Il Sole ruba l’aria di Marte? MAVEN indaga…

Il pianeta rosso sanguina… No, non sangue vero e proprio, ma la sua atmosfera, che si disperde progressivamente nello spazio. Il principale indiziato è proprio il nostro Sole, che starebbe utilizzando il suo stesso “respiro” – il vento solare -insieme alla sua radiazione, per derubare Marte della sua stessa aria. Il “crimine” è di una certa rilevanza, poiché potrebbe aver condannato la superficie stessa del pianeta, che un tempo appariva senz’altro promettente per la vita, ad una fredda e sterile sopravvivenza.

Alcune caretteristiche scoperte su Marte, come letti di fiume disseccati, od anche la scoperta di minerali che si formano in presenza di acqua, ci hanno fatto capire che un tempo Marte possedeva una atmosfera abbastanza consistente, ed era caldo abbastanza perché la sua superficie fosse gratificata dal fluire di acqua allo stato liquido.

Putroppo, in qualche modo, l’atmosfera spessa – che garantiva il perdurare di queste condizioni favorevoli alla vita – è stata dispersa nello spazio. Decisamente, niente è stata più come prima: Marte è rimasto freddo ed asciutto per miliardi di anni, con una atmosfera ormai molto sottile, mentre ogni traccia di acqua allo stato liquido veniva rapidamente dispersa nello spazio ad opera della radiazione ultravioletta del Sole che colpiva ormai indisturbata la superficie del pianeta.

Una visione "artistica" della sonda MAVEN, un investigatore di prestigio per l'enigma del furto dell'atmosfera marziana (Crediti: ASA/Goddard Space Flight Center)

Simili condizioni sono proibitive per ogni forma di vita che conosciamo, sebbene sia sempre possibile che la vita marziana, in caso, abbia deciso di “andare sottoterra”, dove l’acqua allo stato liquido ancora può esistere, e la radiazione solare non può arrivare.

Come accennato, il sospettato principale è il Sole, e l’arma del “delitto” sarebbe il vento solare. Tutti i pianeti nel nostro sistema sono continuamente bombardati da tale flussi di particelle cariche che si estende dalla superficie della nostra stella allo spazio circostante. Sulla Terra,il campo magnetico del nostro pianeta scherma efficacemente la nostra atmosfera, riuscendo a deviare lontano la maggior parte delle particelle: difatti il vento solare fatica ad attraversare i campi magnetici (essendo costituito da particelle cariche, queste vengono deviate dal campo magnetico su altre rotte).

Per quanto il meccanismo descritto appaia al momento come la causa più probabile per la dispersione dell’atmosfera marziana, vi sono però altre interpretazioni che attendono una verifica sul campo (ad esempio, il bombardamento intenso da parte di asteroidi potrebbe avere un ruolo non marginale nella dispersione dell’atmosfera). Questa sarà presto possibile attraverso la missione MAVEN, che esaminerà tutti i modi in cui Marte sta disperdendo la sua preziosa atmosfera, anzi ne potrà addirittura scoprire dei nuovi.

NASA Press Release

La Solar Probe Plus, dentro la torrida atmosfera solare…

L’agenzia spaziale statunitense ha iniziato lo sviluppo per una prossima missione dedicate all’esplorazione del Sole, ad un livello di dettaglio finora mai raggiunto. Il progetto senza precenti, prende il nome di Solar Probe Plus, ed è destinato ad essere lanciato non prima del 2018.

La sonda in fase di ideazione, avrà la grandezza di una piccola automobile. La cosa interessante è che si tufferà nell’atmosfera solare, a poco più di sei milioni di chilometri dalla superficie della nostra stella. Da tale posizione “privilegiata” dovrà esplorare una regione che nessuna sonda ha mai potuto investigare. A tale scopo la NASA ha già selezionato cinque progetti scientifici che dovranno servire a svelare alcuni dei più grandi segreti che il nostro Sole ancora cela agli scienziati.

Un'immagine di fantasia della Solar Probe Plus, mentre raccoglie dati avvicinandosi "temerariamente" alla nostra stella.... (Crediti: JHU/APL)

Uno dei misteri più grandi che si spera di risolvere, è anche molto semplice a raccontarsi: gli astronomi non si spiegano ancora come mai l’atmosfera solare esterna appaia agli strumenti sensibilmente più calda della superficie visibile del Sole. Un’altra questione che aspetta di essere risolta ha a che vedere con i venti solari e con il meccanismo stesso della loro origine. Sono questioni  – come sottolinea Dick Fisher, direttore della divisione di Eliofisica dell’ente spaziale americano – che aspettano una soluzione da decenni. La missione Solar Probe Plus ha tutte le carte in regola per portare gli scienziati verso la definizione di un modello solare che spieghi questi “misteri”.

Come si può ben comprendere, l’ambiente nel quale la sonda è destinata ad operare sarà tutt’altro che “amichevole”: sebbene apparentemente ancora distante dalla superficie del Sole, infatti, la sonda dovrà vedersela con temperature superiori ai 1400 gradi centigradi, e con “sbuffi” assai intensi di radiazione solare.

Che dire, decisamente non è un posto da visitare con equipaggi a bordo…. !

NASA JPL Press Release

LRO fotografa il sito di atterraggio dell’Apollo 12

Quattro anni dopo il successo della missione Apollo 11, la NASA varò la numero 12 delle missioni Apollo: era il lontano  12 novembre 1969. Esattamente 40 anni più tardi, il Lunar Reconnaissance Orbiter ha individuato e fotografato il sito di atterraggio.

Ragioni di sicurezza avevano dettato, per questa tra le primissime missioni lunari con uomini a bordo, un sito di atterraggio in posizione equatoriale, su una distesa di lava sufficientemente piatta: la scelta cadde allora su un sito prossimo a dove la sonda Surveyor 3, senza uomini a bordo, era atterrata due anni prima, nella parte ovest dell’ “Oceanus Procellarum”. Inoltre si sarebbe potuto prelevare delle parti della sonda ormai inattiva (per la precisione, fu attiva dal 20 aprile al 3 maggio del 1967) per portarla all’attenzione degli ingegneri delle missioni lunari, cosa che effettivamente venne fatta dagli astronauti.

Le immagini dalla sonda Lunar Reconnaissance Orbiter mostrano il luogo di atterraggio dell’Apollo 12. Sono anche visibili, nella stessa area, i siti di atterraggio delle sonde Intrepid lunar module descent stage, experiment package (ALSEP) e del Surveyor 3. Le impronte degli astronauti sono indicate con delle freccie bianche. L’immagine nel complesso è larga poco più di 800 metri.

Crediti: NASA/Goddard Space Flight Center/Arizona State University

Sappiamo bene che la missione fu un successo e si svolse senza problemi. In tutto, l’Apollo 12 riportò più di 32 kg di campioni lunari. Da questi preziosi campioni gli scienziati impararono che il cratere da impatto “Copernico” si fornò circa 810 milionidi anni fa; inoltre furono trovati ben quattro tipi differenti di basalto, di età molto diverse di quelle trovate dall’Apollo 11; altri campioni di roccia fecero comprendere ai ricercatori qualcosa della notevole complessità del suolo lunare, destinato ad essere ancora studiato nelle successive missioni Apollo.

Davvero, la missione fu – da tutti i punti di vista –  un successo incredibile…

NASA LRO Press Release

Dieci anni fa, il più recente incontro con la Terra di Cassini

E’ ormai trascorsa una decade piena, da quando la sonda Cassini della NASA passò un’altra volta “vicino” alla Terra, ad una distanza di poco più di mille chilometri, sulla strada del suo appuntamento con il secondo più grande inquilino del Sistema Solare, Saturno.

Lanciata nell’ottobre del 1997, Cassini ha richiesto un totale di ben quattro flybys (passaggi ravvicinati) per ottenere la spinta gravitazionale necessaria a raggiungere il mondo fatato con gli anelli. L’effetto di “fionda gravitazionale” che si è sfruttato è ben noto e si basa sull’utilizzo della massa del pianeta e della velocità orbitale per imprimere una consistente “spinta” alla sonda verso gli obiettivi che si sono definiti.

Un disegno artistico della sonda Cassini presso gli anelli di Saturno.

Crediti: NASA/JPL
Prima del passaggio presso la Terra, la sonda Cassini aveva già volato fin dopo Venere in due occasioni (26 aprile 1998 e 24 giugno 1999). Il flyby con la Terra ha fornito alla sonda una velocità di 5,5 chilometri al secondo, spingendola vigorosamente verso la sua prossima “stazione di rifornimento gravitazionale”, costituita dal pianeta Giove, che gli avrebbe fornito una velocità supplementare di 21.44 chilometri al secondo.

Cassini poi arrivò presso Saturno e si fece appositamente “catturare” in una orbita del sistema il 30 giugno 2004. Da allora, ha ricondotto a Terra una grande quantità di importantissimi dati riguardo il pianeta, i suoi anelli e le sue lune.. e continua a lavorare tuttora, fornendoci  tra l’altro diverse bellissime immagini!

NASA/JPL Press Release

Ammoniaca su Enceladus!

I dati raccolti durante i due passaggi ravvicinati alla luna di Saturno Enceladus hanno aggiunto diversi promettenti tasselli alla teoria che vuole che tale mondo ghiacciato possa contenere dell’acqua allo stato liquido, proprio sotto la superficie. I risultati prodotti dalla sonda  Cassini sono stati pubblicati proprio questo mese sulla prestigiosa rivista internazionale Nature.

La luna di Saturno Enceladus, vista dalla sonda Cassini
(Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute)

In particolare, i dati più interessanti provengono  senza dubbio dallo spettrometro: il giorno otto del mese di ottobre, nello scorso anno, tale strumento è stato in grado di rilevare molti composti chimici, inclusi alcuni organici, presenti nei vapori e nelle particelle di ghiaccio. Uno di quelli identificati con notevole confidenza è stato l’ammoniaca. Nello spazio, la presenza di ammoniaca è considerata un forte indicatore della possibile esistenza di acqua allo stato liquido. Ma cosa può dirci dell’acqua liquida la presenza di ammoniaca sul suolo ghiacciato di una fredda luna di Saturno?

Quello che molti non considerano, è che l’ammoniaca agisce in realtà come una sorta di “antigelo”, riuscendo a mantenere l’acqua liquida a temperature più basse  di quanto sarebbe possibile in sua assenza. Con la presenza di ammoniaca, l’acqua può esistere allo stato liquido perfino a temperature così basse come -176 gradi Kelvin!

E visto che le cose stanno così, e visto anche che temperature superiori a -180 gradi Kelvin sono effettivamente state misurate sulla superficie di Enceladus, ecco che si viene in possesso di un eccellente argomento per l’ipotesi della presenza di acqua liquida all’interno della piccola luna, dicono gli scienziati.

Va detto, in ogni caso, che stabilire quanta acqua liquida sia contenuta nell’interno di Enceladus (nel caso appunto ve ne sia…) è tutto un altro paio di maniche, ed è una domanda che al momento non può ottenere  alcuna certa risposta. Finora Cassini ha effettuato cinque passaggi ravvicinati alla luna di Saturno, che rappresenta comunque uno degli obiettivi principali della missione “estesa” della sonda. In questo quadro, due passaggi ravvicinati sono previsti per novembre di quest’anno, ed altri due – ancora più prossimi alla superficie – sono schedulati per aprile e maggio del 2010.

Si confida che i dati raccolti durante questi futuri flybys potranno aiutare a fare luce sulla questione. La risposta è attesa con una certa trepidazione, poichè se fosse confermata la presenza di acqua liquida, crescerebbe di molto la possibilità che Enceladus costituisca un habitat potenzialmente adatto alla presenza di forme di vita…

NASA JPL Press Release

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