Quel che cometa non è…

Il famoso catalogo di Messier era fatto così, una lista di cose che non sono comete, al fine di aiutare gli astronomi evitando loro perdite di tempo.

Difatti le comete erano, al tempo (intorno alla metà del settecento) tra le cose certamente più interessanti da osservare, e togliere di mezzo oggetti di “scarsa rilevanza” era una esigenza tale da motivare Charles Messier a compilare un catalogo che – ironia della sorte – l’avrebbe reso famoso proprio per quello che contiene.

Il primo oggetto del suo catalogo è la celebre Nebulosa del Granchio, appunto nominata Messier 1 (M1 per andare per le spicce).

Il secondo oggetto, che abbiamo già accennato l’altra settimana, è invece questa meraviglia qui.

Crediti: ESA/Hubble & NASAG. Piotto et al.

Messier 2 (M2, appunto) è uno dei più grandi ammassi globulari che popolano l’alone della nostra Galassia. Ce ne sono più di centocinquanta, e sono stati accuratamente studiati tanto che esistono cataloghi delle loro caratteristiche.

Questa che ammirate è una foto dei quaranta anni luce centrali di questo incredibile ammasso di stelle. L’ammasso è noto anche con il nome alternativo di NGC 7089 e il suo diametro si allarga per circa 175 anni luce. Si ritiene che contenga circa 150.000 oggetti stellari.

Molto di quello che sappiamo riguardo le stelle, lo dobbiamo a questi ammassi. Difatti, avere la possibilità di studiare ambienti così popolati, dove le stelle di dividono per una grande varietà di caratteristiche (grandi, piccole, in fasi particolari dell’evoluzione…) e allo stesso tempo vantano alcune caratteristiche in comune (età e composizione chimica, almeno in prima approssimazione) ha aiutato moltissimo nello sviluppo della disciplina dell’evoluzione stellare.

Questi oggetti non sono solo suggestivi, a vedersi. Sono stati, storicamente, la nostra porta di accesso alla comprensione accurata del fenomeno stella. Ancora oggi tanti interrogativi sulla dinamica degli ammassi globulari attendono una risposta compiuta.

Ciò che cometa non è, insomma, ha ancora molto da dirci. E l’Universo può essere pensato come un sistema complesso, che ci invia un flusso di informazione virtualmente infinita. A noi, alla nostra capacità di ricezione, cogliere e decifrare quel canale, quella frequenza, che abbiamo imparato a capire, che possiamo mappare nella nostra mente.

Charles Messier, probabilmente, non avrebbe avuto grandi speranze di comprendere davvero, se per ipotesi fosse arrivato un uomo dal futuro a parlargli di materia ed energia oscura. Il moto delle comete era l’astronomia di frontiera, era quello il canale su cui l’uomo poteva sintonizzarsi. Molto doveva avvenire perché la mente umana si preparasse a ragionare di temi che oggi, peraltro, sono nell’immaginario comune.

Tra la panoplia di messaggi dal cosmo, scegliamo quello che possiamo comprendere, momento per momento. Che sempre ci dice qualcosa di nuovo.

Se appena ascoltiamo, cioè. Se ci poniamo in ricezione, facendo spazio, lasciando stemperare pensieri e preoccupazioni quotidiane. Facendo silenzio, perché arrivi quel segnale dal cosmo, debolissimo e prezioso, esilissimo e luminoso, che sempre ci spinge avanti. Nella conoscenza di ciò che è lontanissimo, ma anche di ciò che è profondamente innestato in noi, figli delle stelle quali indubbiamente siamo.

Costruendo l’universo…

L’immagine che proponiamo oggi è una suggestiva porzione di un ammasso aperto, appartenente alla nostra Galassia. Per la precisione, è l’oggetto chiamato Messier 11.

Crediti: ESA/Hubble & NASA, P. Dobbie et al

Bisogna dire che M11 è uno degli ammassi aperti più ricchi di stelle che facciano parte della Via Lattea. La sua età dovrebbe essere di poco superiore ai 200 milioni di anni: così si evince, almeno, dall’analisi dei colori e delle luminosità delle stelle che ne fanno parte.

Per quanto suggestivo, un ammasso aperto è tipicamente surclassato – in termini di numero di stelle che ne fanno parte – da uno qualsiasi degli ammassi globulari, che possono contenere anche (nei casi più estremi, come Omega Centauri) anche milioni di stelle. Qui, appunto, se ne trovano “appena” qualche migliaio. Un bell’ammasso globulare come Messier 2 ne contiene circa centocinquantamila, molto concentrate e disposte in una suggestiva simmetria sferica. Sappiamo anche che gli ammassi globulari sono molto più vecchi, con stelle di età paragonabile all’età stessa del nostro Universo (quei tredici miliardi di anni e qualche spicciolo, come ci dicono le stime più recenti).

Comunque sia, il fatto evidente – quasi invadente – è che il fenomeno stella appare quanto mai ubiquo nell’Universo. Sappiamo bene l’importanza che gli astri hanno avuto e ancora oggi hanno, nel nostro tragitto d’uomini. Sappiamo bene oggi come funziona una stella, almeno nei suoi termini più generali (molti particolari ci sfuggono ancora, anche se il quadro teorico è ormai ben consolidato).

Conosciamo bene anche – in un ottica diciamo biologica – la loro funzione nel cosmo, che è duplice (sempre fondamentale).

Da un lato la stella si propone come unica fucina cosmica per gli elementi più pesanti di idrogeno ed elio (con pochissime eccezioni): dunque le stelle che ammiriamo in cielo, oltre a stupirci per la loro bellezza, stanno proprio in questo momento occupate in qualcosa di abbastanza importante. Stanno, in questo esatto istante, costruendo l’universo.

Insieme a ciò, la stella è l’unico oggetto celeste che mette in piedi (e se va bene, garantisce per qualche miliardo di anni) una interessante zona di “vivibilità” al suo intorno. Parliamo di ambienti con temperature intorno alla zona di acqua liquida, con variazioni contenute. La casa per la vita così come la conosciamo, o la possiamo ipotizzare.

In vari modi dobbiamo la nostra esistenza alle stelle. Noi per certo, e chissà se in qualche remoto angolo della Galassia, c’è chi sta pensando la stessa cosa. Non possiamo ancora esserne sicuri, anche se per certi versi sembrerebbe probabile. Quel che invece è già assodato, è che se vive, lo deve a una stella.

Esattamente come noi.

Messier 2: non più di 200 stelle?

Di tutti i notevoli ammassi stellari nelle grandi nubi galattiche che si estendono attraverso Ophiucus, e Scorpio, nessuno ha ricevuto tanta attenzione come Messier II, la ricchissima aggregazione aperta di stelle nella piccola costellazione di Scutune Sobieski. Scoperta da Kirch due secoli e trentacinque anni fa, da allora è stata osservata e descritta in pratica da ogni studente di ammassi, nebulose, e comete…

E’ l’inizio di un articolo dell’astronomo Harlow Shapley pubblicato nel lontano 1917 sulla prestigiosa rivista The Astrophysical Journal; lo utilizziamo come prima parte di una serie di post che dedicheremo alla storia dell’indagine degli ammassi globulari della Via Lattea; storia interessante perché lega intimamente insieme il progredire della tecnologia osservativa con quella del quadro teorico entro cui le conoscenze venivano pian piano sistematizzate. Shapley realizzò allora un catalogo di ben 458 stelle localizzate all’interno di una circonferenza di quattro minuti d’arco di raggio, puntata sul centro dell’ammasso “aperto” Messier 2, sostenendo di aver determinato un indice di colore con un errore inferiore al decimo di magnitudine (niente male, per l’epoca)!

600px Messier 2 Hubble WikiSky
Crediti immagine: NASA/STScI/WikiSky

 Una faccenda molto interessante riguarda il numero di stelle che avrebbero composto l’ammasso. Nelle conclusioni Shapley  inserisce questa frase, che oggi farebbe saltare sulla sedia un qualsiasi astronomo o astrofilo che la dovesse leggere

sembra probabile che l’ammasso sia propriamente composto da non più di 200 stelle

D’accordo, non possiamo biasimare Shapley, gli strumenti osservativi di cui disponeva non contemplavano certo il Telescopio Spaziale Hubble o qualcuno dei grandi telescopi terrestri di oggi. Nonostante ciò, non possiamo non rimanere colpiti dall’affermazione, se posta a confronto con il quadro attuale delle conoscenze. Oggi sappiamo che le stelle di Messier 2 (e di ogni altro ammasso globulare conosciuto) sono decisamente più di 200: le stime attuali parlano di circa 100.000 stelle, in effetti!

L’ammasso prende il nome di Messier 2 perché, dopo la prima scoperta, fu riscoperto effettivamente da Messier in data 11 settembre 1760. Ha una interessante storia osservativa che può essere consultata collegandosi alla pagina di SEDS (in inglese).

La pagina di M2 del Globular Cluster Database lista alcuni dei principali parametri di questo interessante ammasso globulare.