ufficio tecnico che si prodigano per mantenere operativo e funzionale l’Osservatorio di Campo Imperatore. A sua volta GruppoLocale ringrazia Andrea di Paola ed il resto del team per aver messo a disposizione il materiale di questo post (e si complimenta per l’ottimo lavoro svolto)! 

Le alte montagne di Vesta

Anche gli asteroidi possono riservarci delle sorprese. E’ il caso di Vesta, di cui si sta ricostruendo la topografia grazie alla sonda Dawn, entrata in orbita attorno all’asteroide gigante nel mese di luglio. Intorno al polo sud si trova infatti un rilievo che risulta alto ben tre volte l’Everest, raggiungendo circa i 22 km. L’immagine che mostriamo è stata elaborata da un modello che tiene conto dei profili inviati dalla sonda; presenta una risoluzione di circa 300 m per singolo pixel, con la scala verticale pari ad una volta e mezzo quella orizzontale.

 

Il modello dei rilievi al polo sud di Vesta (NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA/PSI)

 

Tra gli asteroidi, Vesta è sicuramente un “outsider”: con un diametro superiore ai 500 km, da solo si “ruba” circa il 12 % della massa dell’intera “Fascia Principale” degli asteroidi. Per le dimensioni, e la superficie brillante, spesso risulta l’unico tra gli asteroidi ad essere visibile ad occhio nudo dalla Terra. La sua scoperta risale al 1807, ed è dovuta all’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers, che la individuò dall’osservatorio privato posto al piano superiore della sua casa a Brema.

NASA/JPL Press Release