L’opera comune

L’Apollo 14 entra in orbita lunare. Siamo nel giorno 4 febbraio del 1971, cinquant’anni (e una manciata d’ore in più) dal momento presente. A bordo ci sono gli astronauti Alan Shepard, Edgar Mitchell e Stuart Roosa. Gli ingegneri del programma Apollo hanno modificato la navetta per prevenire il ripetersi dell’incidente che ha colpito l’equipaggio dell’Apollo 13 l’anno precedente. Non è passato molto tempo dal rocambolesco ritorno degli astronauti sani e salvi a Terra, e la volontà di evitare il ripetersi di queste situazioni è senz’altro grande.

La sala di controllo segue il conto alla rovescia per Apollo 14. Crediti: NASA

Il vettore Saturno V ha posto la navetta in orbita attorno alla Terra, poi il terzo stadio si è incaricato di portare gli astronauti verso la Luna. Ci siamo quasi.

La missione primaria è quella di investigare la geologia lunare, specialmente nella regione del cratere Fra Mauro, raccogliere materiale da portare indietro, depositare alcuni strumenti scientifici. Il giorno 9 febbraio l’equipaggio, dopo una missione di nove giorni, svolta con pieno successo, rientra con un tuffo nell’Oceano Pacifico. In quei nove giorni, scrive un pezzo importante di storia dell’esplorazione spaziale.

Ma la storia del programma Apollo la scrivono in tanti. Gli ingegneri, i progettisti, i tecnici della sala controllo. Un’opera comune, non lo sforzo di un singolo. Non è retorica, è storia: l’esplorazione lunare è uno dei segni moderni più eclatanti di un’opera comune. Di qualcosa che è inaccessibile al singolo, ma possibile ad una comunità motivata e focalizzata.

Si dice comunemente, vuoi mica la Luna? ma il senso di impossibilità non deriva tanto dal fatto che la vuoi, ma che la vuoi da solo. Insieme, si può. Non si tratta di essere buoni, ma di essere scaltri.

La Luna, lassù, ha forse questo specifico compito: di ricordarcelo.

Nuove prospettive

Vorrei essere misurato con gli auguri di Natale. Del resto, chi se li ricorda più appena due giorni dopo? E rimanere in ambito astronomico, anche. Ecco che allora il tema specifico me lo suggerisce questa foto storica, appena ripubblicata da NASA.

La Terra sorge sull’orizzonte lunare, dall’Apollo 8 (Crediti: NASA)

Quello che è associato al Natale – qualsiasi cosa crediamo di credere – è senz’altro una nascita, un senso di ricominciamento, un soffio di nuove prospettive. Questo ci accomuna, sull’intero pianeta: mai come oggi abbiamo bisogno di nuove prospettive. Per la stanchezza di vivere in emergenza sanitaria, certo. Ma no solo.

Questa immagine della Terra che “sorge” sul panorama lunare, è stata acquisita dall’equipaggio dell’Apollo 8 in orbita attorno alla Luna. Bill Anders (l’autore della foto), Frank Borman, e Jim Lovell sono stati i primi uomini in assoluto a circumnavigare il nostro satellite, ottenendo questo interessante spunto di nuova prospettiva.

Possiamo augurarci questo, che un imprevisto renda la nostra vita più interessante. Siamo in un universo in perpetuo ed accelerato cambiamento, e in fondo è appena questo che ci è domandato, smettere di opporci e di puntare i piedi, lasciarci anche noi fluire nel cambiamento, tornare morbidi alla sorpresa. Aperti a quel che accade, meno serrati nella convinzione che la soddisfazione possa arrivare nel modo che ci siamo detti noi.

Una Terra che sorge è speranza per ognuno di noi, di sorgere di nuovo, respirare in nuovi orizzonti. Vuol dire nascita, scrivevo in un racconto per Natale, tempo fa. Lasciamo pure la parte già vista della festa, estinguersi in pochi giorni, poche ore, con i suoi panettoni e le sue canzoncine, il suo buonismo grossolano e sterile. Invece, scommettiamo ancora sul fatto che questo universo ci possa ancora sorprendere, incantare. Possa ritornare interessante, nella nostra ricerca di senso. Di tutto questo, auguri!

Clamori (e calibrazioni)

Potremmo anche titolare, citando il sommo cantore, discese ardite e risalite. Viviamo infatti un’epoca in cui il sensazionalismo è d’obbligo, in un certo senso. Nella miriade di voci, nella continua strillata esuberanza dei mille canali della comunicazione di massa, ci si può far sentire davvero solo alzando la voce. Se tutti strillano, l’unica è strillare di più. O spararla grossa. Così anche nell’astronomia, ovviamente: che essendo una disciplina umanissima, non vive di vita propria ma assume i connotati tipici del tempo in cui viviamo.

Pare abbastanza significativo che ad una nuova (appunto) “clamorosa” scoperta di questi giorni – quella dell’acqua sulla luna (e per essere esaustivi, anche della riserva di ghiaccio d’acqua nelle zone d’ombra), si accompagni quasi in contemporanea un possibile (poderoso) ridimensionamento dell’altra notizia “formidabile” che aveva investito i media nemmeno tanto tempo fa, cioè quella della presenza di fosfina (probabile indicatore di attività biologica) nell’atmosfera di Venere.

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Sorger di Luna piemontese

Era il sette di maggio, proprio una settimana fa, e la Luna era appena sorta, poco dopo il tramonto del Sole. Ed è stata proprio una luna in fiore (in inglese, Flower moon): così si chiama infatti la luna di maggio secondo le tribù degli algonchini, l’insieme di tribù dei nativi americani più numerosi esistenti tuttora.

E’ stata peraltro l’ultima in una serie di quattro superlune, come si dice di solito. A proposito, questo termine, che avrete sicuramente incontrato vari volte sui media, è stato creato dall’astrologo Richard Nolle nel 1979, e si riferisce sia ad una Luna piena (o anche nuova) che capiti entro il 90% dalla posizione del perigeo lunare, il punto di l’avvicinamento maggiore alla Terra del nostro satellite. In particolare, poi, questa luna piena si è verificata ad una distanza temporale di appena 32 ore dal momento effettivo dell’attraversamento del perigeo.

Per questa stupenda immagine il sito APOD ricorre all’opera e alla passione di un fotografo del nostro paese, Tiziano Boldrini. I campi allagati e la chiesa in rovina, che donano un tocco di magica suggestione a questa immagine, si trovano infatti nella zona di Casaleggio Novara, nel Piemonte.

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Qualcosa in noi, che canta…

Siamo negli anni sessanta. Gli anni dei Beatles, della crisi dei missili di Cuba, del festival di Woodstock ed anche – per avvicinarci ai temi più marcatamente astronomici – di quel capolavoro immenso che è 2001 Odissea nello spazio.

E’ un tempo di grandi rimescolamenti, di un’idea di revisione e rivoluzione del modo di vedere il mondo e i rapporti interpersonali (che trova come sappiamo un formidabile veicolo espressivo e di aggregazione nella musica). E’ un tempo di insofferenza verso tutto ciò che mortifica l’uomo, e di forte desiderio di cambiamento. E’ anche un tempo  – non a caso – di grandi imprese, anche nell’esplorazione del cosmo.

Apollo 12 è la seconda navicella con persone a bordo, e decolla proprio alla chiusura dei sixties, nel 1969. Il punto di allunaggio viene scelto vicino alla posizione di arrivo della Surveyor 3, una navicella robotica che era arrivata sulla Luna tre anni prima.

Crediti: Apollo 12NASA

Nella foto, presa dal pilota del modulo lunare Alan Bean, il comandante della missione  Pete Conrad si intrattiene a controllare il Surveyor (il quale probabilmente non si aspettava visite umane vita natural durante), per verificare la solidità del suo appoggio sulla superficie del nostro satellite. Il modulo lunare è visibile sullo sfondo.

Sebbene non sia celebre come le contigue missioni Apollo 11 (che portò i primi uomini sulla Luna) e Apollo 13 (che non  raggiunse il suolo lunare ma riportò rocambolescamente a casa l’equipaggio dopo un’esplosione avvenuta nel modulo di servizio), Apollo 12 ritornò a Terra con un favoloso bottino, consistente in molte fotografie del suolo lunare ed anche diversi campioni di roccia (alla faccia di chi dice che non ci siamo stati, cosa che comunque un po’ rimane in mente se si è visto il bellissimo Capricorn One).

Tra i suoi successi bisogna anche ricordare l’allestimento dell’Apollo Lunar Surface Experiments Package (nome abbastanza altisonante, devo dire), che rimase in opera fino al 1977, e che portò avanti in modo brillante una buona serie di esperimenti, inclusa la misurazione del vento solare.

Il programma Apollo sarebbe continuato ancora per tre anni, chiudendosi poi nel 1972 con la missione Apollo 17, che resta ad oggi l’ultima missione che portò un uomo a passeggiare sul suolo lunare. 

Oggi finalmente, dopo tanti anni di oblìo, si torna a pensare a missioni umane sul nostro unico e pregevole satellite naturale. In ogni caso, l’esplorazione della Luna ha raggiunto nel programma Apollo  degli obiettivi difficilmente dimenticabili, ed è segno permanente di cosa possiamo fare, noi umani, quando appena ci crediamo, quando appena ci permettiamo di guardare al mondo e all’universo con un pelo di fiducia.

Non sarebbe azzardato dire che questa è una delle più grandi acquisizioni del programma Apollo: abbiamo imparato qualcosa della Luna, ma anche qualcosa di noi, qualcosa di estremamente prezioso. 

Giova oggi, in quest’epoca di crisi, ricordarselo. E farsi contagiare di nuovo da un entusiasmo, che cova appena sottotraccia, che é vivo, comunque.

E ogni volta che vediamo la Luna, nel cielo terso, qualcosa in noi canta