Questo nostro mondo…

Lo sappiamo, a volte il modo più efficace per non comprendere qualcosa, è esattamente quello di starci dentro. A volte è necessario un po’ di distacco, per poter ragionare in modo pacato e comprensivo, senza farsi catturare dai complessi meccanismi di azione e reazione, di possesso e non possesso, con i quali combattiamo ogni giorno. Soprattutto, per far sì che la ragione dialogica ceda il passo allo stupore, si faccia da parte consapevole che la ragione è uno strumento meraviglioso ma, come ci ricorda Kant, è semplicemente un’isola nell’oceano sconfinato. 

Quell’oceano sconfinato che esonda dal nostro pensare spicciolo, e si percepisce (e si inizia a godere) soltanto allargando lo sguardo.

Non è strano dunque, che anche la persona più propensa ad ammirare le meraviglie dello spazio profondo, a studiarle ed indagarle e magari a discorrerne, nel proprio quotidiano mestiere di vivere si dimentichi dell’ambiente incredibile che ha intorno a lui, si scordi del pianeta meraviglioso che abita, insieme a tanti altri esseri viventi. Si perda per strada una parte importante di stupore possibile.

Bei discorsi, mi direte. Magari, mi direte anche, buttarsi in mezzo al traffico, compressi in file a lento movimento dopo appena mezzo caffè e ancora una notte da metabolizzare bene, non aiuta. Comprendo.

Meglio allora stare a chi si sveglia con un panorama un po’ diverso (e vede le cose da un ambiente in cui il traffico non è ancora il problema)..

Crediti immagini: NASA

Questa è l’immagine che l’astronauta Annie McClain ha mandato su Twitter il 21 del mese di febbraio, accompagnata dalla frase (mia libera traduzione) “Buon giorno a tutto questo mondo stupendo, e a tutte le stupende persone che lo abitano, che lo chiamano casa” .

Niente. Perché a volte bisogna guardare le cose da lontano, per capire quanto sono preziose. Quanto sono uniche, in tutto l’Universo.

E quanto siamo unici, anche noi.

Noi siamo qui…

E’ innegabilmente così, e forse non potrebbe che essere così. A volte il nostro cielo interno è tutto occupato, tutto allocato dai vari impegni e dalle prospettive più prossime, nel tempo e nello spazio. Cento per cento full, potremmo dire. Oltre alle incombenze quotidiane, ora, anche le imminenti elezioni, l’impegno di capire a chi dare il voto, per esempio. In questo scenario dove spesso predominano confusione e rassegnazione, sempre più difficile orientarsi verso una ipotesi, una scelta costruttiva. Una scelta che non censuri il nostro desiderio di bene, la nostra inestirpabile speranza di concorrere a migliorare almeno questo nostro pezzetto di universo. 

Ma quale pezzetto poi?

Corriamo il rischio di perdere la prospettiva, che è un rischio anche politico, perché la politica può venire compiutamente svolta solo se ci muoviamo in una prospettiva cosmologica corretta, che tiene in debito conto di tutto.

In principal luogo, di dove siamo. 

Ed eccoci, ecco dove siamo veramente. Ecco una foto che ci fa ricordare quello che spesso dimentichiamo.

Terra e Luna, da lontano
Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona/Lockheed Martin

E’ una immagine della Terra (il punto più luminoso) e della Luna (il puntino alla sua destra) catturata quasi un mese fa dalla sonda  OSIRIS-REx della NASA da una distanza di quasi sessantaquattro milioni di chilometri. Mentre prendeva questa suggestiva immagine, la sonda stava muovendosi ad una velocità di 8,5 chilometri al secondo (per capirci, oltre trentamila chilometri all’ora).

Dall’immagine si possono scorgere diverse costellazioni, come ad esempio le Pleiadi (in alto a sinistra). Siamo qui dunque, prima di tutto immersi in un Universo sconfinato, mutabile e pieno di sorprese. Siamo parte di un tutto vastissimo e irrequieto, in perpetuo divenire. Nessun isolamento è possibile, lo dice la scienza: non esistono sistemi isolati.  E come argomentavamo anche di recente, il nostro pianeta è parte di un tutto che – comunque – ogni tanto fa capolino.

Nessun muro tra Terra e Cielo è più pensabile. E nessun muro in Terra, è più giustificabile, per l’evoluzione della nostra coscienza. Crescere con questa consapevolezza, è un compito grande. E pensarci, anche in questo tempo elettorale, forse è una cosa opportuna. E’ un segnale dal cosmo, che possiamo acchiappare senza bisogno di alcun particolare recettore, se non la nostra curiosità e voglia di capire, chi siamo dove siamo.

La Terra, com’era

In nessun posto si era al sicuro, in nessun posto sulla Terra. O almeno, questo è ciò che si aveva qualche miliardo di anni fa, durante l’eone Adeano: il periodo che iniziò circa 4600 milioni di anni fa, terminando poi intorno ai 4000 milioni di anni fa, con il passaggio all’Archeano. Non deve essere stato un periodo facile: il Sistema Solare all’epoca assomigliava più ad una pericolosa galleria di tiro per grandi rocce e pezzi di ghiaccio vaganti, che ad un ambiente tranquillo, potenziale culla per il fiorire di forme viventi.

La pioggia continua di devastazione a cui era soggetto il nostro pianeta, oltre a cancellare impietosamente tutta la storia geologica più antica dalla superficie del nostro pianeta, aveva creato un ambiente desolato, senza ancora alcun segnale della distribuzione delle terre così come noi oggi la conosciamo. Chiaro che in tale situazione era molto difficile per ogni forma di vita puntare alla semplice sopravvivenza, fatta magari eccezione soltanto per i più “intrepidi”, come i batteri capaci di sopravvivere alle temperature più elevate.

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Crediti immagine:  Simone Marchi (SwRI), SSERVINASA

La situazione era veramente dura. Perfino gli oceani che si fossero formati in questo periodo, sarebbero evaporati dopo impatti particolarmente pesanti, per poi magari riformarsi di nuovo. Insomma un ambiente inquieto, in perenne mutamento. Decisamente diverso da quello a cui siamo abituati. L’illustrazione che appare su APOD di oggi mostra come sarebbe potuta sembrare la Terra durante questa epoca: notate le diffuse evidenze di impatto sparse su tutta la superficie, e le striature luminose di lava calda, visibili anche di notte. 

Soltanto dopo un miliardo di anni, in un Sistema Solare decisamente più tranquillo, si sarebbe formato il primo supercontinente

Così, in questa maniera turbolenta ed inquieta, una storia iniziava, una storia di un pianeta come tanti, forse, ma che avrebbe ospitato una forma di vita in grado di interrogarsi sul destino ed il significato dello stesso Universo nel quale viveva. Prima, però, c’era bisogno di una lunga preparazione. 

E’ così: dopotutto, la fretta è una invenzione tutta nostra. Non serve, per l’Universo.

Perché è importante l’astronomia?

Certo, tutto dipende da come uno guarda le cose. “Da che punto guardi il mondo tutto dipende” diceva una famosa canzone, ed è vero. Così la crisi può essere certamente vissuta, almeno tentativamente, come “opportunità”. In questo caso è una opportunità preziosa per tornare ad alcune domande fondamentali. come si propone di fare un articolo apparso qualche giorno fa su astro-ph (la nota collezione di articoli in forma di preprint), significativo già dal suo titolo: “Perché è importante l’astronomia?” (Why is Astronomy Important?).

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Quanto possiamo trasmettere alle future generazioni, del nostro stupore per il cosmo… Se solo lo manteniamo vivo! 

L’articolo parte subito puntando al nocciolo della questione – ad una delle domande che tante volte ci facciamo perfino noi addetti ai lavori. Combattere la povertà e la fame rimane una priorità a livello mondiale, e ogni attività che non tenti direttamente di risolvere questi problemi può essere difficile da giustificare e (soprattutto) da supportare. Men che mai in tempi come questi, tempi di crisi, appunto. Tuttavia bisogna pure ricordare come “investire nell’educazione scientifica, nella ricerca e nella tecnologia fornisce un considerevole ritorno – non solo economicamente, ma culturalmente e in maniera indiretta per la popolazione in generale – e ha aiutato i vari paesi ad affrontare e a superare le crisi”

Ecco la parola crisi che torna e ritorna, come qualcosa che ci obbliga ad interrogarci sul perché facciamo quello che facciamo. Sul significato di tutto.

Il resto dell’articolo (che suggerisco per chiunque abbia un poco di confidenza con la lingua inglese) si muove essenzialmente su due binari. Da una parte viene illustrata la rilevanza della ricerca astronomica, con una rapida ma significativa carrellata su alcuni esempi di trasferimento tecnologico in campi specifici come ottica ed elettronica (basterebbe citare lo sviluppo di rivelatori CCD, che dai telescopi professionali sono pian piano migrati sull’elettronica di consumo più ampio – ma gli esempi possibili non si fermano certo a questo). Dall’altra non si rinuncia a tentare un discorso più… ambizioso.

Ed è forse questa  la parte più interessante su cui riflettere: sul valore aggiunto dello studio dell’astronomia in sé, al di là delle ricadute tecnologiche. “L’astronomia ha sempre avuto un impatto significativo sulla nostra visione del mondo… Ci sono ancora molte domande inevase in astronomia. La ricerca attuale si sforza di comprendere questioni come ‘Quanto siamo vecchi?’, ‘Qual è il destino dell’Universo’ e forse la più interessante ‘Quanto è unico l’Universo, quanto un Universo leggermente differente avrebbe ancora potuto supportare la vita?'”

Il lavoro si chiude assai significativamente con una citazione dell’astronomo americano Carl Sagan, da The Pale Blu Dot (il riferimento è alla terra vista dallo spazio, un “piccolo punto blu”):

E’ stato detto che l’astronomia è una esperienza che favorisce l’umiltà e la formazione del carattere. Probabilmente non vi è migliore dimostrazione della follia della presunzione umana che questa immagine presa da lontano del nostro piccolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di trattarci l’un l’altro con più gentilezza, e di preservare e custodire questo piccolo puntino blu, la sola casa che abbiamo mai conosciuto”

Tutti i fan di Cassini…!

Osservate bene l’immagine qui sotto. Ha una struttura ed una genesi veramente peculiare, ma in un senso non immediatamente evidente. Per capirlo bisogna descriverne un po’ la storia: è una storia spiccatemente collaborativa, che riguarda persone sparse in tutto il globo, per più di quaranta paesi diversi. Come avviene spesso al giorno d’oggi, il veicolo di contatto è stato Internet. L’occasione si è avuta il giorno 19 del mese di luglio, quando la sonda Cassini si è girata indietro, verso Terra, per acquisire una foto – molto da lontano – del suo pianeta di origine. Là dove tutta la sua storia ebbe inizio.

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Un incredibile mosaico della Terra… da vedere da vicino! (Crediti: NASA, JPL-Caltech, Cassini Project, Denizens of Earth)

Ora, bisogna dire che le immagini della Terra prese dallo spazio esterno non sono affatto comuni, anzi sono davvero rare. Per la precisione, abbiamo soltanto due immagini della Terra “vista da fuori”. La prima – e la più lontana – risulta quella acquisita 23 anni fa dalla sonda Voyager 1, alla rispettabile distanza di sei miliardi di chilometri da “casa”: è il famoso pale blu dot, il “puntino blu” diventato famoso perché legato al nome del famoso astronomo e divulgatore Carl Sagan (che ebbe l’idea di far girare la sonda verso Terra per scattare la foto del nostro pianeta). La seconda è quella scattata dalla sonda Cassini nel 2006, da una distanza di circa un miliardo e mezzo di chilometri. A queste appunto si è appena aggiunta quella presa da Cassini in questa occasione.

Come una forma di tributo da parte delle persone sulla Terra, la missione ha montato un gigantesco collage composto da immagini pervenuta via Twitter, Facebook, Flickr, Google+ ed anche con la più tradizionale posta elettronica, disponendo sullo sfondo una immagine del nostro pianeta. Volete sorridere? Provate a guardare il dettaglio delle singole immagini (potrebbe metterci un po’ per caricarsi, dopotutto è un file da 28MB): quante persone che salutano la sonda! Chi potrebbe ancora dire che lo studio del cielo non interessa alla “gente comune” ?

Fonte: APOD del 24 agosto 2013