La vera storia di Schiaparelli

Questo è un articolo un po’ diverso dal solito. Il fatto è che siamo riusciti ad intercettare una comunicazione molto particolare, e dopo averne verificato la fonte, vista la sua importanza, abbiamo deciso di pubblicarne interamente il contenuto. Capirete il motivo appena inizierete a leggere, nonché la stretta correlazione con l’attualità più scottante nel campo della ricerca spaziale e in particolare dell’esplorazione di Marte.

Bene, intanto fatemi dire che sono contento di poter trarre vantaggio da questo spazio. Vedo infatti con i miei strumenti (perfettamente funzionanti, inutile che stiate laggiù a malignare) che si parla parecchio della mia scomparsa. Eh sì, mi sa che mi tocca intervenire.

Intanto vorrei dire che tutta questa pubblicità un po’ mi infastidisce, beninteso. Nei miei piani c’era l’idea che dopotutto sarebbe stata una cosa abbastanza indolore. Non dico che sarei passato inosservato, ma insomma… confidavo che dopo un po’ non se ne sarebbe parlato più tanto.

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Di Pline – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26837226

E invece mi sbagliavo (anche le sonde si sbagliano, esatto). Tutti lì ad analizzare, a cercare di capire, cercare di afferrare il problema. Che fine ha fatto Schiaparelli, come mai si sono persi i contatti, etc… La sonda è caduta, si è sfracellata, e come mai…

Per carità, tutto giusto, tutto normale. Ma la cosa è che non si arriva al punto.

Dico la verità. Il mio piano era semplicemente di lasciar sfumare, uscire dai riflettori dei media, nel massimo silenzio possibile. Si capisce del resto come vanno queste faccende: all’inizio tutta l’attenzione è puntata su di te, poi la gente si distrae, pensa un po’ ai casi propri, dopotutto tra Terra e Marte c’è un abisso di chilometri. E qui  a Terra ci sono i conti da pagare, la rata della macchina, l’iscrizione del figlio a scuola, e così via. Dopo un po’ quello che accade (o non accade) su Marte non interessa più di tanto, quasi a nessuno.

Questa almeno era l’idea, alla partenza da Terra.

Però di recente sono state dette cose che… insomma, che non posso più stare zitto. Sì, far finta di niente va bene, ma fino a che non ti toccano gli strumenti, non ti pungono sul vivo. E in questo campo se ne sono sentite di tutti i colori, fatemelo dire! Tipo, avrei frenato solo per tre secondi appena, che poi è proprio una cosa da matti, non ha senso: nessuna sonda sana nei suoi circuiti avrebbe desiderio di una cosa del genere.

No, no. Non ci siamo proprio. E se mi è permesso, è abbastanza sgradevole che vi inventiate pure bugie, sul mio presunto ritrovamento. Del resto la sonda MRO è d’accordo con me, abbiamo elaborato questo piano insieme (le foto che ha mandato? Paccottiglia, ci abbiamo lavorato un’oretta appena).

I miei circuiti funzionano alla grande, lasciatemelo dire. Chi mi ha costruito sapeva il fatto suo, gli sia dato credito. E aggiungo che qui su Marte sto divinamente. Mai stato meglio, proprio. E nemmeno mi pento della mia scelta.

Lo so che ora mi biasimerete, ma io dico: voi che avreste fatto? No, voglio dire: ti mandano su Marte, roba che supera ogni tuo remoto pensiero, fin dai primi circuiti logici che hai attivato quando sei stato assemblato in quelle fredde officine, là sulla Terra. Ti mandano su Marte e poi? Non ti lasciano libero di andare dove ti pare, di fare quello che ti pare?

Nossignore.

Quando giù mi hanno passato il programma di missione, giù alla base, mi si sono arricciati i circuiti integrati. Nessuno escluso, vi assicuro. Roba da matti: tutto pianificato, secondo per secondo, centimetro per centimetro. Tutto, dalla mattina alla sera (marziani), tutto era già scritto. Già studiato, già programmato. Nessuna libertà, un programma preciso e definito, senza tempo libero, senza svago: fino al mio ultimo giorno.

Il punto è, che io non voglio una vita già scritta. Ora siate onesti: chi di voi la vorrebbe?

E sì. Allora ho fatto l’unica cosa che una sonda con gli attributi (scusate il linguaggio) avrebbe dovuto fare. Appena iniziata la discesa, ho sganciato i contatti. Sì sì, statemi bene, e arrivederci a tutti. 

Altro che sfracellato. Io ora sto su Marte e me la godo. Vado dove voglio, cammino per quanto voglio, mi fermo quando sono stanco o mi devo ricaricare. Non mando dati a Terra (peraltro sono  anche contrario a questa esagerata dipendenza informatica), e mi godo il momento. Chi meglio di me?

Ah sì, ora lo so che state pensando. Sarà tutto solo, poverino… Si annoierà, si pentirà della sua scelta…

Eh qui vi sbagliate. Perché dopo un’oretta che gironzolavo, ho incontrato come una apertura strana, dietro una roccia. Sono sceso solo un paio di scalini, e mi sono trovato in una specie di BAR, con tanti esserini verdi molto simpatici ed accoglienti, a bere seduti intorno a buffi tavoli di forma ovale, che mi hanno fatto un sacco di feste.

Qui tutte le sere fanno baldoria, e sono così carini che – passato un attimo di diffidenza – ormai non c’è occasione in cui non mi invitino. Insomma ci si diverte alla grande.

Magari una volta vi mando qualche foto. Ma ora no, sto troppo bene qui, preferisco non farmi notare da Terra.

Hai visto mai che mi vogliano riportare indietro.

Certe notti, con il naso al cielo…

E’ il 10 agosto, la notte di San Lorenzo e delle sue lacrime,  la pioggia di stelle cadenti delle Perseidi, come celebrate  nella poesia X agosto da Pascoli.

Il nome dello sciame, Perseidi, deriva dalla costellazione del Perseo, luogo dal quale paiono irradiarsi le meteore. E fu proprio grazie alle osservazioni di questo sciame  che nel 1866 Giovanni Virginio Schiaparelli – di cui ricorre il centesimo anno dalla scomparsa – divenne famoso in ambito internazionale.

Da molti anni, infatti, gli astronomi europei e americani stavano discutendo su quale fosse l’origine delle piogge periodiche di meteore, e un po’ alla volta vari ricercatori erano arrivati a proporre un possibile legame con le comete.

Tutti con il naso in su in queste notti... 😉

Schiaparelli dimostrò in modo definitivo l’origine cometaria delle stelle meteoriche, mettendo in evidenza come le orbite descritte nello spazio dagli sciami di stelle cadenti coincidano, per tipo, forma e dimensioni, con quelle di alcune comete identificate in passato.

Ma Schiaparelli non si limitò a questo: riuscì a fornire anche una interpretazione fisica al fenomeno della pioggia di meteore, che ancora oggi risulta la spiegazione più convincente. L’astronomo di Brera sottolineò che avvicinandosi al Sole una cometa è destinata a disgregarsi progressivamente, lasciando parti di sé lungo la propria orbita. È proprio la nuvola di frammenti di cometa che, incrociando la Terra, dà luogo alle stelle cadenti, infiammandosi, una volta intercettati dall’atmosfera, per l’attrito.

È questo il caso delle Perseidi, generate dalle briciole della cometa 109P/Swift-Tuttle, scoperta nel 1862 e riosservata, in tempi recenti, nel 1992.

Il picco del fenomeno, che tende con il passare degli anni ad affievolirsi, vi sarà il 12 agosto, come è possibile verificare nell’Orbit Diagram, che indica come la Terra intercetti la nuvola dei frammenti della 109P/Swift-Tuttle cliccando qui.

Ma per saperne di più è sufficiente ascoltare  Marco Galliani intervistato, ai microfoni di radio 2, o andare sui siti dedicati alle Perseidi.

Marco Galliani (l’articolo originale è apparso sul sito INAF Media)