GAL Hassin a rischio di chiusura

La storia del GAL Hassin nasce nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando il Comitato Internazionale per la Programmazione Economica (CIPE) e la Regione Siciliana finanziarono uno studio di fattibilità per la realizzazione di una struttura dedicata alla divulgazione dell’astronomia da situare sulle Madonie.

Completato lo studio, non fu possibile, però reperire i fondi necessari alla realizzazione dell’opera, per cui il progetto rimane “in sonno” sin verso la metà dello scorso decennio, quando il sindaco di Isnello, Giuseppe Mogavero, lo riesumò e, insieme a Mario Di Martino, astrofisico dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)-Osservatorio Astrofisico di Torino, lo rivisitò in maniera radicale. Il progetto fu presentato al CIPE con la richiesta di finanziamento dell’opera. 

La notizia che la proposta era stata accettata e finanziata arrivò come un fulmine a ciel sereno: la sera del 6 novembre 2009, una telefonata dell’On. Gianfranco Miccichè, all’epoca Sottosegretario di Governo con delega al CIPE, comunicò al Sindaco che il progetto era stato finanziato per 7,5 milioni di euro a cui se ne aggiunsero altrettanti in strutture del Comune e derivanti da ulteriori finanziamenti. Inoltre, il Ministero dell’Università e Ricerca assegnò un milione e mezzo di euro all’INAF, per l’avvio delle attività di gestione del GAL Hassin. 

La notizia ufficiale del finanziamento fu data la sera del 7 novembre 2009, in occasione di una conferenza dell’astrofisica Margherita Hack, presso il Centro Sociale di Isnello. Il progetto fu presentato in poche settimane e nel corso di tre anni e mezzo i lavori edilizi furono chiusi. Nel maggio 2017 è nata la Fondazione GAL Hassin che gestisce il Centro e al fondatore promotore, il Comune di Isnello, si sono uniti (e si uniranno) enti e istituzioni scientifiche, enti pubblici e persone giuridiche pubbliche o private, italiane o straniere.

A Pino (Giuseppe) Mogavero, l’allora Sindaco di Isnello che ha reso possibile con la sua tenacia la realizzazione del Parco Astronomico delle Madonie, l’International Astronomical Union (IAU) – Minor Planet Center ha intitolato il 12 luglio 2014 l’asteroide 4627, delle dimensioni di 11 chilometri, scoperto il 5 settembre del 1985 ed in orbita tra Giove e Marte. Anche a Isnello IAU ha dedicato l’asteroide 6168, scoperto nel 1981 e al GAL Hassin l’asteroide (28007) 1997 XO10, divenendo 28007 GAL Hassin. L’asteroide (28007) 1997 XO10 fu scoperto da Maura Tombelli e dall’astronomo (all’epoca studente universitario) Andrea Boattini nel 1997, quando stavano osservando il cielo da Cima Ekar, presso l’Osservatorio Astrofisico di Asiago. L’asteroide viene dedicato al GAL Hassin, con la motivazione “Centro Internazionale per l’Astronomia a Isnello (Sicilia, Italia) che svolge attività didattiche e divulgative nel campo dell’astronomia, oltre a una ricerca avanzata nello stesso ambito. Quest’ultima verrà particolarmente sviluppata con il quasi ultimato Wide-field Mufara Telescope (WMT). Questa facility sarà principalmente dedicata alle osservazioni dei NEO”. Gli asteroidi 4627 Pino Mogavero, 6168 Isnello e 28007 GAL Hassin ricordano la storia della Sicilia, una storia centenaria di uomini e di studi, ma anche di idee convincenti e di tanta passione. 

C’è un valore culturale ben evidente del Parco Astronomico GAL Hassin: la diffusione della conoscenza scientifica e, in particolare, della conoscenza astronomica. Per il successo di quest’operazione, ben valutabile dalle decine di migliaia di studenti che hanno già visitato il Parco, sono essenziali l’alta qualità didattica degli animatori astronomi che accolgono il pubblico. È ovvio che in futuro questi due punti di forza, diffusione della conoscenza scientifica e alta qualità didattica, dovranno essere garantiti e possibilmente incrementati con investimenti opportuni, che avranno anche utili ricadute sull’economia del territorio siciliano.

Al momento, però, il Centro GAL Hassin rischia di chiudere. Per questo, il Presidente della Fondazione Dott. Giuseppe Mogavero ha diffuso un comunicato assieme alla pubblicazione di una petizione, Salviamo il GAL Hassin.

La Scienza e la Cultura scendono in campo

Prestigiosi nomi della scienza e della cultura sono tra i primi 100 firmatari dell’appello inviato dal Presidente del GAL Hassin Giuseppe Mogavero al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, alla Ministra dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa, al Ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi, alla Ministra per il Sud e la coesione territoriale Maria Rosaria Carfagna, al Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e al Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Gianfranco Miccichè.

Tra i sottoscrittori spiccano Michel Mayor, Premio Nobel per la Fisica 2019, Silvia Rosa Brusin, giornalista scientifica RAI, Roberto Battiston, Professore di Fisica sperimentale Università di Trento, già Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Piero Bianucci, scrittore, giornalista scientifico (editorialista a “La Stampa”), Franco Foresta Martin, geologo, giornalista scientifico – già redattore scientifico e ambientale del Corriere della Sera, Ricercatori e Direttori di Osservatori astrofisici dell’INAF, Responsabili di progetti di ricerca nazionali e internazionali, l’industria (tecnologi spaziali) ma anche il Generale Giorgio Piccirillo, ex Capo di Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri, Docenti universitari, uomini di cultura come Franco Arminio o Antonio Presti, ricercatori e importanti nomi della medicina, artisti musicali come Antonio Sottile, Lello Analfino, Giuseppe Milici, Pietro Adragna, Francesco Buzzurro o il cantante lirico Carmelo Corrado Caruso.

E poi le Scuole. Tantissimi ragazzi, 50 mila, dal 2017 al febbraio 2020 (quando si è dovuto interrompere il tutto a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19) hanno visitato il GAL Hassin, guidati da astrofisici in percorsi didattici entusiasmanti e di grande interesse.

Sul fronte della Ricerca scientifica il GAL Hassin partecipa a importanti progetti internazionali e collabora con il Minor Planet Center (Harvard, Massachusetts), con l’International Asteroid Warning Network (Università del Maryland), con l’Observatoire de la Côte d’Azur (Nizza) e con DLR (Deutsches Zentrum für Luft und Raumfahrt) di Berlino nell’ambito della ricerca sui corpi minori del Sistema Solare e Near-Earth Object (NEO, asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra). Nell’ambito della ricerca sui pianeti extrasolari partecipa al progetto ExoClock, preparatorio alla missione spaziale ARIEL (Atmospheric Remote-Sensing Infrared Exoplanet Large-survey), dimostrando una notevole capacità di attivare collaborazioni scientifiche di alto livello. I risultati ottenuti in questi settori di ricerca sono già molto lusinghieri.

Ma molto di più e meglio si potrà fare con il Wide-field Mufara Telescope (WMT), un telescopio innovativo e prototipo mondiale, già installato sulla cima di Monte Mufara (Madonie) e in fase di collaudo. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) collocherà a breve, sempre su Monte Mufara, il suo telescopio, uno strumento di nuova concezione e anch’esso un prototipo mondiale, denominato NEOSTEL FLY-EYE. 

Tantissimi i riconoscimenti, le manifestazioni di interesse e le credenziali di qualità dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Agenzia Spaziale Europea (ESA), Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Università di Tübingen, NASA, ONU. Tante le personalità scientifiche di grandissimo rilievo che sono stati presenti al GAL Hassin (i premi Nobel per la Fisica George F. Smooth e Michel Mayor, l’astronauta Paolo Nespoli e tantissimi altri, qualificatissimi nomi indiscussi per competenza e valore come Giovanni Bignami, Nicolò D’Amico, Margherita Hack, Corrado Lamberti, Marcello Coradini, solo per citarne alcuni). 

Ma il GAL Hassin è anche un esempio più che virtuoso di finanziamenti pubblici spesi bene, capace ancora di muovere economie sul territorio allargato.

Bene. Tutto questo patrimonio di cultura, di conoscenze, di relazioni internazionali rischia oggi di andare perduto. Vi è “una aspettativa di vita” di un anno. Il GAL Hassin non può reggersi fidando soltanto sulle esigue somme che provengono dalla bigliettazione degli ingressi. Necessita di un adeguato supporto finanziario di base stabile almeno su medio termine, per continuare a operare e avviare progetti importanti di ricerca astrofisica, visto che finora ha dimostrato di saperlo fare. In mancanza di attenzioni concrete da parte delle istituzioni e della politica, l’unica alternativa sarà la chiusura, vanificando, oltre tutto, le ingenti risorse finanziarie pubbliche già impegnate. 

Verrà a mancare un formidabile presidio di cultura nella nostra Regione. Si ebbe a dire il giorno della sua inaugurazione: il GAL Hassin è nato come operazione di cultura e di conoscenza, contro la diffusa ignoranza ed è la nostra lupara contro la mafia. 

E verrà a mancare, perduta per sempre, una occasione unica e irripetibile per la Regione Siciliana. Dietro la realtà del GAL Hassin vi è una storia di grandi passioni, di sofferenze e di difficoltà inimmaginabili, di impegni resi in maniera gratuita e senza tener conto di appartenenze “politiche”, di relazioni nazionali e internazionali costruite. E non sarà per niente facile riprendere questo ragionamento.

Si avvia la sottoscrizione nazionale dell’appello, rivolto ai massimi rappresentanti delle Istituzioni perché ciascuno, per le proprie competenze, intervenga per salvare il GAL Hassin e così evitare che un Centro di eccellenza che promuove la Cultura e la Ricerca Scientifica sia costretto a chiudere.

Per sottoscrivere: sul sito galhassin.it.  

Nel sito web vi è il testo dell’appello e l’elenco dei primi 100 sottoscrittori. Il Presidente della Fondazione GAL Hassin

Dott. Giuseppe Mogavero

Sostenere la Fondazione GAL Hassin è un gesto di grande valore, perché significa promuovere un progetto culturale di alta qualità che lega la comunicazione scientifica alla ricerca con enti ed istituzioni nel mondo. La cultura è un motore per la crescita del territorio: finanziarla vuol dire investire nel futuro di tutti noi. Grazie per sostenere la Cultura in Italia. 

Sabrina Masiero 

Responsabile della Didattica e Divulgazione del GAL Hassin 

Osservate per la prima volta le onde gravitazionali con LIGO

A_long_time_agodi Umberto Genovese e Sabrina Masiero

… c’era una coppia di buchi neri, uno di circa 36 volte la massa del Sole mentre l’altro era un po’ più piccolo, di sole 29 masse solari. Questi due pesantissimi oggetti, attratti l’uno dall’altro in una mortale danza a spirale hanno finito per fondersi insieme, come una coppia di ballerini sul ghiaccio che si abbraccia in un vorticoso balletto. Il risultato però è un po’ diverso: qui ne è uscito un oggetto un po’ più piccolo della semplice somma algebrica delle masse: 62 masse solari soltanto.

Il resto è energia dispersa, non molta per la verità date le masse in gioco, pressappoco come quanta energia potrebbe emettere il Sole nell’arco di tutta la sua esistenza. Solo che questa è stata rilasciata in un singolo istante come “onde gravitazionali“.

Ma cos’è un’onda gravitazionale?

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La visione dello spazio che da sempre conosciamo è composta da tre uniche dimensioni, larghezza, altezza e profondità; x, y e z, se preferite. Il tempo, un fenomeno comunque misterioso, fino agli inizi del XX secolo era considerato a sé. Una visione – poi confermata dagli esperimenti di ogni tipo – fornitaci dalla Relatività Generale è che il tempo è in realtà una  dimensione anch’essa del tessuto dello spazio; una quarta dimensione. insieme alle altre tre [1].

Fino alla Relatività Generale di Einstein si era convinti che una medesima forza, la gravità, fosse responsabile sia della caduta della celebre mela apocrifa di Newton, che quella di costringere la Luna nella sua orbita attorno alla Terra e i pianeti nelle loro orbite attorno al Sole. Nella nuova interpretazione relativistica questa forza è invece vista come una manifestazione della deformazione di  uno spazio a quattro dimensioni, lo spazio-tempo, causata dalla massa degli oggetti. Così quando la mela cade, nella Meccanica Classica (essa è comunque ancora valida, cambia solo l’interpretazione dei fenomeni) la gravità esercitata dalla Terra attrae la mela verso di essa mentre allo stesso modo – e praticamente impercettibile – la Terra si muove verso la mela, nella Meccanica Relativistica è la mela che cade verso il centro di massa del pianeta esattamente come una bilia che rotola lungo un pendio e la Terra cade verso il centro di massa della mela nella stessa misura prevista dai calcoli newtoniani.

La conseguenza più diretta di questa nuova visione dello spazio-tempo unificato, è che esso è, per usare una metafora comune alla nostra esperienza, elastico; ossia si può deformare, stirare e comprimere. E un qualsiasi oggetto dotato di massa, se accelerato, può increspare lo spazio-tempo. Una piccola difficoltà: queste increspature dello spazio-tempo, o onde gravitazionali, sono molto piccole e deboli – la gravità è di gran lunga la più debole tra le forze fondamentali della natura –  tant’è che finora la sensibilità strumentale era troppo bassa per rivelarle.

Se volessimo cercare un’analogia con l’esperienza comune, potremmo immaginare lo spazio quadrimensionale come la superficie di un laghetto a due dimensioni, mentre la quarta dimensione, il tempo, è dato dall’altezza in cui si muovono le increspature dell’acqua. Qualora buttassimo un sassolino l’altezza della increspatura sarebbe piccola, ma man mano se scagliassimo pietre con maggior forza e sempre più grosse, le creste sarebbero sempre più alte. Però vedremmo anche che a distanze sempre più crescenti dall’impatto, queste onde scemerebbero di altezza e di energia, disperse dall’inerzia delle molecole d’acqua [2]; alcune potrebbero perdersi nel giro di pochi centimetri dall’evento che le ha  provocate, altre qualche metro e così via. Alcune, poche,  potrebbero giungere alla riva ed essere viste come una variazione di ampiezza nell’altezza del livello dell’acqua del laghetto e sarebbero quelle generate dagli eventi più potenti che avevamo prodotto in precedenza. Queste nello spazio quadrimensionale sono le onde gravitazionali e esse, siccome non coinvolgono mezzi dotati di una massa propria per trasmettersi come ad esempio il suono che è solo un movimento meccanico di onde trasmesse attraverso un mezzo materiale,  possono muoversi alla velocità più alta consentita dalla fisica relativistica c, detta anche velocità della luce nel vuoto.

Il grande protagonista: LIGO

E’ stato LIGO-Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (in italiano, Osservatorio Interferometro laser per onde gravitazionali) il protagonista di questa straordinaria scoperta: uno strumento formato da due strumenti gemelli, uno a Livingston (Louisiana) e l’altro a Hanford (Washington), a 3000 chilometri di distanza dal primo.

Sono due gli interferometri, perché i dati possono venir confrontati e confermati: se entrambi gli strumenti rilevano lo stesso disturbo, allora è improbabile che sia legato ad un terremoto oppure a dei rumori di attività umana. Il primo segnale che conferma l’esistenza delle onde gravitazionali è stato rilevato dallo strumento americano Ligo il 14 settembre 2015 alle 10, 50 minuti 45 secondi (ora italiana), all’interno di una finestra di appena 10 millisecondi.

David Reitze del progetto LIGO ha annunciato al mondo la scoperta delle onde gravitazionali: “We have detected gravitational waves. We did it!”. Crediti: LIGO

Ed eccole qui, in questo diagramma: l’onda azzurra, captata da LIGO di Livingston e l’onda arancio, captata da LIGO di Hanford. Sono sovrapponibili, il che ci dice che sono la stessa onda captata dai due strumenti gemelli. E’ la firma della fusione dei due buchi neri supermassicci con la conseguente produzione di onde gravitazionali. In altre parole, questa è la firma del nuovo buco nero che si è formato dai due precedenti e, come è accennato anche più sopra, le tre masse solari che mancano dalla somma delle due masse che si sono fuse assieme dando vita al nuovo buco nero di 62 masse solari si sono convertite in onde gravitazionali.

Volete udire il suono di un’onda gravitazionale? Sì, certo che è possibile…. E’ straordinario pensare che queste onde rappresentano la fusione di due buchi neri in uno nuovo e proviene da distanze incredibilmente grandi, in un’epoca altrettanto remota: un miliardo e mezzo di anni  fa.

Le prove indirette

Il decadimento orbitale delle due stelle di neutroni PSR J0737-3039 (qui evidenziato dalle croci rosse) corrisponde esattamente con la previsione matematica sulla produzione di onde gravitazionali.
Il decadimento orbitale delle due stelle di neutroni PSR J0737-3039 (qui evidenziato dalle croci rosse) corrisponde esattamente con la previsione matematica sulla produzione di onde gravitazionali.

La prima prova indiretta dell’esistenza delle onde gravitazionali si ebbe però nel 1974. In quell’estate, usando il radio telescopio di Arecibo, Portorico, Russel Hulse e Joseph Taylor scoprirono una pulsar che generava un segnale periodico di 59 ms, denominata PSR 1913+16. In realtà, la periodicità non era stabile e il sistema manifestava cambiamenti [3] dell’ordine di 80 microsecondi al giorno, a volte dell’ordine di 8 microsecondi in 5 minuti.

Questi cambiamenti furono interpretati come dovuti al moto orbitale della pulsar [4] attorno ad una stella compagna, come previsto dalla Teoria della Relatività Generale. Di conseguenza, due pulsar, in rotazione reciproca una attorno all’altra, emettono onde gravitazionali, in perfetta linea con la Relatività Generale. Per questi calcoli e considerazioni, Hulse e Taylor ricevettero nel 1993 il Premio Nobel per la fisica.

La presenza di una qualsivoglia stella compagna introduce delle variazioni periodiche facilmente rivelabili nel segnale pulsato della stella che i radioastronomi sono in grado di misurare con precisione inferiore ai 100 microsecondi. Giusto per farsi un’idea, immaginiamo di prendere il Sole e di farlo diventare una pulsar. Dal suo segnale pulsato, gli astronomi sarebbero in grado di rilevare la presenza di tutti i pianeti che orbitano attorno a questo Sole-pulsar, grazie al fatto che ogni pianeta causa uno spostamento del centro di massa del Sole di un certo valore espresso in microsecondi. La Terra per esempio, che si muove lungo la sua orbita ellittica, produce uno spostamento del centro di massa del Sole di ben 1500 microsecondi! [5]


Per saperne di più:

La prima pulsar doppia” articolo di Andrea Possenti dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Cagliari, pubblicato sul numero di Le Stelle, marzo 2004.

La notizia, pubblicata sul Physical Review Letters, porta i nomi di B. P. Abbott e della collaborazione scientifica di LIGO e VIRGO

Note 

[1]  In realtà le cose sono un attimino più complicate, la quarta dimensione si può percorrere solo in una sola direzione (freccia del tempo) rispetto alle altre tre. Mentre nella Meccanica Quantistica è perfettamente lecito che una particella possa muoversi a ritroso nel tempo (Principio di Invarianza t.

[2] Anche qui occorre sottolineare che la posizione reciproca delle molecole non cambia al passaggio di un’onda, esse si muovono tutte assieme; per provare basta immergere due galleggianti e vedere come essi si comportano al passaggio di un’onda.

[3] [1. In un 1 microsecondo (µs) la luce percorre esattamente 299,792458 metri nel vuoto (questo numero è usato per la definizione del metro).

[4] Una pulsar è una stella dotata di campo magnetico estremamente elevato, circa 2 x 1011 volte il campo magnetico della Terra, una stella formata di neutroni con un raggio di 10-20 chilometri e una massa dell’ordine delle 1,4 masse solari (un po’ come pensare di prendere il nostro Sole e comprimerlo fino a farlo diventare di 20 chilometri di diametro). Il suo asse di rotazione non coincide con l’asse del campo magnetico, e le particelle relativistiche cariche presenti nella magnetosfera emettono radiazione elettromagnetica di sincrotrone focalizzata in uno stretto cono lungo i poli magnetici. Questo segnale elettromagnetico, proveniente da grande distanza e modulato dalla radiazione della stella, viene ricevuto a Terra sotto forma di impulsi elettromagnetici che hanno una ben precisa periodicità. Il sistema si comporta come un gigantesco e compatto volano. Alcune pulsar emettono con una regolarità ben definita da essere utilizzate come orologio di riferimento.

[5] Una lettura interessante su questa prima scoperta la potete trovare sul sito dell’INAF-IAFS di Milano.

Bambini, che emozioni vi suscita il cielo?

Concorso Osserva il Cielo e disegna le tue emozioni. Crediti: INAF-OACT/Giuseppe Cutispoto
Concorso Osserva il Cielo e disegna le tue emozioni. Crediti: INAF-OACT/Giuseppe Cutispoto

Il disegno è certamente l’espressione più autentica e originale della personalità infantile; è un mezzo di comunicazione e, come il linguaggio, è capace di esprimere, oltre al livello di maturazione, anche i problemi, i sentimenti, le emozioni e i conflitti del bambino. Dopo i sei anni, il bambino non copia la realtà ma la rappresenta, riportando quello che per lui ha più importanza e significato [1].

Come lo vivono oggi il Cielo i bimbi in un’epoca dove tutto è diventato interattivo e multimediale? E’ l’epoca dove i cellulari non telefonano più ma hanno mille e uno funzioni differenti; la play station ha preso il posto di Topolino e della Barbie; è il momento in cui è possibile seguire il transito della Stazione Spaziale Internazionale con un’App che ci dà anche il tempo espresso in secondi dell’inizio e della fine, oltre che della durata del passaggio. Questa è l’epoca dove gli studenti possono interagire con gli astronauti, fare loro domande, seguirli a bordo della ISS, dove è possibile realizzare progetti da inviare alle più prestigiose agenzie europee ed americane.

Questa è l’epoca dove tutto sembra dipendere da un click.

Il Cielo no. Il Cielo non si accende con un click, ma col calare del Sole, con i suoi tempi che sono ben noti e calcolati con sofisticati programmi. A dire il vero, il Cielo si è spento con l’accensione delle luci cittadine, con l’epoca dell’elettricità e della lampadina, che ha permesso di illuminare il nostro mondo, ma anche la notte, quel mondo affascinante che sta sopra di noi.

Spesso mi capita di ripetermi: “Non c’è più una notte davvero buia”. Se tornassimo indietro nel tempo prima dell’epoca in cui le lampadine non erano ancora nella mente degli uomini, il legame tra uomo e cielo era davvero unico. Si potrebbe dire che era possibile sentire il Cosmo sopra di sé.

Nonostante tutte le luci accese nelle nostre città, dopo il tramonto del Sole, aspettare il sorgere della Luna, delle stelle e dei pianeti suscita ancora un’emozione immensa, a tutti.

Oggi i bambini hanno la tecnologia a disposizione e perfino dal cellulare, con le numerose App, è possibile seguire il moto delle stelle, dei pianeti, le fasi della Luna, è possibile essere aggiornati sul numero di pianeti extrasolari scoperti e sul momento del transito della ISS. Sono, tuttavia, pochi esempi. Quello che solo vent’anni fa apparteneva alla sfera dell’incredibile, ora è tecnologia e ce l’abbiamo davvero tutti.

Il Concorso “Osserva il Cielo e disegna le tue emozioni” nasce per i bambini delle Scuole Primarie. Promosso dall’INAF-Osservatorio Astrofisico di Catania, quest’anno raggiunge il suo primo decennio di vita: tantissimi sono i bambini che hanno partecipato alle passate edizioni con picchi anche di 683 elaborati nel 2013 e 850 nel 2009.

I disegni degli anni precedenti (2007-2016) sono stati catalogati e sistemati sul sito dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Catania da Giuseppe Cutispoto sotto la voce “Le Precedenti Edizioni”.

Per partecipare al Concorso che scade il 19 aprile 2016:

Concorso Osserva il Cielo e disegna le tue emozioni – 2016

Il Bando da leggere e compilare

Ringrazio Giuseppe Cutispoto (INAF-Osservatorio Astrofisico di Catania).

Fonti:

[1] Le tappe di sviluppo del disegno infantile, a cura di Grazia Pezzini

Sabrina

 

 

E’ l’ora di Plutone!

Infografica. Pluto Time è una tool della NASA facile da usare e divertente allo stesso tempo. Vuoi conoscere quanta luce c'è su Plutone a mezzogiorno?  Crediti: NASA/JPL
Infografica. Pluto Time è una tool della NASA facile da usare e divertente allo stesso tempo. Vuoi conoscere quanta luce c’è su Plutone a mezzogiorno?
Crediti: NASA/JPL

La cosa mi fa pensare. Il 2015 è stato proclamato dall’ONU l’Anno Internazionale della Luce 2015 ( IYL2015). La NASA ha dato vita ad un’iniziativa curiosa e divertente che coinvolge il pubblico, gli studenti, gli appassionati di astronomia e astronautica e che, dal mio punto di vista, si colloca molto bene in questo contesto dell’anno della luce, sfruttando una delle sue missioni spaziali in corso. Una missione spaziale che non è una qualunque missione verso uno dei tanti pianeti già studiati da altre sonde, ma LA missione che batterà un record umano fra circa un mese, come quella più lontana e di più lunga durata (almeno per la NASA) e che permetterà di osservare da vicino un pianeta (nano) del nostro Sistema Solare: la missione New Horizons. Il prossimo 14 luglio la sonda della NASA attraverserà il sistema Plutone-Caronte e quello delle nuove lune (scoperte negli ultimi anni in orbita attorno al pianeta) svelando, per la prima volta, particolari e dettagli della superficie e dei suoi satelliti mai immaginati finora. Si è convinti che non solo sarà una missione estremamente pericolosa (perché in fondo il sistema è estremamente lontano e difficile da analizzare in grande dettaglio), ma anche rischiosa per la presenza di eventuali frammenti rocciosi, che potrebbero danneggiare la strumentazione. Diciamocelo in piena sincerità: almeno un elemento di rischio c’è sempre, in qualsiasi missione si vada a considerare.

Plutone orbita attorno al Sole a miliardi di chilometri di distanza da esso. Si trova oltre l’orbita di Nettuno, al di là dei pianeti rocciosi e gassosi, sul confine tra quello che è definito il Sistema Solare interno e la Fascia di Kuiper, ricca di asteroidi o corpi ghiacciati. A circa 40 volte la distanza Terra-Sole, Plutone si può pensare come ad un mondo dove la luce del Sole è debole, anzi estremamente debole. Per avere un’’idea della quantità di luce su questo pianeta nano, la NASA ha dato avvio ad un divertente esercizio che possiamo fare tutti, in ogni parte del mondo. Il trucco sta nello scattare una fotografia del posto in cui ci troviamo e condividerla col … mondo!

Su Plutone la luce solare arriva estremamente debole rispetto a quella che arriva qui, sulla Terra. Ma non si può dire che Plutone sia un mondo completamente buio. Esiste, in realtà, un momento qui sulla Terra ogni giorno tra il sorgere e il tramonto del Sole, che la luce filtrata dalla nostra atmosfera è davvero simile a quella che arriva laggiù, su Plutone, a mezzogiorno. Questo istante è stato denominato “Pluto Time”. Se andiamo all’aperto in quel momento (bisogna scegliere una giornata serena) il mondo attorno a noi apparirà avere la stessa luminosità di quella che arriva sulla superficie di Plutone quando i raggi solari cascano a perpendicolo.

C’è sempre un Pluto Time in qualche posto sulla Terra. La NASA ha deciso di coinvolgere, com’ è nel suo stile, la popolazione mondiale per renderla partecipe di questo grande evento che avverrà il prossimo 14 luglio quando la sonda New Horizons sfiorerà Plutone entrando nel suo sistema planetario. Per la prima volta nella storia dell’astronautica una sonda umana arriverà ad osservare un mondo estremamente lontano.
Facciamoci una foto, oppure scattiamo una foto di quello che ci sta attorno in quell’istante, anche del nostro gatto o del nostro cane se li abbiamo vicini. Ma catturiamo la luce di quel momento perché è quella che si ha a mezzogiorno su Plutone.

Ammetto che è un’interessante domanda quella che si sono posti i ricercatori della NASA. Chi di voi finora si era fatto un’idea di quanto luce arrivasse su Plutone? Ora con questa iniziativa della NASA, scegliendo opportunamente sulla mappa terrestre (con Google Maps) la nostra posizione, abbiamo la possibilità di conoscere in tempo reale l’istante in cui uscire e scattare questa foto. Ricordiamoci anche di osservare la luce del momento: la luce del Sole sulla Terra che è la stessa su Plutone quando il Sole si trova allo zenit, alto alto.
Una volta scattata la foto, dobbiamo condividerla su un social media con il tag #PlutoTime. La nostra foto, se originale, verrà scelta dalla NASA e … tenendo conto che il 14 luglio sarà festa grande al centro controllo del JPL-NASA a Pasadena per l’arrivo di New Horizons nei dintorni di Plutone, oltre che in numerose altre città americane, la NASA sistemerà le foto più belle in un’immagine mosaico di Plutone e delle sue lune.

E allora, che aspettiamo? Coordinate alla mano, istante calcolato, usciamo fuori stasera e scattiamo la foto!
Buon divertimento!

Fonte NASA – PlutoTime! – http://www.nasa.gov/feature/nasa-lets-you-experience-pluto-time-with-new-custom-tool

Sabrina

Un flirt cosmico

Aurora fotografata da Warren Justice, Whirlpool Lake, Riding Mountain National Park, Manitoba, Canada. Strumentazione: Canon 5D 24 mm lenti fl.4.. Fonte Space Weather.com
Aurora fotografata da Warren Justice, Whirlpool Lake, Riding Mountain National Park, Manitoba, Canada.
Strumentazione: Canon 5D 24 mm lenti fl.4.. Fonte Space Weather.com

Quante volte abbiamo osservato le splendide immagini di aurora polari? Qualcuno di noi e’ stato pure fortunato a vederle e a fotografarle.

Non avvengono solo sulla Terra. Anche su altri pianeti si formano le aurore. Su Giove, per esempio.

Hubble Space Telescope cattura questa aurora nel marzo 2007 sul'emisfero nord di Giove. Crediti: NASA/JPL/HST
Hubble Space Telescope cattura questa aurora nel marzo 2007 sul’emisfero nord di Giove. Crediti: NASA/JPL/HST

Tra il 17 e il 21 marzo 2007 l’Hubble Space Telescope ne ha catturata una di grandiosa mentre stava seguendo il fly by della sonda New Horizons (avvenuto il 28 febbraio), quella sonda che quest’anno raggiungerà la sua meta finale, il sistema Plutone-Caronte. L’aurora, catturata dalla camera ultravioletta a bordo di HST denominata Advanced Camera for Survey, aveva un’estensione di centinaia di chilometri e si trovava a circa 250 chilometri al di sopra di quella che possiamo definire “superficie” del pianeta (anche se non esiste una vera e propria linea di demarcazione tra il gas dell’atmosfera e la superficie, trattandosi di un pianeta gassoso). L’aurora viene prodotta da particelle elettricamente cariche emesse da Sole vengono catturate dal campo magnetico del pianeta e interagiscono con gli atomi dell’alta atmosfera gioviana attraverso un processo del tutto simile a quello che si osserva nelle aurore terrestri, tranne per il fatto che il campo magnetico gioviano e’ di parecchi ordini di grandezza più intenso di quello terrestre.

L'aurora nell'emisfero sud del pianeta Giove in luce ultravioletta catturata dalla Advanced Camera for Survey a bordo di HST. Crediti: NASA/JPL/HST
L’aurora nell’emisfero sud del pianeta Giove in luce ultravioletta catturata dalla Advanced Camera for Survey a bordo di HST. Crediti: NASA/JPL/HST

Ma quanto più intenso?

Questa interazione tra le particelle emesse dal Sole e quelle dell’atmosfera gioviana producono delle emissioni estremamente intense. Le immagini nell’ultravioletto permettono di osservarle (ricordiamo che e’ una banda invisibile ad occhio umano). Tipicamente, raggiungono una luminosità 10-100 volte maggiore di quella registrata nelle regioni polari terrestri.

Oltre a Giove, anche su Urano sono state osservate delle aurore. Facciamo un ulteriore balzo, e andiamo a vedere che cosa succede li’.

Il primo tentativo da molto vicino per osservare le aurore su Urano si ebbe durante il flyby della sonda Voyager 2, nel 1986. Urano e’ estremamente lontano, oltre 4 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra. Dal 1986 al 2011 Urano venne un pochino dimenticato, o meglio, non si ebbe piu’ loccasione di studiarne la sua magnetosfera con telescopi da terra e dallo spazio. Fino a quando, appunto, HST punto’ il suo potente occhio.

Si tratta di un mondo lontano ma estremamente peculiare per quanto riguarda l’orientazione del suo asse di rotazione. Mentre gli altri pianeti sono più o meno simili a delle trottole in rotazione attorno al Sole, Urano si può pensare a una trottola che e’ stata colpita su un fianco ma che mantiene ancora la sua rotazione.

Che aurore ci sono su Urano? Un pochino peculiari, come lo e’ il pianeta. Sono di breve durata, circa due minuti, e sottoforma di deboli puntini luminosi. Sulla Terra le aurore cambiano posizione e fanno cambiare di colore il nostro cielo, dal verde al viola per molte ore, a seconda della quantità di energia rilasciata durante le interrazioni tra le particelle.

Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.
Un confronto tra due immagini dell’aurora su Urano che i ricercatori hanno catturato grazie al Telescopio spaziale Hubble nel novembre 2011. Crediti: Laurent Lamy/HST/NASA.

Si fa l’ipotesi che l’aspetto delle aurore su Urano sia legato alla singolarità nella rotazione del pianeta e alle caratteristiche del suo asse magnetico. L’asse del campo magnetico e’ non solo spostato dal centro del pianeta, ma anche inclinato di 60 gradi dall’asse di rotazione, un’inclinazione estrema se confrontata con gli 11 gradi di differenza nel caso terrestre. Probabilmente, il campo magnetico di Urano e’ generato da un oceano salato al suo interno. Non si spiegherebbe altrimenti l’asse magnetico fuori centro.

Non solo. Le aurore catturate nel 2011 sono differenti da quelle osservate dal Voyager 2.Quando la sonda spaziale compì il suo flyby col pianeta, Urano era vicino al suo solstizio e il suo asse di rotazione era perciò puntato verso il Sole. In tale configurazione, l’asse magnetico formava un angolo molto grande con la direzione del flusso del vento solare, dando vita a una magnetosfera simile a quella della Terra, sebbene molto più dinamica. Grazie a questa configurazione legata al solstizio, le aurore su Urano durarono molto di più rispetto a quelle osservate da HST, e vennero osservate principalmente nella parte buia, o notturna, del pianeta, proprio come avviene sulla Terra.

Ora, pero’, torniamo sulla Terra. Vorrei raccontare qui una storia legata all’aurora. Non e’ proprio vero. Non saro’ io a raccontarla. E’ una storia che dura tre minuti. Ed e’ una storia che ha del romantico in se’. L’incontro tra Sole e Terra.

Ve la racconta Alessandra Zaino (che attualmente collabora per l’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera) e che nei giorni scorsi ha partecipato a FameLab a Bologna. Il racconto inizia al minuto 7.40. La storia si intitola Flirt Cosmico.

E’ un incontro magico, fatto di luci, fatto di emozioni. Un po’ come l’eclissi del 20 marzo che ha richiamato 500 persone a Milano, 300 persone a Bologna, altrettante a Padova. Tutti con gli occhi a guardare un incontro che suscita fascino da millenni. Anche quello delle aurore ha un fascino tutto speciale.

Fonti – Hubble Site – Hubble Monitors Jupiter in Supporto f the New Horizons Flyby 

Altre informazioni su – Space REF – NASA’s Hubble Space Telescope Follows Jupiter’s Aurorae During New Horizons Flyby 

AGU – American Geophysical Union – Uranus Auroras Glimpsed from Earth

Un ringraziamento speciale ad Alessandra Zaino.

Sabrina