Proprio, un altro pianeta

Bisogna dirlo, ormai l’attività umana intorno a Marte è così estesa e capillare che non è difficile che una missione si impicci delle altre, in corso. Così il Mars Reconnaissance Orbiter ha individuato il sito di atterraggio di Perseverance, localizzando non solo il rover ma anche la posizione dello stadio di discesa, dello scudo termico, del paracadute e del guscio posteriore: tutti segni importanti delle varie fasi che hanno contribuito al pieno successo della complessa manovra per cui il rover si è appoggiato in piena sicurezza, sulla superficie del pianeta rosso. Ciascun riquadro dell’immagine che vedete è largo appena 200 metri (capite bene, dunque, che risoluzione possiamo ottenere della superficie di Marte).

Il sito di atterraggio di Perseverance, visto da MRO. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Lo sforzo di comprendere un altro pianeta, per le ricadute tecnologiche ma anche culturali che indubbiamente produce a lungo termine, è di tale importanza che a mio avviso giustifica le ingenti spese delle recenti missioni, su cui taluni hanno (comprensibilmente) sollevato interrogativi.

L’umanità ha un potenziale notevole da investire nell’attività di ricerca e di scoperta: di fatto, è da sempre lanciata verso nuovi territori come elemento costitutivo del suo stesso vivere. Il successo dell’arrivo su Marte di Perseverance, in quest’epoca così bizzarra in cui la tentazione di un ripiegamento è più forte, è già di per sé motivo di ottimismo e di ragionevole speranza. Insomma, la vita su Marte già esiste, è la nostra stessa vita, che segue un moto di costante espansione e non si fa fermare da nessun virus.

Sempre però, se davvero lo vogliamo.

Scatti, dalla “grande congiunzione”

Le stelle si impicciano di quello che accade sulla Terra, altroché. Non ci credo troppo, sul fatto che le stelle stanno a guardare. E i pianeti anche, altroché. Un allineamento di pianeti è un evento che si rifrange in diecimila storie, come viste e vissute da posti differenti. Da cuori, differenti.

Congiunzione, in panorama italiano. Crediti: Cristian Fattinnanzi

Sono belle queste immagini – una galleria in crescendo come riporta il sito APOD – perché ci parlano innanzitutto di noi. Ci parlano di come sulla Terra, da tanti luoghi della Terra, si sia guardato alla grande congiunzione di ieri. E ogni posto ha un suo colore e una sua luce, un suo carattere e un suo profumo. Ogni persona che ha scattato la foto, che ha guardato il cielo, ha una storia unica, ha una profondità ed insondabilità propriamente cosmica.

Sono belle queste immagini perché parlano di noi, innanzitutto. Così, è bello il cielo perché è un modo per parlare di noi, senza immediatamente mettere noi al centro.

Forse il mondo più vero di tutti, per parlare di noi.

Un arazzo cosmico

Davvero un meraviglioso arazzo, quello che possiamo ammirare in questa immagine. Rappresenta uno degli esempi più spettacolari tra le zone di nascita di stelle che ha mai inquadrato Hubble in tutti i suoi trent’anni di onorata carriera. La nebulosa gigante è NGC 2014 e il suo vicino si chiama NGC 2020. Insieme fanno parte di una estesa zona di formazione di stelle, nella Grande Nube di Magellano, un satellite della nostra Galassia, a circa 163000 anni luce da noi.

I bei colori delle stelle nuove nuove…. (Crediti: NASA, ESA, and STScI)

Aver un universo colorato sopra la nostra testa (e sotto i nostri piedi), un universo di stelle bambine variopinte ed esuberanti, può sembrare una magra consolazione in questi tempi asciutti, dove i media eruttano cifre e statistiche e malattie a ciclo continuo, salvo poi riempire il vuoto da loro stessi generato, con mille programmi di cucina e varia amenità, senza mai fornirci gli ingradienti che servono davvero, gli ingradienti della speranza.

Allora è tempo di ritornare in piedi, confessarsi che un cielo colorato non è un orpello ridondante in una vita difficile e dura, è una parte irrinunciabile di questi ingradienti di speranza ai quali dobbiamo dar fede, attraverso i quali passa una vera rivoluzione, per un inizio di vita diversa, più morbida e relazionale. Qualcosa che può avvenire sulla Terra, proprio passando attraverso questi momenti così particolari.

Qualcosa, alla quale i cieli non potranno certo rimanere indifferenti.

Planetaria sì, ma come poche

Le nebulose planetarie sono tante e bellissime, e per la verità ci siamo ormai abbastanza abituati ad ammirarle. Questa però è particolarmente interessante, come vedremo a breve.

Ma cosa sono queste nebulose, prima di tutto? Lo sappiamo bene ormai, sono delle stelle che si avviano al termine della loro esistenza, espellendo gli strati superficiali e riempiendo così lo spazio di una inedita e irregolare bellezza. Tra queste, NGC 7027 (è questo il suo nome a catalogo) rappresenta una delle più piccole, brillanti ed anche di conformazione più curiosa, tra l’estesissimo catalogo delle nebulose.

La nebulosa NGC 7027 in tutta la sua particolare bellezza.
Crediti: NASAESAJoel Kastner (RITet al.Processing: Alyssa Pagan (STScI)

Occhio e croce, la nebulosa ha iniziato ad espandersi circa seicento anni fa, e per molta parte della sua storia, come da copione, ha espulso gli strati più esterni, proprio quelli che nell’immagine appaiono in colore blu.

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La periferia, che arriva

Questa meravigliosa immagine, dopotutto, è il frutto di un viaggio. Di un lungo, lungo viaggio. Il lancio della sonda New Horizon, infatti , risale al lontano (si può ben dire) anno 2006, mentre l’arrivo nei dintorni di Plutone è avvenuto nell’anno 2015. Dunque, un viaggio di quasi dieci anni. Un cammino paziente, per arrivare a vedere, finalmente, a fotografare (e dunque ad immaginare ancor meglio), quello che per secoli è stato appena un puntino, è stato appena territorio della fantasia.

Ed ora invece lo vediamo, lo vediamo bene. Plutone, questo pianeta nano che dista da noi più di quattro miliardi di chilometri (quando va bene, spesso anche di più), ora lo vediamo, finalmente. In termini più ampi, ci parla di una periferia che stiamo imparando a conoscere. A vivere, in un certo senso. Sì perché quello che arriva alla nostra percezione, entra di fatto nel nostro mondo, nel nostro modo di pensarci e di pensare l’Universo.

Ed ecco che entra Plutone, per tanto tempo rimasto così elusivo. Perché ora, soltanto ora, riusciamo a porre lo sguardo sulla periferia del nostro Sistema Solare. Una periferia che finalmente arriva alla nostra attenzione.

Crediti: NASAJohns Hopkins Univ./APLSouthwest Research Institute

Già da questa immagine, è possibile ricavare una notevole dose di informazioni riguardo l’atmosfera del pianeta nano. In generale si può fare molta scienza, dai dati della New Horizons. Dieci anni di viaggio sono stati un prezzo da pagare certamente congruo, per questi dati preziosissimi (e che rimarranno unici, per chissà quanto tempo).

Quello che ci preme però, in questo contesto, è capire come la percezione umana del cosmo sta mutando, sta mutando velocemente. E’ un’epoca particolare, la nostra. Decisamente particolare. E’ un’epoca in cui dobbiamo per forza rinegoziare il nostro sentirci nel cosmo, e farlo probabilmente in forma più amichevole e morbida rispetto al passato.

I dati delle infinite sonde sparse nel nostro cielo, ci parlano di un cosmo raccontabile, un cosmo che dismette i suoi veli di mistero e timore e ci parla invece di meraviglie, di avventure, di cose da scoprire, di cose di cui poter finalmente parlare, cose che entrano nell’ultimo orizzonte della nostra percezione, e ci fanno sentire un poco più a casa, in questo Universo.

Grandissimo, sconfinato: certo. Ma esplorabile.