Il Sole, per collezionisti

Da piccolo ero un collezionista, avevo alcuni album a cui tenevo molto. Ricordo che le procedure di sistemazione e ordine occupavano parecchio tempo. Ci voleva attenzione certosina, a non rovinare i bordi. E c’era il famoso catalogo Bolaffi, di insindacabile autorità, per le quotazioni di scambio dei francobolli (di questo si tratta). Cose forse di un’altra epoca: ormai la posta è per definizione elettronica e quella ordinaria è limitata perlopiù a pacchi e pacchetti.

Questo però non ferma la NASA dal proporre una collezione mirabilmente ispirata al nostro Sole, ed in particolare ai fantastici risultati del Solar Dynamic Observatory, a cui tanto dobbiamo per la conoscenza dettagliata della nostra stella.

La scienza di SDO finisce sui francobolli. Crediti: NASA/SDO/USPS

Tutto sommato è bello che le immagini di una missione attuale, di grande rilevanza, trovino posto anche in piccoli francobolli. Devo dire che non ricordo nemmeno un francobollo a tema scientifico, tra i miei di allora. Altri tempi. Forse un altro piccolo segno di come la scienza stia entrando sempre di più nella nostra vita quotidiana. Non solo in forma di ricaduta tecnologica, ma (cosa assai più esaltante) come possibilità di stupore per le cose del mondo fisico.

Belle, appunto, da collezione.

Immagina un vulcano su Venere

Non possiamo sapere con precisione come sembrerebbe un vulcano attivo su Venere, potessimo veramente osservarlo. Certo, abbiamo evidenza che ce ne siano. Tuttavia, per quanto si disponga di immagini a larga scala del pianeta, prese con dei radar, le nubi assai spesse di acido solforico ci impediscono di vedere nelle bande dell’ottico. Ossia, di guardare nel senso classico del termine.

Un vulcano su Venere, come potrebbe essere. Crediti: NASAJPL-CaltechPeter Rubin

Questo non ci ferma, perché la capacità di immaginare è sempre stata di grande aiuto nella scienza esatta. Questa qui sopra è una immagina artistica che ci aiuta a capire come potrebbe sembrare un vulcano sulla superficie del pianeta.

La faccenda dei vulcani di Venere, si ricorderà, potrebbe essere più che un semplice particolare per chi studia la geologia di altri pianeti, perché è strettamente connessa ad una storia che è esplosa a settembre dell’anno scorso, riguardante possibili segnali di vita nell’atmosfera superiore del pianeta. Nello scenario infatti sarebbero i vulcani a spingere in atmosfera alta i composti chimici destinati a diventare cibo per quei batteri affamati che sembrano dover fluttuare in quelle regioni.

La faccenda dei batteri galleggianti è certamente eccitante, ma al momento appare ancora controversa. L’iniziale certezza si è molto stemperata, sotto i colpi di indagini parallele, che hanno avuto buona cura di smontare la affidabilità di risultati proclamati con forse eccessiva convinzione. Ma è la scienza, bellezza! Va così.

Quello che è certo, è che – pur mancando al momento di una sola prova certa – le possibilità di vita extraterrestre appaiono di giorno in giorno più concrete, man mano che andiamo avanti esplorando il cosmo. Forse già questo, ci sta dicendo qualcosa.

Mi viene quasi da pensare, che ci stiamo preparando.

Guardare, Plutone

Questa è una immagine su cui vale sostare meditando la sua eccezionalità. Siamo abituati ormai a fronteggiare un flusso continuo di media, streaming, messaggi di chat (spesso inutili), notizie (spesso fatue) ed email, davanti ai quali ci difendiamo così, diminuendo l’attenzione. Ma questa è una cosa diversa, che rimane. Che rimarrà per molti, molti anni. Fermiamoci. Guardiamo.

Panorama di Plutone. Crediti: NASAJohns Hopkins Univ./APLSouthwest Research Institute

Stiamo osservando una foto di Plutone presa da circa 18.000 chilometri di distanza dalla superficie, dalla sonda New Horizons. Precisamente, quando quindici minuti dopo il momento di massimo avvicinamento, la sonda NASA prende questa immagine “volgendosi indietro”. Siamo nel 2014. Sono passati più di sei anni e questa è una delle immagini più definite di Plutone che abbiamo. E passeranno molti, molti anni ancora, e le foto della New Horizons rimarranno lo stato dell’arte per quanto riguarda il pianeta nano.

Per ottenere questa foto è stato necessario un viaggio. Un viaggio durato quasi dieci anni, durante i quali la sonda è state messa in ibernazione e poi (grazie al cielo) risvegliata, con una procedura che ha lasciato gli scienziati con il fiato sospeso, fino alla conferma che tutto fosse andato bene.

Onore a New Horizons, che ci ha aperto un mondo. Prima di lei, le foto di Plutone erano un cerchietto grigio, e (quasi) basta. Grazie a lei possiamo guardare Plutone, per la prima volta nella storia. Gli avvallamenti, le catene montuose. La ricchezza che increspa di indubbi interesse un corpo celeste derubricato perfino dal rango di pianeta. Rendiamoci conto: per avere foto migliori di questa, sarà necessaria un’altra missione, con tutto il tempo necessario alla preparazione e al viaggio (posto che vada tutto bene, poi).

Vuol dire, in parole povere, che questa foto (che ci mostra un panorama esteso per quasi 400 chilometri) è assolutamente unica. E lo rimarrà per molto, molto tempo ancora.

Il buco nero, che si è perso

Lo sappiamo bene. A tutti noi ci capita di perdere le cose. Un mazzo di chiavi, il portafoglio (purtroppo), un libro, un quaderno. Accidenti, l’avevo messo lì… e sconsolati ricerchiamo dappertutto, mentre ci sale il panico (nel caso delle chiavi o del portafoglio, in particolare). Piccole cose, che possono essere perse di vista.

Leggermente diverso si profila il caso di un buco nero la cui massa è stimata nell’ordine delle dieci miliardi di volte la massa del Sole. Così dovrebbe essere quello al centro dell’ammasso di galassie Abell 2261 secondo le stime più accreditate.

Ma – perdindirindina! – non si trova.

Il centro dell’ammasso di galassie Abell 2261. Crediti: X-ray: NASA/CXC/Univ of Michigan/K. Gültekin; Optical: NASA/STScI and NAOJ/Subaru; Infrared: NSF/NOAO/KPNO

Perché pensiamo ci debba essere? Perché ormai i dati ci dicono che al centro di tutte le grandi galassie si trova invariabilmente un buco nero supermassivo, la cui grandezza scala con la massa della galassia stessa. Al centro di Abell 2261, vista la sua “stazza” non indifferente, dovrebbe trovarsi uno dei buchi neri più grandi tra quelli che conosciamo. E invece niente. La cosa lascia perplessi gli astronomi, non poco.

Ci sono (come sempre) vari modelli per spiegare questo non ritrovamento. Potrebbe essere stato sbalzato via dal centro della galassia: a volte capita, in certi scenari di formazione in cui la galassia stessa si forma tramite impatti di galassie più piccole. Quindi gli scienziati si sono messi a cercare in giro, non solo al centro.

Per ora, nulla.

Si nasconde assai bene, o per qualche motivo non esiste? Uno dei tanti interrogativi di un cielo aperto, che stimola la nostra fantasia e accende la voglia di capire. E naturalmente, di cercare

Andromeda, che ci sfiora

Per certo, il cosmo è abitato. Abitato (perlomeno) di galassie, di ogni forma e dimensione. La ricchezza è immensa, in questo senso. Andromeda poi, ha un posto speciale in questo catalogo, perché tra le grandi galassie a spirale è quella più vicina a casa nostra.

Digital Illustration Credit: NASAESA, J. DePasquale and E. Wheatley (STScI) and Z. Levay

Si trova infatti ad appena 2,5 milioni di anni luce, e impreziosisce il cielo notturno apparendo come una nube luminosa di fora allungata, ben visibile anche ad occhio nudo. Non possiamo dimenticarci che proprio Andromeda ha rivestito anche storicamente un ruolo particolare, visto che proprio cent’anni fa ha costituito la pietra di paragone per capire la reale esistenza di altre galassie (oltre la nostra).

Quello che resta invisibile agli occhi, è la gran quantità di gas ionizzato caldo che qui viene rappresentato da un alone color porpora. Costituisce una riserva enorme di materiale perfetto per formare nuove stelle, e questo gigantesco magazzino si estende fino a circa 1,3 milioni di anni luce dalla galassia stessa. Così lontano, vuol dire arrivare a metà strada dalla Via Lattea, per cui è lecito pensare che gli involucri gassosi delle due grandi galassie in realtà si sfiorino.

Manteniamo un contatto con Andromeda, cioè il nostro cielo è adiacente a cieli nuovi e sconosciuti: la porta è quell’indagine appassionata che ci permette di cambiare la galassia dei nostri ragionamenti, per accogliere la novità.

Per capire che di galassie esistenziali, ce ne sono infinite. E che non sono isolate e impermeabili, ma si sfiorano. Per accorgersene, probabilmente, basta uscire un attimo, allentare i muri galattici della nostra incredulità ordinaria. Nelle onde giuste, si scorge una brillanza invitante, accogliente.