La Grande Nube… in piena attività

GrandeNube

NASA, ESA, and D. Gouliermis (University of Heidelberg) Acknowledgement: Luca Limatola. Source: Hubble website

L’universo: siamo abituati a pensarlo statico, come un posto in cui fondamentalmente non succede niente… o perlomeno, quello che doveva succedere è già successo. Ammettiamolo: siamo un po’ tutti così, siamo un po’ pigri ad immaginare quel che non vediamo direttamente. Eppure mai come in questo caso, risulta che ci stiamo sbagliando, e di grosso. Con tutti i suoi quasi quattordici miliardi di anni di età Il nostro è ancora un universo è attivo, attivissimo. Su richiesta, potrebbe facilmente esibire una serie di casi eclatanti – a proposito dei quali tutto si può dire, fuorché sostenere che non accade nulla.

Uno assai interessante riguarda le zone di formazione stellare.

Bene, sono dappertutto

Prendiamo il caso della Grande Nube di Magellano: una delle galassie a noi più vicine. D’accordo, la luce dalla Grande Nube impiega ben 157.000 anni per riempire la distanza con la Terra, ma è da considerare ancora una galassia “locale”, nell’economia di scala dell’universo. In questa immagine ottenuta da Hubble viene mostrato un giovane ammasso stellare, conosciuto con il nome di LH63. Questo è così fresco da essere ancora immerso nella “nuvola” dalla quale si è formato, ed è – manco a dirlo – una fucina di nuove stelle.

Ma è appena una delle centinaia di regione di esuberante formazione stellare sparsi per tutta la Grande Nube di Magellano.

L’universo insomma non sta con le mani in mano, il lavoro continua più indefesso ed efficiente che mai. Lavoro supremamente importante, se solo ricordiamo come le stelle sono la vera fabbrica degli elementi: i nostri stessi atomi sono stati “assemblati” dalle reazioni nucleari all’interno di una antica stella, una stella che ormai non c’è più. Alla quale dobbiamo ben più di qualcosa…

Un crimine di proporzioni galattiche

Un furto di stelle di proporzioni galattiche. Ecco cosa è stato appena scoperto dagli astronomi che stanno mettendo l’occhio su di uno inaspettata quantità di eventi di microlensing individuati nei dintorni dei confini della Via Lattea. Inaspettatamente, l’evento che hanno scovato non riguarda direttamente la nostra Galassia. Esatto: il crimine è stato commesso altrove. Precisamente, i ricercatori hanno trovato che la Grande Nube di Magellano (LMC) avrebbe, in passato, sottratto stelle alla sua vicina, la Piccola Nube di Magellano (SMC), lasciandosi dietro (a testimonianza della ruberia) una lunga scia di stelle.

Le indagini ci dicono che probabilmente il “crimine” è ormai caduto in prescrizione, essendosi verificato verosimilmente centinaia di milioni di anni fa (un tipico Cold Case insomma). In ogni caso, le informazioni acquisiti stanno aiutando non poco gli astronomi a comprendere la storia di queste due galassie.  Che, non dimentichiamoci, sono nostre “vicine cosmiche”.

Mentre la Via Lattea sale sull’orizzonte presso gli edifici dell’European Southern Observatory, anche le sue galassie vicine diventano visibili. (Crediti: ESO/Y. Beletsky)

Al proposito della scoperta, sono gli stessi scienziati a non rifiutare suggestivi paragoni con la criminologia: “Si può dire che abbiamo scoperto un crimine di dimensioni galattiche”, ci dice Avi Loeb dell’Harward-Smithsonian Center for Astrophysics.

E dire che la Grande Nube ce l’aveva praticamente fatta. Se non fosse stato per questi impiccioni di astronomi. Ma che stavano cercando? E’ presto detto: oggetti MACHO (oggetti massivi compatti, che si ritiene possano costituire una parte importante della materia oscura barionica). Per la precisione, oggetti MACHO nella Via Lattea, rilevati attraverso gli effetti di lensing gravitazionale con la luce delle più lontane stelle della Piccola Nube. Ed è lì che è venuta fuori la sorpresa: invece di oggetti MACHO all’interno della Galassia, si è capito che l’origine del microlensing é dovuta ad una coda di stelle strappate dalla Piccola Nube.

Per accordarsi con i dati, solamente una popolazione di stelle in rapido movimento rimane una ipotesi plausibile. E il miglior modo di ottenere tale popolazione è quello di un evento di collisione galattica , che dovrebbe essere appunto avvenuto tra la Grande e la Piccola Nube.

In ogni caso, abbiamo un po’ barato. Non è davvero un caso chiuso. Per dire, l’evidenza di una coda di stelle rubate da una galassia all’altra è plausibile, per quanto abbiamo detto. Tuttavia non sono state ancora osservate direttamente. Al momento, gli investiagatori sono all’opera: un team di astronomi sta scrutando un ponte di gas che connette la Grande e la Piccola Nube, nel tentativo di rintracciare segni di tali stelle. Insomma, l’indagine prosegue… stay tuned!

(Adattato da Universe Today)

Hubble e le belle bolle rosse…

Il Telescopio Spaziale Hubble ha individuato quella che potremmo chiamare una  “decorazione festiva”, costituita da una gigantesca bolla di gas nella galassia nostra vicina, la Grande Nube di Magellano. Formatasi con i resti di una supernova la cui esplosione avvenne circa quattro secoli fa, la sfera di gas è stata oggetto di una serie di osservazioni negli anni dal 2006 al 2010.

La delicata struttura di un resto di supernova nella Grande Nube (Crediti: NASA, ESA, and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA). Acknowledgement: J. Hughes (Rutgers University)

Guardatela: questa delicata struttura, fotografata da Hubble, sembra galleggiare placidamente nelle serene profondità dello spazio. Mai fidarsi delle apparenze:  la sua calma apparente nasconde in realtà un interno turbolento e tutt’altro che tranquillo. L’inviluppo gassoso si è formato quando il materiale in rapida espensione dalla supernova si è scontrato con il mezzo interstellare circostante. Chiamata SNR 0509, la bolla è quello che ora rimane di una potente esplosione stellare avvenuta nella Grande Nube, una galassia (in realtà) abbastanza piccola (possiede circa un decimo della massa della nostra Via Lattea), a circa 160.000 anni luce dalla Terra.

La regione a forma di bolla ha un diametro attuale di circa 23 anni luce, e si espande alla rispettabile velocità di più di diciotto milioni di chilometri all’ora. Osservando tale meraviglia, gli astronomi si sono convinti di come la supernova all’origine debba essere stata un esempio di una varietà particolarmente energetica e brillante, quella di tipo “Ia”. Supernovae di questo tipo trovano la loro origine, secondo la teoria attuale, quando una nana bianca in un sistema binario, rubando massa alla stella compagna, arriva (nella sua… ingordigia!) a possedere più massa di quanta ne possa “gestire”, avviandosi verso il percorso che la porterà inesorabilmente all’esplosione.

Dal punto di vista storico, la supernova deve essere stata visibile nei cieli del sud circa dal 1600; tuttavia non risultano registrazioni di una “nuova stella” in direzione della Grande Nube intorno a quegli anni. Una supernova molto più recente, la 1987A, è riuscita invece assai facilmente a calamitare l’attenzione degli osservatori e continua tuttora ad essere studiata, con telescopi a terra e nello spazio (incluso, naturalmente, Hubble).

Space Telescope Press Release