Astronomia e pandemia

Diciamocelo chiaro. Siamo tutti un po’ stufi. Almeno, io lo sono. Non vuol dire che non capiamo la ragione di quello che avviene, la motivazione di certe restrizione della libertà personale, per carità. Ma è che siamo stufi. Questo penso ci possa stare. Stufi. E abbiamo necessità di capire di nuovo, se quello che stiamo facendo ha senso. Se ha un senso proprio adesso. Altrimenti, è inutile far finta, c’è qualcosa da cambiare.

Una suggestiva vista dall’interno della cupola dell’Infrared Telescope Facility della NASA, situato alle Hawaii. Crediti: UH/IfA

Per me (forse un poco anche per chi legge queste pagine), la domanda è ha senso parlare di astronomia, adesso? Vorrei raccontarvi – in poco – perché a mio avviso la risposta è affermativa.

Direte voi, ma che mi interessa del cosmo, adesso che non posso uscire nemmeno di casa? Ecco, forse mi interessa proprio adesso. Forse ora che sono incastrato in un gioco al ribasso nelle coordinate spaziali (confinato nell’esistere in un ambiente ristretto), forse proprio ora ho bisogno di sapere che esiste un altro ordine di cose, un ordine di cose che spazia verso l’illimitato, l’infinito. Se i miei segnali e stimoli corporei sono depressi in un intervallo molto definito, evacuato spesso di sorprese, ho bisogno almeno di sapere che ci sono segnali che mi arrivano ora, da Marte come dai più lontani quasar. Segnali di qualcosa che non conosco e che mi può sorprendere, sempre.

L’astronomia è tutto questo (ed altro). Ci proietta innanzitutto in un campo grande. Ci ricorda che il gioco è sempre molto più esteso di quanto pensiamo. Pensare in grande, insomma, senza credersi chissà che. Perché è altro che è grande, ed è fatto in modo che noi possiamo parteciparne. Dunque, questo temporaneo isolamento non è la realtà, la realtà è un cielo grandissimo che è un teatro – questo sì, sempre aperto – di rutilanti novità e di incredibili avvenimenti.

Sapere che in questa epoca plastificata e protetta, di sintetiche distanze e solitarie disinfettate esistenze, c’è un mondo infettato di vita e di esuberanza, ci fa molto bene. Di questa realtà ci fa molto bene parlare. Ci fa assai bene anche guardare il cielo, la notte, e sognare. Fa bene ai grandi e ai piccoli. Molto bene ai piccoli, ché proprio il cielo è qualcosa che contribuisce alla crescita armonica, a tenere tutto insieme, compresa la speranza ardente, così facile ad essere abbandonata dai più grandi. Così preziosa che vale la pena fare la fatica di riprenderla. Sempre e comunque.

Perché l’universo è qui dietro, e in qualche modo (che a volte non sappiamo, ma avvertiamo) vuole entrare in dialogo con noi. E ci aspetta, sempre.

Pubblicato da

Marco Castellani

Astrofisico, divulgatore, scrittore.

6 commenti su “Astronomia e pandemia”

  1. Ciao Marco.
    Penso che, nonostante le limitazioni allo spostarsi e al contatto fisico, non ci siano mai state concrete restrizioni della libertà personale. In tempo di pandemia, d’altronde, è l’unico modo per limitare un virus potenzialmente mortale (ma quello già lo si sa) in attesa di una cura definitiva.
    Riflettevo anche su un tuo commento ad post di Marco Guzzi (spero di aver azzeccato il suo nome, non me ne voglia) all’incirca sui gesti quotidiani che stiamo dimenticando al tempo della pandemia.
    E tutto questo mi ha fatto tornare in mente una scena di Yellowstone di Kevin Kostner, dove una giovane professoressa universitaria (Monica Dutton, il personaggio) riprende i suoi studenti nella pausa ricreazione perché invece di comunicare fra loro, se ne stanno a fissare e taggare foto di estranei che manco conoscono coi loro telefonini.
    La tecnologia è bellissima, coi social non si hanno problemi di comunicare e sentirsi vicino a chi si ama, io, per esempio, ho chiesto spesso come si sentisse Ricardo Garcia, in Texas. E così ho fatto con altri contatti in giro per il mondo. La tecnologia, dicevo, è una cosa bellissima, ma finché rimane un mezzo e mai un fine.
    E anche l’astronomia è un mezzo: un mezzo per esplorare noi stessi attraverso lo studio del cosmo.
    Quando qualcosa diventa un fine che non sia l’Uomo allora diventa una gabbia mentale, una prigione senza pareti che illude di libertà inesistente.
    Certo quindi che l’astronomia, campo che amiamo entrambi, è ora più importante che mai, perché attraverso di essa si entra nell’intimità di noi stessi. Cosa che ora è ancora più preziosa.

    1. Grazie Umberto. Il tuo commento (come al solito, direi) contiene molti spunti decisamente interessanti.

      Prima cosa, fammi dire, che secondo me dobbiamo dire le cose come stanno: ci sono concretissime limitazioni alla libertà personale. Altroché. Roba da superare molti regimi totalitari. Non posso uscire di casa senza un motivo stabilito e considerato accettabile dal governo (o se ti piace, dalla collettività), se sono un ristoratore devo tener chiusa l’attività, e via di questo passo. Ora, che siano giustificate, che siano sacrosante, super necessarie – è un altro punto sempre meritevole – mentre tali norme si rispettano – di analisi e discussione (ma giustamente, non viene discusso qui). Ma direi, chiamiamo intanto le cose con il loro nome. Pane al pane e vino al vino: è il primo passo per non impazzire, in questo tempo.

      Per il resto, hai completamente ragione, hai detto anzi “la ragione” dell’astronomia: un mezzo per entrare nell’intimità di noi stessi. Guardare al cielo più lontano è andare nel più profondo di noi, per quella dinamica misteriosa e mirabile già intravisto da Jung, secondo cui

      la nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.

      Per meno di questo, non varrebbe certo la pena fare astronomia. E soprattutto, come ben dici, avere un fine che non è “umano” porta sempre a snaturare lo sforzo, a chiudersi dentro qualche gabbia mentale. Perfino la spiritualità e la religione o sono “per l’uomo”, per un aiuto nella sua ricerca di senso e di vivibilità dell’esistenza, o sono costruzioni/costrizioni, di cui non abbiamo più bisogno, grazie al cielo.

      Un grande abbraccio!

  2. Ciao Marco, io mi sono occupata sempre dell’infinitivamente piccolo. Il microcosmo della cellula, dove tutto funziona in uno spazio ristretto, dove le mutazioni genetiche legano il prima al dopo. Ora , in questo momento, dove condivido, siamo stufi, alzare gli occhi al cielo fa sentire liberi. Mi ricorda questa cosa, gli antichi astronomi del “700 nella loro stanza a fare calcoli. Non so se c’è vita da un’altra parte. Sono curiosa per ora seguo queste stelle e le galassie. Le seguo seguendo le tue parole, di stelle e altro sono proprio a zero.

    1. Cara Samantha,

      è assai bello quello che scrivi, dove trovo conferma che in questi tempi “cupi e ristretti”, vorrei dire, la possibilità di aprirsi al cielo, anche solo leggendo dove se ne parla, è una possibilità concreta per un inizio di liberazione. Per parte mia vorrei saperne di più del microcosmo della cellula, già l’uso interessante della parola “cosmo” mi fa intravvedere tante interessanti correlazioni che immagino si potrebbero fare.

      Soprattutto, grazie perché capisco che attraverso le mie parole può arrivare un po’ di “senso del cielo” e questo è la motivazione principale – o forse l’unica – del mio impegno, qui.

      Un abbraccio!

  3. Caro Marco, sono d’accordo. Ti mando una mia poesia inedita:

    Ero uscito sul terrazzo
    convinto dell’assurdità di esistere,
    il cielo era nuvolo, un po’ freddino anche,
    una giornata qualsiasi, e guardavo il monte
    Soratte, il paese su lui adagiato
    e le nuvole e il cielo
    e andavo oltre, al resto del mondo, e ai mondi,
    a questo nostro universo misterioso
    ma indubbiamente reale
    e ho sentito la sua verità, la sua grandezza,
    così immenso, e pieno di cose
    vere, e nonostante l’assurdità
    della nostra precarietà, ho sentito che partecipare
    a questa grandezza quasi ci salvava,
    quasi giustificava il nostro sacrificio.

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