Ciao Rosetta!

Non c’è niente da fare. Quando termina una missione importante e lunga come quella della sonda spaziale Rosetta, può anche starci un po’ di dispiacere. Può rimanerti addosso quel senso di una cosa grande appena passata, appena finita. Come le luci che si spengono tutte quante e ti pare che il tempo sia volato e fai fatica a riprendere le fila, a capire che è stata proprio una cosa bella.

Certo perché bella lo è stato. Ed è stata bella perché è stata vissuta e “sentita” da molti, certamente in un ambito molto più esteso di quello astronomico, al di là della comunità scientifica “classicamente intesa”. Eh sì, perché per missioni come questa, ormai la norma è quella di generare un interesse che travalica l’ambito pur legittimo di appartenenza, per espandersi su ampiezze e registri umani molto più estesi.

L'ultima immagine presa da Rosetta prima di depositarsi sulla cometa. Ad appena venti metri di distanza.
Questa rimarrà nella storia, anche se fuori fuoco. E’ l’ultima immagine presa da Rosetta prima di depositarsi sulla cometa. Ad appena venti metri di distanza. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

Percorrere i mari parlando di astronomia, come mi è appena capitato, serve a molte cose. Una delle quali è comprendere il legame inscindibile che lega l’esplorazione della Terra a quella del cosmo. Direi anzi ben più che un legame, piuttosto un’avventura che non presenta soluzioni di continuità: una sfida costantemente rilanciata, innestata profondamente nella natura umana, di cui la parte spaziale è appena la naturale prosecuzione di quella fatta  – nei secoli – per terre e mari.


Così l’avventura di Rosetta, complice anche la peculiarità della stessa, che includeva il trasporto ed il rilascio del lander Philae sulla cometa, è stata seguita con passione da tantissima gente. Di tutti i popoli e tutti i paesi, di orientamenti culturali e spirituali tra i più diversi.

Diversi, ho scritto? Beh, se la sonda avesse potuto parlare, ci avrebbe certo avvertito che dal suo punto di osservazione, le differenze contano poco. O meglio, contano tanto, tantissimo: perché sono quelle che danno i colori al mondo, al nostro mondo. La varietà è essenziale per la vita, per una vita piena. Ma non vale la pena arrabbiarsi e mostrare i denti o peggio ancora le armi, per imporre il proprio colore, la propria visione del mondo.

Visione che ci può stare, anzi ci deve stare. Non è che tutto è uguale, non si tratta di questo. Se tu credi ad una cosa e io ad un’altra, c’è una bella differenza. Ma qui si parla delle nostre radici. E solo con radici profonde si può andare all’incontro con l’altro, con il diverso, in forma relazionale e non bellica. Se sono pieno di qualcosa – fosse pure una domanda di senso, ancora dai contorni vaporosi – non sono violento, altrimenti non c’è verso, non c’è alcuna vera interazione. Ci vuole un campo di forza per ordinare i processi che accadono, fuori e dentro di noi.

Siamo tutti sulla stessa barca, avrei potuto dire (in senso pieno) fino a sabato mattina. Ma non ci vuole molto per sostenerlo anche adesso. Per trovarne le ragioni, innervarle di senso.

Certo Rosetta, alla fase della sua ultima e definitiva discesa sulla cometa, non era lontana come quando la sonda Voyager 1 si girò e con il suo ultimo sguardo, fissò la nostra Terra per un momento appena, così lontana che era veramente un piccolo puntino blu. Ma le conclusioni che poteva trarre sono certamente le stesse.

E sono le conclusioni che faticosamente stiamo riscoprendo come le uniche possibili, le uniche autentiche. Essere dentro un’opera comune ci aiuta a focalizzare il pensiero sulle stesse frequenze, per cui iniziamo a vivere la fratellanza come una possibilità di fatto e non come un altro impegnativo codice di comportamento da assumere.

Che poi nessun codice di comportamento si tiene in piedi appena con le buone intenzioni, ma solo con l’entusiasmo (altrimenti decade in pochissimi nanosecondi). E l’entusiasmo Rosetta lo ha dispensato senza alcuna remora, senza nessuna regola di parsimonia. L’entusiasmo di vivere il risveglio della sonda in prossimità della cometa, poi di assistere alla discesa del lander Philae sulla superficie e – insieme ai problemi del sito di atterraggio non proprio ideale – la soddisfazioni di riuscire comunque ad agganciare il segnale: Rosetta e Philae si parlavano.

Sì il dialogo tra Rosetta e Philae c’è stato ed è stato importante. Si sono parlati di cose di scienza, certamente. Cose come la composizione della superficie della cometa, per capirci. Cose importantissime per comprendere se e come la vita sia venuta attraverso le comete, o comunque che ruolo possano svolgere ed aver svolto nell’economia del nostro Sistema Solare. Cose non da poco, ovviamente. Come non è cosa da tutti i giorni mettere i piedi sopra una cometa, e segnatamente la cometa 67P Churyumov-Gerasimenko (a volte dubito qualcuno riesca a pronunciarla, io comunque no per certo): un sasso di appena quattro chilometri di lunghezza, perso nel cosmo a decine di milioni di chilometri da noi.

Ebbene, arrivare su questo grosso sasso, sperduto nel cosmo, è qualcosa che segna la nostra palpitante ed insopprimibile voglia di conoscere, di capire, di spingerci fino alle origini di tutto quello che ci circonda. Oserei dire, che è proprio questa “sete inestinguibile di conoscere l’origine”  che ci rende pienamente ed autenticamente umani.

Sembrava impossibile. E invece è successo, lo sappiamo. E sappiamo anche, in questa impresa straordinaria, che c’è tanto genio italiano. C’è genio italiano negli strumenti di Rosetta, con GIADA ad esempio, per l’analisi di una sbaraccata di particelle cometarie, quei grani di polvere che tanto possono dirci per la comprensione dei processi che portano a formare i planetesimi: roba dei primordi del Sistema Solare, ma roba importante adesso, per capire chi siamo e da dove vaniamo.

E non meno importante è la nostra impronta su Philae, perchè siamo sempre noi italiani ad aver costruito il trapano che ha fatto il lavoro più prezioso sulla superficie, ovvero quello di scavare davvero per vedere di cosa si tratta, nonché i pannelli solari che gli hanno permesso di resistere sulla fredda superficie mantenendo strumenti e computer accesi.

Insomma siamo andati lontano, come uomini, come europei, e come italiani. E possiamo certo continuare a farlo.

Da Larnaca (half way trip)

Veloci appunti di metà viaggio, approfittando della connessione wifi. Ecco, Mediterranea è ritornata adesso a Larnaca dopo qualche giorno di navigazione. Siamo approdati proprio oggi pomeriggio, mentre a bordo si terminava la terza lezione del nostro programma di studio del cosmo, una di quelli più impegnativi. Quella sull’evoluzione stellare, concentrata in una giornata appena (benchè già ne avessimo sfiorato vari aspetti lunedì e martedì, nelle lezioni sul Sistema Solare e sull’astronomia multimessenger, per usare una dizione abbastanza in voga oggi).

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Ragionando di astrofisica, si cresce tutti (ragazzi e Tutor…)

Chiaramente, qualcosa va lasciato fuori. Possiamo fare poco più di una introduzione, nel tempo che abbiamo a disposizione. Eppure è tanto, veramente tanto, te ne accorgi facilmente. Perché quello che si stabilisce nel tempo, per quanto limitato, è una cosa preziosa. Lo capisci ancor meglio ora: ora che ci ripensi, ancorato al porto di Larnaca, appollaiato con il portatile sulla barca. Mentre intanto il cielo si fa piano piano più scuro, ma di quel buio che non spaventa, di quell’oscurità che è preludio di un sereno, oppure comunque di una mitigazione dolce di ogni soffrire – perchè fa spuntare loro, le stelle.

Di stelle oggi si è parlato nella terza lezione di Astrofisica su Mediterranea, appunto. E se non è il momento per fare bilanci, dal punto di vista del Tutor (in parole povere, il sottoscritto), è però il momento di cominciare ad essere grato. Grato di condividere una esperienza di questo tipo con dei ragazzi attenti e curiosi, sereni e rispettosi.

Sempre così inizia, comincia che magari un po’ di impaccio e di perplessità ci può anche essere: in fondo i ragazzi non li conosci, non hai idea. Sai solo che sono stati selezionati in base alla bravura e alla motivazione. Ma in fondo, non sai. Eppure fai anche abbastanza in fretta a capire che ti puoi fidare, puoi anche condividere il tuo entusiasmo, puoi inbarcare anche loro, sia pure per pochi preziosi giorni, nell’esperienza affascinante di navigazione dei cieli. 

Puoi, perché loro ti seguono. E a volte – con le loro domande – ti precedono.

Perché alla fine – ormai lo hai ben capito – non puoi fare altro che questo, puoi continuamente passare il testimone, perché persone più giovani di te vengano catturate e rilancino, perché incuriosite da qualcosa che hai detto, si mettano a guardare il cielo, a pensare il cielo, in modo un po’ diverso dal solito, in modo un po’ più consapevole.

E già questo apre una bella partita, per la loro esistenza. E in fondo, ragazzo mio, anche per la tua.

 

Mediterranea 2016, l’avventura continua!

A volte ritornano, potremmo dire. E a volte sono proprio le cose belle che ritornano. Sono anche le occasioni sincere di fare esperienze nuove e profonde, che possono ripetersi. Perché non tutto sfiorisce in un giorno, perché una costruzione lenta può avvenire, qualcosa che umilmente sfida il nostro abituale cinismo, semplicemente accadendo. Avviene, infatti.

L’esperienza di Mediterranea dello scorso anno (alla quale ho avuto l’onore di prendere parte come docente) è stata già debitamente raccontata in questo ambito, come pure ha avuto una buona ricaduta in altri contesti, nonché una discreta copertura da parte dei media (qui citiamo per concisione appena Repubblica.it e  ANSA). Soprattutto è stata una esperienza che ha arricchito, tanto chi vi ha partecipato come studente, quanto chi è salito a bordo in veste di “professore” (per poi trovarsi a mettere in gioco tutta la propria umanità, come inevitabilmente avviene in navigazione). Ma credo di poter dire, è stata una esperienza intrigante anche per l’equipaggio, alle prese con un esperimento “accademico” innegabilmente sui generis.

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Mediterranea a Orounopoli (AThos) Dalla gallery del sito Progetto Mediterranea

Dunque, ecco la notizia. Grazie ad una serie di circostanze favorevoli (tra le quali una attenzione che di questi tempi oserei definire illuminata, da parte dell’ufficio divulgazione del mio ente, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, e la appassionata disponibilità di Progetto Mediterranea e del Consorzio Interuniversitario per la Fisica Spaziale) sono molto lieto di poter scrivere che quest’anno l’esperienza di Mediterranea si ripete.

Si sono infatti aperte da pochissimi giorni le iscrizioni per la selezione dei cinque ragazzi che potranno salire a bordo del bel Mikado 56 di Progetto Mediterranea, per una intera settimana (dal 24 settembre al primo ottobre), e così prendere parte in tal modo ad una esperienza formativa davvero unica, che permetterà loro di unire l’apprendimento dei misteri del cosmo e di quelli delle navigazione, in un contatto ideale che riprende e al contempo chiarisce l’unità inscindibile dell’umano desiderio di conoscenza e di avventura, sia esso tra i mari intorno a Cipro (come sarà per questa edizione) o tra i quasar più remoti.

Per partecipare alla selezione – che avverrà essenzialmente per merito, come per lo scorso anno – è necessario essere iscritti alla facoltà di Fisica o Astrofisica, in una università italiana, e non avere compiuto il ventiquattresimo anno di età. Per i particolari comunque rimandiamo alla necessità di una attenta lettura del bando ufficiale, che è appena stato diffuso ai rettori delle varie università (e che contiene anche una dettagliata panoramica delle lezioni che si terranno a bordo). Il termine ultimo per la presentazione delle domande di partecipazione è fissato al giorno 25 luglio. 

Un’ultima cosa, prima di lasciarvi alla compilazione del bando. Per avere un “assaggio” di quello che è stato Mediterranea nella sua prima edizione, quella dello scorso anno (che si è svolta al largo delle coste turche, presso lo stretto dei Dardanelli) oltre a dare una scorsa ai resoconti già citati, è magari utile prendersi un paio di minuti per vedere – o rivedere – il bel video realizzato da Media INAF, che riesce a catturare e diffondere efficacemente buona parte dell’aspetto anche stimolante e intelligentemente giocoso che ha accompagnato la settimana in barca.

Questo è lo spirito di Astrofisica su Mediterranea, in ultima analisi. Conoscere, crescere, capire, viaggiare la diversità (di ambienti, di popoli, di concetti), in maniera amichevole e relazionale. Scartando ogni approccio astratto ed accademico, dunque, e piuttosto giocandosi in prima persona come soggetti aperti, disponibile ad incontri: soggetti europei (e mai come adesso è forse necessario rilanciarlo) e abitanti del Mediterraneo, culla di civiltà antichissime e di tradizioni che dobbiamo riprendere, per dare maggior peso e significato al nostro essere uomini in questo millennio.

Una settimana, dunque, per imparare, conoscere e mettersi in relazione. Per prepararsi sempre meglio a vivere ed operare in un mondo che cambia in fretta. Oggi più che mai.

Mediterranea ed astrofisica, un itinerario di scoperte

Sono molto contento di come sono poi andate le cose su Mediterranea. Sono contento del clima che si è creato, sereno e costruttivo, di tanti bei momenti trascorsi insieme ai ragazzi scelti, e all’equipaggio. Così ricca è stata l’esperienza, che per parlarne in un solo post, devo per forza restringermi su un particolare angolo di visione, adottare un criterio specifico (altrimenti supero come niente la lunghezza ragionevole per un post). Qui di seguito scelgo allora di focalizzarmi soprattutto sull’aspetto didattico, su cosa ne ho riportato, da una esperienza così “sperimentale” e così originale.  Qualche altro appunto è nel mio blog personale.

Va subito detto che il lavoro predisposto per essere svolto su Mediterranea, per una precisa scelta, abbracciava un campo molto vasto della ricerca astronomica. Questo con l’intento dichiarato di poter offrire ai ragazzi partecipanti uno spaccato concreto e (per quanto umanamente possibile) completo, dello stato attuale della ricerca, ed insieme anche del modo con il quale si fa ricerca.  A tale scopo, accanto alle lezioni di argomento più squisitamente teorico (una sull’evoluzione stellare ed un’altra sulla cosmologia e i modelli di universo) sono state delineate lezioni più illustrative e con una importante componente tecnologica (la conoscenza del Sistema Solare con il notevole contributo delle relative missioni spaziali, e le motivazioni e le tecniche proprie dell’astronomia condotta al di fuori dall’atmosfera terrestre).

Ultima, ma non certo meno importante, è stata dedicata una intera lezione ad uno specifico grande progetto attualmente in corso, ovvero quello del satellite GAIA dell’Agenzia Spaziale Europea (al quale partecipo da diverso tempo), scelto come preziosa opportunità per entrare nel dettaglio tecnico e scientifico di una moderna importante missione astronomica, con la possibilità per i ragazzi di “assaggiarne” la intrinseca complessità di ideazione e di finalizzazione della medesima.

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Devo ammettere che il lavoro ai ragazzi richiesto per la partecipazione attiva alle lezioni non è stato per nulla trascurabile, poiché si sono spesso protratte per tempi anche superiori alle due ore, senza interruzioni (per giunta, in un ambiente innegabilmente favorevole alla “distrazione” come una barca magari in movimento). Inoltre, per alcune era richiesta un’attenzione anche al contesto fisico ed astronomico che poteva essere in diverse parti piuttosto impegnativa.

Cosa mi aspettavo, preparando le lezioni? Stante la notevole varietà di tematiche, e i momenti di approfondimento, le mie aspettative – in qualità di docente – erano di godere di un certo grado di attenzione e anche di essere oggetto di qualche domanda a fine lezione o durante la stessa. Riguardo a questo, devo esprimere con chiarezza che tali aspettative sono state decisamente superate in positivo, sorpassate dall’atteggiamento e dal comportamento dei ragazzi a bordo, durante le lezioni stesse e anche negli altri momenti di vita in comune. Difatti, non soltanto l’attenzione durante le lezioni è stata sempre elevata, non soltanto si è creato un clima di lavoro costruttivo che ha reso il mio lavoro più semplice e gratificante.

La vera sorpresa è stata, per lo scrivente, che l’intero soggiorno in barca si è trasformato per i ragazzi in una occasione praticamente continua di rapporto con il docente. Rapporto che si è inizialmente dispiegato in una serie di domande (devo dire, molto spesso assai pertinenti) inerenti al materiale didattico esposto nella giornata,  ma che ben presto – con l’aumento della conoscenza reciproca – si è allargato ad una indagine a tutto campo sulla scienza e sull’umanità di chi ad essa presta professionalmente la propria opera. Ho toccato con mano il fatto che i ragazzi sono sì interessati all’astronomia, e questo già rende l’avventura un pieno successo, ma sono altrettanto interessati a capire dal vivo come vive uno scienziato, come interseca il suo mestiere con la vita concreta, con gli affetti, con le sfide della contemporaneità. I ragazzi attenti, in fondo, hanno fame di maestri. Sono consapevoli che per crescere, comunque, è necessario il confronto con persone più grandi.

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Insomma devo confessare che è stata una settimana di scoperte, dove la geografia del cosmo, di cui si ragionava ogni giorno (con dialoghi che spesso si prolungavano anche durante i pranzi e le cene) andava a braccetto con la geografia dei luoghi tracciati da Mediterranea, in un rimando di suggestioni e commistioni difficilmente dimenticabile.

Tutto questo mi porta a dire con tranquillità che il mio obiettivo iniziale è stato raggiunto (merito largamente dei ragazzi, va da sé) ed anzi largamente superato. Parimenti, l’utilità e la peculiarità di iniziative come queste, per i ragazzi interessati e meritevoli, si è a mio avviso dimostrata al di là di ogni possibile dubbio.

Bello anche il filmato che è stato realizzato da MEDIA INAF e che in poco più di tre minuti, mi pare raccolga egregiamente lo spirito e l’entusiasmo che ha segnato questo progetto, fin dalla sua organizzazione.

Se insomma state organizzando una cosa di questo genere, e magari (può sempre succedere…) non avete ancora idea di chi chiamare come docente, fatemi uno squillo: per amore della scienza, cercherò di venirvi incontro….

 

Cenni di astronomia liquida…

D’accordo. Forse il titolo potrà apparire un poco improprio, ma è quello che mi viene in mente, pensando all’esperienza che mi attende da domani. O meglio, ahimè, da stanotte. Prima che la nostra amata stella faccia la sua comparsa sull’orizzonte dei cieli della capitale, dovrò essere già in viaggio verso l’aeroporto. Obiettivo: Turchia. Scopo: missione per conto di INAF (il mio ente, appunto), per parlare di astrofisica a cinque ragazzi selezionati a luglio, scelti tra i più meritevoli tra i frequentanti il corso di laurea in Fisica ed in Astrofisica, nelle università italiane.

Quello che è veramente peculiare è il luogo dove si terranno le lezioni. Saremo ospiti a bordo di Mediterranea, un Mikado da 17 metri, che è salpato nella prima vera del 2014 da San Benedetto del Tronto per un viaggio lungo tutto il mediterraneo.

L’iniziativa è appunto patrocinata e finanziata da INAF in collaborazione con il Consorzio Interuniversitario per la Fisica Spaziale e ovviamente Progetto Mediterranea. Sarà senz’altro una occasione stimolante di dialogo e di confronto, oltreché – impossibile negarlo – una esperienza di contatto con il mare e la natura che presenta una indubbia carica di fascinazione. Al proposito: devo confessarlo, ho faticato più di un pochino, in questi giorni, a convincere i miei stimati colleghi astronomi che mi stavo accingendo a partire per una missione lavorativa, e non per una “semplice” vacanzaMa lo capisco, tale è la peculiarità delle “condizioni al contorno” che non posso che ritenermi fortunato, ed essere grato agli organizzatori per la fiducia ed il credito accordatomi.

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Mediterranea che ci aspetta a Canakkale, sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli

Credo proprio che sarà una esperienza interessante. Per me, certo. Ma confido anche per i ragazzi che sono stati selezionati. Spero di poter centrare il mio intento segretissimo (va bene, ve lo dico qui, ma non lo fate sapere a nessuno): riuscire, al di là degli schemi, delle formule e dei diagrammi che andrò a presentare, a trasmettere almeno un pochino il senso di entusiasmo che l’indagine sull’Universo ancora può portare, chi vi si applichi con mente aperta e senza troppi pregiudizi. Cioè, chi sia almeno un po’ ancora, disposto a meravigliarsi.

Perché, vi assicuro, roba di cui meravigliarsi ce n’è parecchia, nello studio del cielo.

Questo infatti è stato un primo bel risultato, che ho ottenuto prima di partire. Preparando le lezioni, dovendo riprendere uno spettro ampio di argomenti, dalla fusione nucleare dentro il Sole alla nascita ed al destino ultimo dell’Universo, mi sono reso conto di quanta carica di stupore e meraviglia sia ancora piacevolmente “incastrata” in questi argomenti. Quanto questi incontrino la curiosità dell’uomo che si affaccia, da sempre, sulla notte stellata come davanti ad un incredibile spettacolo che chiede di essere compreso ed afferrato – proprio per essere gustato nella sua dimensione più profonda e più vera.

Il progetto Mediterranea coniuga molto sapientemente, da tempo, il fascino dell’esplorazione con una serie di percorsi culturali, di questo ed altri tipi. Che altro dire, se non che sono lieto di salire a bordo, per raccontare un po’ di cielo, di quel po’ che – grazie alla capacità e alla pazienza di tanti maestri che ho potuto incontrare- ne ho capito, ne ho potuto trattenere.

E sopratutto, per ammirarlo, quel cielo: ora ed ancora.

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