Tenere il filo

Si chiama DSS-56, ed è una nuova antenna aggiunta dalla NASA a quella rete del Deep Space Network che ci mantiene collegati ai vari esploratori disseminati in giro per il cosmo: dai pianeti vicini allo spazio interstellare (grazie a questo network riusciamo a tenere il filo con sonde come le Voyager che si trovano al di fuori del Sistema Solare, riusciamo a captare ancora i loro esilissimi messaggi e perfino ad inviare comandi).

La nuova antenna DSS-56. Crediti: NASA/JPL-Caltech

La nuova antenna ha delle caratteristiche speciali, rispetto a quelle già esistenti. Difatti, la DSS-56 (il suo disco è largo ben 34 metri) è la prima a lavorare sull’intero spettro di frequenze disponibile sul network, mentre le altre sono limitate nelle bande in cui posso ricevere e trasmettere, e dunque gestiscono solo alcune delle tante sonde che si appoggiano al network, per dialogare con la Terra. Una antenna all-in-one che dunque può essere usata come soluzione di backup in caso un’altra antenna del network avesse problemi.

Tenere il filo con quanto avviene in mondi lontanissimi è un’impresa difficile e appagante, insieme. Quando pensiamo ad una sonda al lavoro su Marte o che si affaccia sul mistero dello spazio interstellare, spesso ci dimentichiamo che il dialogo con questa è tecnicamente assai delicato. Richiede una grande capacità di ascolto, e un adeguarsi alle frequenze dell’altro per poter veramente scambiare informazioni.

Le distanze poi sono anche psicologiche, non soltanto siderali. Se fossi un uomo buono, capirei la distanza tra gli amici cantavano i Pink Floyd nella delicatissima If. Noi non possiamo costruirci nuove antenne, certo. Ma accogliere un lavoro di rifinitura, ripulitura, per uscire un po’ da noi stessi, questo forse possiamo farlo.

Un mistero esagonale

A volte pensiamo qualcosa così, ma dopotutto è normale. Sì, a volte lo pensiamo, dobbiamo ammetterlo. Ma è comprensibile, con tutta la tecnologia nella quale ci sentiamo avvolti, con tutte le sonde che abbiamo spedito in giro per lo spazio. Pensiamo che tutto quello che riguarda l’universo vicino sia stato ormai chiarito, che al massimo si possa lavorare sui dettagli (roba che alla fine interessa solo la gente del mestiere, ma è chiaro, niente di eccitante). Che le grandi questioni ancora aperte riguardino l’universo lontano, o le domande “ultime”, tipo, come è iniziato tutto, oppure come si concluderà (nel caso si dovesse concludere, ovviamente).

E’ normale pensare così, accade ad ognuno di noi. Ed è anche vero che le domande sull’origine e il destino dell’Universo sono forse le cose più intriganti a cui è chiamata a lavorare la scienza, nel complesso (almeno io la vedo così). Va detto però che è anche abbastanza sbagliato, nella pratica. Sì, perché la cosa emozionante di questo Universo, è che continua a regalarci cose misteriose su ogni scala, in modo che ci sia sempre materiale su cui lambiccarci il cervello e sopratutto, spingere la nostra curiosità, in modo da imparare sempre cose nuove.

Un mistero tra i tanti, di quelli che si trovano “dalle nostre parti” (cosmologicamente parlando, è ovvio), è quello dell’esagono di nuvole su Saturno. L’abbiamo già trattato nel corso degli anni, ma questa immagine è straordinaria, vale dunque la pena tornarci.

Crediti immagine: NASAESAJPLSSICassini Imaging Team

Ebbene, a cosa sia dovuta la forma esagonale che assumono le nubi intorno al polo nord di Saturno, nessuno ancora lo sa (dire che ci sono tante ipotesi, in casi simili, è come quando si dice la polizia sta battendo ogni traccia per dire in modo elegante, che ancora non sa che pesci prendere).

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Quel puntino blu…

Correva l’anno 1990, e la sonda Voyager 1 si trovava già alla bellezza di quattro miliardi di chilometri dal nostro Sole. Era partita il 5 settembre del 1977 e piano piano aveva guadagnato questa rispettabile distanza, oltrepassando anche i pianeti esterni, quelli che erano stati il suo principale oggetto di investigazione.

Il giorno 14 febbraio dell’anno 1990, successe qualcosa di particolare. La sonda voltò la camera all’indietro, realizzando il primo ritratto di famiglia di un Sistema Solare, che per la prima volta si poteva abbracciare nella sua meravigliosa completezza. Successe questo, appena prima che la camera venisse spenta per garantire il funzionamento ininterrotto della sonda, fece questa foto particolarmente significativa. In questo ritratto la nostra Terra entra tutta dentro un singolo pixel.

Quel puntino chiaro… sì, siamo noi.
Crediti: NASA/JPL-Caltech

Siamo così appena, visti da così lontano. Piccoli piccoli. E passerà certamente molto tempo prima che una analoga foto della nostra Terra possa essere presa da queste distanze davvero siderali.

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E il motore parte. Dopo trentasette anni…

Tutti noi sappiamo bene cosa vuol dire, lasciare la macchina ferma qualche giorno (specialmente se è una vettura che comincia ad avere i suoi anni…), per poi scoprire con costernazione che non ne vuol più sapere di ripartire. La batteria, certo. Ma anche il motorino d’avviamento, oppure le candele, oppure…

Per questo, la meraviglia è più grande, per quello che è appena accaduto al Voyager 1, la sonda che rappresenta anche il manufatto umano più lontano in assoluto dalla Terra, come sappiamo. Che si muove davvero nello spazio interstellare. E che mantiene però ancora i contatti con il nostro pianeta.

Le sonde Voyager, quaranta anni e passa di funzionamento ininterrotto (Crediti: NASA/JPL-Caltech)

Qualche giorno fa i tecnici che seguono la Voyager hanno riacceso i propulsori della sonda, per orientare l’assetto, in modo che la sua antenna puntasse sempre verso il nostro pianeta. Ma attenzione: hanno dovuto attivare un gruppo di propulsori particolari, che non venivano usati dal lontano anno 1980 (venivano usati per il controllo fine in prossimità dei pianeti, e poi spenti).

La sfida era, dunque, orientare la sonda nello spazio tramite l’uso di questi propulsori, rimasti “congelati” per trentasette anni. Per diecimila motivi, sarebbero potuti risultare inutilizzabili, al momento del test. Eppure (tecnologia anni settanta, potremmo dire!), la sonda ha reagito in modo perfetto a questo comando: questi propulsori risultano perfettamente funzionanti. Un po’ come se il tempo non fosse passato, insomma.

E c’è la bella notizia, che potremo continuare a raccogliere dati della sonda ancora per anni a venire. L’esperimento verrà tentato anche sulla gemella Voyager 2, tanto i tecnici sono rimasti contenti. Il viaggio interstellare prosegue.

Un viaggio, peraltro, che ha talmente travalicato i suoi originali obiettivi, da divenire un simbolo – forse insuperabile – dell’anelito dell’uomo verso la scoperta  del cosmo.  Un messaggio lanciato nell’Universo, anche, di desiderio di conoscere e di capire, di stupirsi di quel che esiste: da sempre, l’antidoto migliore ad ogni velleità di dominio, ad ogni latente  – ma presente – tentazione di (pre)potenza.

Un antidoto che ora, bisogna dire, funziona anche meglio.

 

Tutte le note del Voyager

Di per sé, la sonda Voyager 1 avrebbe già collezionato una impressionante serie di record, tale da fare impallidire – se possibile – molte delle più blasonate imprese spaziali “moderne”. Lanciata a pochissima distanza di tempo dalla cugina Voyager 2, in un giorno di settembre dell’ormai lontano 1977, è attualmente il manufatto umano in assoluto più lontano dalla Terra.

La sua missione originaria era “appena” quella di esplorare Giove, Saturno e la luna Titano: già cosa non da poco, per l’epoca. Invece, il viaggio è continuato ben oltre, fino a diventare veramente “interstellare”. Eh sì, perché Voyager 1 ha ormai valicato il bordo stesso del nostro Sistema Solare. E nonostante questa immensa distanza, nonostante quasi tutti gli apparecchi siano ormai stati spenti (inclusa la camera fotografica), lei continua imperterrita ad inviare dati scientifici alla lontanissima Terra.

La sonda Voyager (Crediti: NASA)

Per celebrare i quaranta anni della sonda, appena appena compiuti, è stato creato un brano musicale, ma con una modalità compositiva decisamente peculiare, ovvero incorporando i dati scientifici raccolti dalla sonda, trasformati in note musicali attraverso un processo chiamato sonificazione. A lanciarsi in questo tributo, tanto anomalo quanto intrigante, sono stati due ricercatori che operano nel Regno Unito, Domenico Vicinanza (Anglia Ruskin University) e Genevieve Williams (Università of Exeter).

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